Ebola l’infermiera spagnola non so come ho contratto l’ebola ma nessuno credeva che ce l’avessi chiedevo il test non me lo facevano alla fine sono andata da sola con la mascherina in ospedale

ebola madridEbola, l’infermiera: «Non so come ho preso il virus, ho seguito i protocolli»
È andata inutilmente dal medico di base a raccontare del suo lavoro con i malati. Quando la febbre è salita si è presentata all’ospedale con una mascherina

La malata di Ebola numero uno d’Europa si chiama Maria Teresa Romero, ha 44 anni ed è un’infermiera che ha curato entrambi i missionari spagnoli contagiati in Africa Occidentale. Il primo semplicemente perché era di turno, il secondo invece da volontaria per rimpiazzare i troppi colleghi che si erano tirati indietro dalla paura. Martedì le sue condizioni erano stabili. Aveva ancora febbre alta, ma nessuna emorragia. È isolata al sesto piano dell’ospedale Carlo III di Madrid, dove oltre a lei sono ricoverate altre tre persone sotto osservazione: il marito di Teresa, un’altra infermiera che ha assistito i due missionari deceduti e un turista di origini nigeriane proveniente dall’Africa. Lei ha il cellulare sul comodino. È con quello che ha risposto a Quico Alsedo, giornalista de El Mundo. Come va? «Meglio sì, diciamo un pochino meglio». Come è avvenuto il contagio? «Non saprei dire, non ne ho proprio idea». Ma credi di aver seguito il protocollo alla lettera? «Io sì». Teresa risponde dopo qualche secondo. La si sente affannata, stanca. Non hai fatto niente di strano, non ti è mai successo qualcosa per cui avresti dovuto preoccuparti? «Direi proprio di no…». Secondo le statistiche mondiali ha il 53% di possibilità di sopravvivere. Ha già ricevuto anti virali sperimentali e dosi di anticorpi tratti dal sangue di altri pazienti sopravvissuti al contagio. Sono cure non risolutive, ma che potrebbero aiutare. «Mi spiace, sono stanca, preferisco chiudere la telefonata».
A poche decine di metri dalla camera di Teresa, anche lui in quarantena, c’è il marito Javier Limon. L’uomo non ha sintomi, ma è colui che più ha rischiato d’essere infettato da Teresa. Per sei giorni hanno vissuto assieme mentre lei aveva quella febbriciattola a cui nessuno dava importanza e che poi si è rivelata il primo segnale del virus Ebola. Lui non solo ha parlato con i giornalisti, ma ha anche mandato in rete un suo video. «Ogni tanto durante il giorno – ha raccontato Javier – chiamavano Teresa dall’ospedale per sapere della febbre. Lei chiedeva: posso fare il test dell’Ebola?». Ma siccome la temperatura non superava i 38,6 gradi, l’allarme non scattava. Così Teresa prima ha partecipato a un concorso pubblico per migliorare la sua qualifica di infermiera, poi è rimasta a Madrid a casa con Javier e il cane Excalibur aspettando che la febbre passasse. Solo Teresa sembrava avere una premonizione e invece di cullarsi nella sicurezza dei protocolli ha preso delle misure di precauzione in più, che forse hanno salvato Javier. Con la febbre e alcune misteriose macchie sulla pelle, Teresa non ha dormito con il marito, ma in soggiorno sul divano. Non ha neppure usato lo stesso bagno. È andata inutilmente dal medico di base a raccontare del suo lavoro con i malati di Ebola e quando la febbre è davvero schizzata in alto si è presentata all’ospedale di zona con una mascherina, dicendo: «Sono una sospetta portatrice di Ebola». Il problema per i medici è che non avevano grandi idee su come trattarla. Secondo alcune testimonianze l’avrebbero in un primo momento lasciata divisa dagli altri pazienti solo da una tendina. La stanza in cui è stata spostata martedì sera non era ancora stata disinfettata.
C’è molta confusione sotto il cielo di Madrid. Javier Limon, il marito in quarantena, è di sicuro il più giustificato per aver perso il senso delle proporzioni. Invece di preoccuparsi per la moglie o almeno per se stesso, ha lanciato un appello online per salvare il loro cane Excalibur. «Lo vogliono sopprimere, aiutatemi ad impedirlo». Ha raccontato che il cane è chiuso in casa con abbondanti razioni d’acqua e cibo. Le foto sue, di Teresa ed Excalibur hanno invaso la rete. Il bel cane color champagne però pare condannato. Le autorità sanitarie non gli danno scampo. Ma in base a cosa? Il virus passa da uomo ad animale e viceversa? Se così fosse la misura è comprensibile, altrimenti perché? Neppure in Africa si è mai sentito di un cane che infettasse un uomo. Nessuno spiega, nessuno ci mette la faccia. È anche così che si alimenta il panico. Il risultato è il vuoto che si crea improvvisamente in metrò. «Sei stato nell’ospedale dell’Ebola? Allora meglio che non ci diamo la mano».

di Andrea Nicastro da corriere.it

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