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E gli italiani emigrano in Albania , Tirana pronta ad aspettare i turisti

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Aspettando il verdetto sulla richiesta di adesione alla Ue, l’Albania è già cambiata. Ora attira emigrati di ritorno e italiani che scommettono sul suo futuro
Swinging Tirana I passeggeri con trolley da lavoro sono una minoranza nutrita. Il primo indizio che qualcosa è cambiato in Albania si nota ancor prima che il comandante annunci l’arrivo nel lindo aeroporto Madre Teresa. La statua della suora di etnia albanese, che ha preso il posto di quella del dittatore Enver Hoxha, accoglie un volo sempre pieno. Sempre più spesso anche di ex emigrati. Come Erion, 34 anni, che dopo dieci anni di Italia, tra studio e precariato, è tornato un anno fa portando con sé un’inflessione romana e il gusto vintage con cui ha decorato il Trippin’ Hostel, aperto nel centro di Tirana: “Ha fruttato già 20mila euro: in Italia ne avrei sborsati la metà solo per l’affitto mensile del locale”.
La nazione che 20 anni fa esportava disperazione oggi produce speranza. La vera scommessa è ora il biglietto di ritorno. O di sola andata, se ad acquistarlo sono italiani come Alessandro Gala, 37 anni, da sette a Tirana perché “gli albanesi hanno voglia di fare e qui è pieno di opportunità”. Tra cui una tassa sugli utili del 10%. E fa niente che a giugno salirà al 15: “Abbiamo impiegato solo 11 giorni per il trasloco nella nuova sede. E pensi che sette anni fa tenevo le candele in ufficio a causa dei blackout”, racconta il proprietario del call center Future Generation, dove ogni pochi minuti riverbera il battimani vigoroso dei suoi 200 operatori. Tutto il giorno in cuffia con utenti italiani di Seat Pagine Gialle e non solo per un salario base di 350 euro mensili: “Applaudono ogni volta che un collega incassa un contratto”. Spirito di squadra, in una terra dove l’individualismo sprigionato con la fine del comunismo dagli anni ’90 ha infuriato a lungo, come dimostra anche l’anarchia urbanistica prevalente.

“Turbo-urbanismo”, lo chiamano i docenti di architettura (arrivati anche da Olanda, Italia e Usa) dell’avanguardistica Universiteti Polis, uno degli atenei privati spuntati negli ultimi anni sulla tre corsie Durazzo-Tirana, insieme ad un spropositato hotel in posticcio stile neoclassico, a Peugeot, a Carrefour e all’Hygienia, un ospedale costruito da investitori greci per la crescente classe media, diventato ora anche meta di pazienti da Kosovo e Montenegro. “La mentalità albanese sta cambiando: c’è più coscienza dei danni dell’abusivismo, anche se non sempre questo cambiamento va nella direzione estetica giusta”, spiega Sotir Dhamo, co-fondatore di Polis. Che organizza anche le Biennali di Architettura e di Design albanesi e che, tramite l’ong Co-Plan, coinvolge i cittadini in progetti di pianificazione e riqualificazione. Una direzione virtuosa che oggi potrebbe trovare un interlocutore attento in Edi Rama, l’ex sindaco socialista e pittore di Tirana (2000-2011), primo ministro da settembre scorso.
I palazzi comunisti, che da grigi sono diventati variopinti, spuntano allegri in ogni quartiere della capitale. Una pennellata voluta da Rama sindaco, proprio mentre faceva abbattere 500 edifici illegali e piantare 5000 alberi. Sull’onda dei successi ottenuti a Tirana (e grazie alla scelleratezza del governo di Berisha, padre padrone dell’era post-comunista), Rama vince le ultime elezioni parlamentari (insolitamente prive di brogli) promettendo rinnovamento. Progressista, carismatico, anche da premier procede con le demolizioni. Non solo nella capitale: anche lungo la costa turistica. Non si tratta solamente di lotta all’abusivismo, c’è anche della vendetta politica. Come nell’abbattimento di un residence a Valona costruito dal suocero di Lulzim Basha, attuale sindaco di Tirana e capo del Partito Democratico (di destra).

Il rinascimento albanese non può essere solo estetico però. Per ottenere a giugno lo status di Paese candidato all’ingresso nell’Ue (già rifiutato quattro volte, un record) c’è bisogno di ben altro. Soprattutto “di certezza della legge, di un rafforzamento dello stato di diritto”, spiega l’ambasciatore italiano Massimo Gaiani. Certo, la squadra di governo formata da Edi Rama è già un segnale. Ministri giovani, tante donne, alcuni con lauree conseguite all’estero e un passato nella società civile. Come nel caso dello sfrenato twittatore Erion Veliaj, ministro dei Giovani e del Welfare, in cui m’imbatto a un concerto dedicato alla minoranza rom (altro problema del Paese, i diritti umani). Cosa intende fare per arginare una disoccupazione giovanile passata in 4 anni dal 22 al 26,5%? “Nuovi uffici di collocamento. Un fondo per incentivare assunzioni nelle aziende. E trasformare edifici pubblici in sedi attrezzate con internet e altri servizi per giovani “startupper””.

