Foire de Saint’Ours, la fiera di Sant’Orso di Aosta

Sant’Orso, Foire da 1011 anni

Come ogni anno, da un millennio a questa parte, le strade del centro storico di Aosta indossano il 30 e 31 gennaio vesti inconsuete, ospitando quell’autentica esposizione “a cielo aperto” che è la fiera di Sant’Orso: per 48 ore gli artisti concentrano intorno alle arcate romane ancor oggi poderose della Porta Praetoria i prodotti del loro lavoro, della loro inventiva, della loro fantasia.

La Foire de Saint’Ours – la “fiera millenaria”: come la definiamo noi valdostani – è la più antica dell’intero arco alpino sua nel versante sud che sul versante nord. Quella del prossimo anno sarà l’edizione numero 1011. Per la verità, non è detto con certezza che la fiera numero uno risalga all’anno 1001; esiste un documento che ne parla nell’anno di grazia 1243, ed un altro che dà notizie storiche nel 1305. I valdostani peraltro, estremamente orgogliosi delle proprie tradizioni e del patrimonio storico delle loro terre, delle loro valli, delle loro montagne, non escludono che la fiera sia nata con lo stesso Sant’Orso.

La datazione della vita del santo è molto incerta; il suo culto era però sicuramente Francia – nel sec. XI. E comunque, nell’incertezza, essi hanno stabilito di datare al primo anno del secondo millennio la “prima edizione” della loro fiera. Nata inizialmente – stando a certi documenti – con intenzioni filantropiche nel nome del santo protettore di Aosta (distribuzione di zoccoli ai poveri) e mercantili (compra-vendita di attrezzi in legno per il lavoro dei campi e per la casa), la fiera di Sant’Orso è passata attraverso contrastanti vicissitudini; negli ultimi secoli essa si è progressivamente evoluta, ed oggi ha assunto proporzioni grandiose accogliendo non più semplici artigiani, ma autentici artisti; e non soltanto del legno, ma anche del ferro, della pietra, del tessuto.

Non è più un fatto meramente locale: arrivano ad Aosta per “Sant’Orso” visitatori anche dalle vicine Francia e Svizzera oltre che da Piemonte, Liguria, Lombardia e da regioni più lontane. E alcuni degli oggetti, suppellettili, opere d’arte che il visitatore può ammirare il 30 e 31 gennaio, adorneranno magari un’abitazione giapponese; la fama di Sant’Orso e della sua fiera è arrivata sin nel lontano estremo oriente.

Pizzi che nulla hanno da invidiare ai manufatti di Bruges e rustici sabot di legno, draps di lana di pecora tessuti con tecniche che si perdono nel passato e cassapanche modellate secondo precisi canoni medioevali, stufe “tagliate” in pietra ollare e bassorilievi lignei che riproducono scene agresti e rappresentazioni sacre, lumi e lampade in ferro battuto, e ingenui giocattoli, umili canestri in salice e colte statue in legno di noce o di cirmolo, e tipiche grolle dell’amicizia: tutto ciò, e molte altre cose ancora, creano dal nulla una manifestazione che ha sempre sdegnosamente rifiutato la comoda etichetta del folklore per riconoscersi invece una matrice autentica – perché consolidata nei secoli – di vera e propria cultura. Una cultura che respinge la macchina, la linea di montaggio, il computer, e privilegia il valore dell’uomo, della sua mano, del suo ingegno.

Un tempo, montanari e contadini artigiani-artisti affrontavano giorni di viaggio per non mancare all’appuntamento con Sant’Orso: si marciava a dorso di mulo, si sobbalzava su arcaici carretti per giungere in tempo ad Aosta a “conquistare” – la vigilia – un pezzetto di marciapiede in via Sant’Anselmo, o una spanna di muro all’ombra della Porta Praetoria.

E si trascorreva la notte all’aperto, accanto alle proprie cose, combattendo il gelo con la grappa. Oggi, più nessuno pernotta all’addiaccio; non ci sono più carri, non ci sono più muli, ad Aosta si arriva in auto, in autobus, in treno. Ma statue, pizzi, suppellettili, mobili, tessuti, e ferri battuti son sempre lì, come cinquanta, cento, mille anni fa. La Foire di oggi è totalmente moderna, nelle sue strutture; il Santo, Sant’Orso, è quello di sempre.

da AOSTAOGGI.IT

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