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Ebola tre motivi per non preoccuparsi troppo

ebola effettiEbola, tre motivi per non essere (troppo) allarmati
Il contagio si trasmette nella fase acuta. e il virus non sta evolvendo in fasi più aggressive. Per contrastare la malattia qualcosa nei laboratori si sta muovendo

Urbanizzazione, deforestazione, povertà: a queste tre condizioni, che hanno favorito la più imponente epidemia da virus Ebola finora mai registrata, si aggiunge ora la superstizione popolare: un commando di uomini armati, convinti che l’infezione sia un’invenzione del governo, ha assaltato un ospedale di Monrovia, da dove sono fuggite alcune persone infette. Un fatto che aggrava la situazione nella capitale della Liberia, uno dei quattro Paesi più colpiti, insieme a Sierra Leone, Guinea Conakry e Nigeria. I morti in Africa hanno già superato il migliaio, ma, al momento, non sembra che ci siano rischi di una pandemia globale.

Come si diffonde il virus
Finora il virus Ebola (scoperto nel 1976, ha fatto la sua comparsa in Africa centrale) ha sempre provocato epidemie circoscritte in villaggi sperduti nelle foreste: qui uccideva la maggior parte delle persone, ma l’isolamento e la mancanza di strade ne impediva il diffondersi. In tempi recenti, però, la creazione di vie di comunicazione e il crescente spostamento verso le città della popolazione, spinta dalla povertà a cercare lavoro, ha creato le condizioni ideali per una sua più facile trasmissione: un po’ come è avvenuto per il virus dell’Aids che, all’inizio, si è diffuso dalle foreste ai centri urbani attraverso le camionabili del Kenya (anche se quella dell’Aids è tutta un’altra storia). Non solo: nelle zone rurali, il cambiamento dell’ecosistema delle foreste ha «liberato» i pipistrelli (si ritiene siano loro i serbatoi del virus) che hanno quindi raggiunto i centri abitati. In Guinea Conakry, l’epidemia è partita proprio da un’area che è stata largamente deforestata.

I motivi per non allarmarsi troppo
L’infezione, al momento, non dà segnali di rallentamento, ma gli esperti ritengono che si possa arginare. Il contagio, infatti, non avviene durante il periodo di incubazione (che va da 2 ai 21 giorni), ma quando un paziente presenta i sintomi più drammatici della malattia (vomito o emorragie): questo rende più facile individuare i casi e isolare coloro che hanno avuto contatti (da ricordare che la trasmissione del microrganismo avviene tramite i fluidi corporei dei malati).
Il secondo motivo tranquillizzante è che spesso i virus evolvono verso forme sempre più aggressive, ma questo non sta accadendo con l’Ebola. Il terzo è il fatto che qualcosa si sta muovendo nel campo della ricerca farmacologica, nonostante l’interesse per questa malattia, lontana dall’Occidente, non sia mai stato molto elevato. Alcuni farmaci e vaccini sono in sperimentazione negli animali. Uno di questi, chiamato ZMapp (un cocktail di tre anticorpi monoclonali, finora testato soltanto su scimmie infette), è già stato somministrato a due sanitari statunitensi con risultati positivi. Un secondo farmaco, già provato sull’uomo negli Stati Uniti, si chiama TKM-Ebola e funziona interferendo con l’Rna: impedisce, cioè, la formazione di proteine del virus. La soluzione ideale rimane, come sempre, il vaccino: i National Institutes of Health americani hanno annunciato che stanno accelerando gli studi su un adenovirus geneticamente alterato, capace di produrre due proteine dell’Ebola: queste ultime dovrebbero stimolare il sistema di difesa dell’organismo a produrre anticorpi difensivi. L’Oms ha appena autorizzato l’uso di farmaci, anche non sperimentati sull’uomo, compresi tre antivirali già provati sulle

da corriere.it

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