Tirana come Berlino o Londra? Per ora è un’intenzione, ma pur sempre un salto quantico rispetto all’isolazionismo paranoico della vecchia Albania. Rama però ha trovato le casse vuote. E un debito pubblico oltre 70% del Pil, dato in assoluto non drammatico (in Italia è oltre il 130%), ma che, applicandosi a un’economia “piccola”, l’ha costretto a chiedere un prestito di 300 milioni all’Fmi. L’eredità di Berisha è in ogni caso anche un Pil che dal 2000 è triplicato, fino a 9,6 miliardi. Mentre la crisi nell’eurozona assottigliava la stampella delle rimesse, sono andati crescendo gli investimenti diretti esteri. “Ormai sono il 10% del Pil”, informa il direttore di Instat (l’Istat albanese), Gjergji Filipi. Un dinamismo al quale contribuiscono 400 imprese italiane. Fisco leggero e manodopera low cost hanno attratto anche capitali norvegesi, turchi, americani, emiratini. Da sfruttare o sviluppare c’è parecchio: petrolio e cromite, copiose risorse idriche, un litorale che potrebbe competere con quello pugliese e una posizione strategica tra Balcani e Mediterraneo già valorizzata da un’autostrada da 600 milioni di dollari e 170 chilometri che ha tagliato di tre ore i tempi di percorrenza tra Tirana e Pristina. Con i parchi industriali in cantiere e un premier più presentabile, che assicura riforme per combattere la corruzione, la nuova mecca delle delocalizzazioni potrebbe essere qui.

“Soffia un vento di speranza col nuovo governo, ma vedremo”. Dietro a lenti da sole Valentino, Ilva Tare sorseggia un succo al frutto della passione al Radio Bar, uno dei locali trendy del Blloku, l’ex quartiere della nomenclatura oggi frequentato da giovani. Biondissimi e cortissimi capelli, Ilva è un volto noto nel Paese, conduce un talk show politico su Ora news. E dice la sua su quello che chiama un “grosso malinteso”, l’integrazione nella Ue. “L’88% degli albanesi è a favore perché non conosce i limiti che porterà, pensa agli aspetti positivi: ai fondi, alla lotta all’illegalità. Ma qui quasi nessuno finirà in carcere finché i giudici saranno di nomina politica. È una situazione che fa comodo a tutti i partiti. I magistrati hanno paghe di 400 euro, ma auto lussuose e figli che studiano all’estero, come se lo spiega?”.
Con un’economia sommersa stimata al 50% del Pil, il “non risparmieremo nessuno” promesso da Rama sembra per ora uno slogan su misura per Bruxelles. Di certo non impressiona il venditore che nel mercato dietro alla centralissima piazza Scanderbeg, a due passi da nuove piste ciclabili e caffè sempre affollati, non arriva neppure lontanamente a guadagnare quei 4mila dollari l’anno che qui sono il reddito pro capite. “I politici vanno in giro in aereo con i miei soldi mentre io non riesco a vendere uova a 7 centesimi”, è lo sfogo che mi affida mentre mi dirigo verso Tirana Eskpres, spazio off di promozione artistica in una cantina allestita con bancali e altri materiali di riuso. È anche qui che gravitano i ragazzi che da qualche tempo organizzano giornate in bici con Critical Mass ed eco-spedizioni per ripulire le spiagge. Più di rado manifestazioni, come quella che a novembre ha convinto Edi Rama a negare all’alleato americano l’offerta di accogliere le armi chimiche siriane. Germogli di una società civile che inizia a farsi sentire.

Destinazione Bruxelles
Sulla strada di avvicinamento all’Europa, l’Albania è la lumaca dei Balcani, insieme a Bosnia-Erzegovina e Kosovo. La Croazia è diventata il 28° Paese dell’UE nel 2013; Serbia, Macedonia e Montenegro hanno già lo status di candidato: quello che all’Albania è già stato negato quattro volte dal 2009. Per l’avvio dei negoziati di adesione la Commissione ha raccomandato di intensificare gli sforzi in cinque ambiti: corruzione, crimine organizzato, potere giudiziario, amministrativo e diritti umani. Il nuovo verdetto sull’assegnazione dello status di candidato è atteso per i prossimi giorni.

DI VALERIA FRASCHETTI da repubblica.it

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