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Gli Africani vogliono il farmaco anti ebola lo Zmapp

zmapp ebolaGli africani premono per il farmaco anti-Ebola
Dopo i test positivi sui due missionari americani, riunione Oms riunione il prossimo lunedì.

A sentire il racconto dei familiari di Kent Brantly, il 33enne missionario di Samaritan’s Pursue, il siero sperimentale contro l’Ebola sarebbe miracoloso. Già 24 ore dopo la prima somministrazione, il giovane medico avrebbe dato segni di miglioramento contro questo patogeno killer. La scorsa domenica, al suo arrivo ad Atlanta, Brantly sarebbe sceso dall’aereo con le sue gambe, anche se ancora barcollante, sorprendendo non poco chi già pensava fosse spacciato. Anche l’altra missionaria americana sembra migliorare grazie a questo farmaco. Nancy Writebol ha iniziato la cura sperimentale insieme a Brantly in Africa e ora la loro battaglia contro il «mostro Ebola» sta continuando nell’ospedale universitario di Emory, che lavora fianco a fianco ai Centri di Controllo e Prevenzione delle Malattie di Atlanta.

Ma dopo queste notizie incoraggianti ora i Paesi africani colpiti dall’emergenza vogliono questo siero. Tanto che l’Oms affronterà la questione in una riunione il prossimo lunedì. Si tratta di decidere sull’opportunità di dare ai contagiati un siero «a uso compassionevole» contro un virus che può essere letale in 9 casi su 10. Le uniche due persone ad aver preso la cura sono i missionari americani. Zmapp, questo è il nome del farmaco sperimentale, finora è stato sperimentato solo su topi e scimmie. Sviluppato dalla Mapp Biopharmaceutical Inc. di San Diego, in collaborazione con l’azienda canadese Defyrus, ZMapp è un farmaco a base di anticorpi monoclonali, di tre diversi tipi, che si legano a proteine presenti sulla superficie del virus.

La sua azione è stata definita «immunoterapia passiva» perché, in pratica, fornisce ai pazienti una risposta immunitaria pre-confezionata contro il virus. Il siero viene ricavato esponendo le cavie, i topi, a una proteina cruciale dell’Ebola per poi estrarne gli anticorpi prodotti. In seguito questi vengono geneticamente modificati per renderli più simili agli anticorpi umani e ridurre il rischio di reazioni avverse. Il gene di ogni anticorpo viene poi introdotto in foglie di piante di tabacco grazie a una tecnologia sviluppata dalla società tedesca Icon Genetics. A questo punto sono le foglie di tabacco a generare l’anticorpo finale. Il farmaco si è mostrato efficace in studi controllati solo in scimmie infettate col virus, ma se somministrato entro 48 ore dal contagio. Alla luce di questi risultati le autorità sono molto caute rispetto all’efficacia, ma anche alla disponibilità del farmaco. Il processo di produzione è lungo e laborioso. Tanto che per produrne un paio di grammi, quelli usati dai due missionari americani, ci sarebbero voluti due mesi. Molto cauti sono anche gli specialisti italiani. «Somministrare prodotti non approvati in assenza di una cura – dice Gianni Rezza, direttore del dipartimento Malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità – è un evento eccezionale ed è dunque giusto che l’Oms ponga il problema di come andare avanti».
VALENTINA ARCOVIO da lastampa.it

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