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Parigi

Eurodisney compie venti anni

EuroDisney, è qui l’America che fa ricca la Francia
15,7 milioni sono stati i visitatori di Disneyland Paris nel 2011: il Louvre ne ha avuti 8,4 milioni, la Tour Eiffel 6,6 milioni
Grande festa per i 20 anni: un successo da 250 milioni di visitatori, in crescita

Sarà anche stata «una Chernobyl culturale», come accusò la regista Ariane Mnouchkine, un pezzo di America trapiantato nel Paese che più detesta gli americani, però per la Francia Disneyland Paris è stato un ottimo affare.

L’unico parco di divertimenti griffato Disney in Europa, 32 chilometri a est di Parigi, sarà anche «non luogo» (giusto per citare anche l’affascinante saggio dell’antropologo Marc Augé), ma è un non luogo affollatissimo. Topolino iniziò a ricevere visitatori il 12 aprile ‘92: in vent’anni, sono stati in tutto più di 250 milioni, record lo scorso anno con 15,7. Insomma, Disneyland Paris non è solo la meta turistica più visitata di Francia (battuto il museo del Louvre e «doppiata» la Tour Eiffel), ma d’Europa.

Però i dati più curiosi sono emersi da uno studio commissionato dalla «délégation interministerielle» incaricata del progetto Euro Disney e presieduta dal prefetto dell’Île-de-France, Daniel Canepa.

Secondo lo studio, in vent’anni il parco ha prodotto 50 miliardi di euro di valore aggiunto per l’economia francese e i suoi visitatori (il 58% dei quali è straniero) hanno speso in Francia 59 miliardi di euro, il 6,2% del giro d’affari del ricco turismo transalpino.

Per la République, che ha sostenuto il progetto, l’investimento ha pagato: all’inizio, lo Stato ci ha speso l’equivalente di 666 milioni di euro, ma i privati ci hanno messo, in tutto, 7 miliardi. Riassume Philippe Gas, Pdg (Président – Directeur général) di Euro Disney: «Ogni volta che il settore pubblico ha investito un euro, quello privato ne ha investiti dieci, quando la media è piuttosto di uno a quattro». E annuncia che, dopo i due parchi già esistenti (accanto alla Disneyland vera e propria c’è il Parc Walt Disney Studios), la decisione se costruirne un terzo sarà presa nel 2020.

E poi, per tornare alle cifre: 5,33 miliardi di euro di entrate fiscali per lo Stato francese, che qui può rivestire i panni, per lui piuttosto insoliti, di zio Paperone, e circa 55 mila posti di lavoro, perché ogni impiego a Disneyland significa che se ne sono creati, più o meno, altri tre nel resto della Francia.

Il tutto in una vallata dove l’attività principale consisteva nell’andare a lavorare a Parigi. Insomma, secondo monsieur Canepa, le vecchie polemiche sui finanziamenti statali e quelle ricorrenti contro il «gigante americano», i suoi metodi spicci e la sua colonizzazione culturale sono, almeno per quel che riguarda i conti, infondate.

L’oro luccica meno per gli azionisti della società che gestisce il parco. Com’è noto, all’inizio il complesso ha stentato a ingranare e così ha accumulato un maxidebito di un miliardo e 800 milioni, che si estinguerà solo nel 2024. Gli ultimi dividendi sono stati distribuiti nel 2001, tre anni dopo il fallimento è stato evitato solo grazie a una drastica ristrutturazione del debito tipo Grecia e la capitalizzazione in Borsa resta modesta, meno di 180 milioni. Un dato dice tutto: il 2 gennaio 1992, un’azione EuroDisney valeva 550 euro e 45 centesimi, ieri l’altro quattro euro e mezzo. Topolino è un affare per tutti tranne per chi ci ha messo i soldi.

Anche i sindacati si lamentano. Il parco dà lavoro a 14 mila e 700 persone, fra l’85 e il 90% a tempo indeterminato. Però, denunciano, i salari non hanno seguito lo sviluppo e, dopo vent’anni di lavoro, una commessa, oltre a doversi cammuffare da Biancaneve o da Paperina, guadagna appena 1.300 euro al mese.

Paradosso: visto che la zona ex depressa dove sorge il parco, a Marne-la-Vallée, adesso è diventata affollatissima (almeno 29 mila abitanti in più), chi lavora lì fa sempre più fatica a trovarci un alloggio e resta condannato al pendolarismo. Luci e ombre, insomma. Però, ammettiamolo, Chernobyl è stata peggio.

ALBERTO MATTIOLI da lastampa.it

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