Damasco perla d’Oriente

Damasco, la rivale del paradiso
Tra moschee e mercati il fascino dell’Oriente

CARLA DIAMANTI

damasco1Bisogna salire sullo sperone roccioso che la domina, il monte di Qassiyun, per riuscire ad abbracciare Damasco con lo sguardo.

Da quassù, dove secondo la tradizione rimase folgorato dalla bellezza anche il profeta Maometto, si scorgono le macchie verdi dell’antica oasi di Ghutah, che in passato la circondava completamente regalandole frescura, profumi inebrianti e la rendeva un vero e proprio paradiso terrestre. Da quassù il Profeta la guardò e la trovò bella proprio come il paradiso e perciò decise di non volervi entrare perché nessun altro luogo avrebbe poi potuto tenere il confronto.

Secoli dopo anche Ibn Battuta, mitico viaggiatore partito da Tangeri alla volta di Mecca, fu travolto dall’incanto del luogo. “Damasco supera in bellezza ogni altra città e nessuna descrizione, per quanto completa, può rendere giustizia al suo fascino.” Era il 9 di Ramadan, anno dell’Egira 726 (9 agosto 1326); da allora Damasco è cresciuta, è cambiata, l’oasi si è ridotta. Ma il fascino della sua città vecchia resta immutato e strega chiunque varchi una delle antiche porte che si aprono ancora nella cinta muraria e che sembrano soglie di un universo temporale.

E’ qui, tra vicoli che si intersecano, tra ingressi di hammam e moschee, tra effluvi dei profumi composti sul momento, tra il brulicare delle folle che popolano i mercati, è qui che si ritrovano ancora le descrizioni di Ibn Battuta: l’abbondanza delle mercanzie, i cesti stracolmi di petali di rose, il vociare delle donne, il richiamo dei venditori di tamarindo.

Bisogna arrivarci al tramonto, quando le trattative stanno per volgere al culmine, mentre il cielo si colora di cobalto. E’ l’ora in cui si accendono le luci, quella in cui i lampioni appesi sotto gli archi delle colonne romane illuminano le folle che si dirigono verso la Grande Moschea (“la più magnifica al mondo, la più pregevole per costruzione e la più nobile per bellezza, grazia e perfezione; nessun altra vi può competere e non ha eguali”, scriveva Ibn Battuta) per la preghiera del pomeriggio. Mentre il blu incede, la luce bianca dei tre minareti si fa sempre più intensa e li trasforma in diamanti sfolgoranti eppure discreti, fari che si stagliano contro il cielo e che attirano gli sguardi dei passanti. Le porte del vasto cortile sono aperte su uno dei tesori più belli, composto da migliaia di tessere dorate, verdi, blu, disposte in mosaici che rivestono il portico oltre bab al Barid. Magnetici tanto che non si riesce a smettere di guardarli, riproducono l’antica oasi, quella contemplata dal Profeta dall’alto del monte. Dal porticato rimbalzano sulle pareti ottagonali della cupola del tesoro e sulla facciata della sala di preghiera. Piante rigogliose, fiori, uccelli, frutta, dimore regali, fiumi abbondanti, palme cariche di datteri; incorniciata dalle tessere dorate del mosaico, l’oasi di Ghutah sembra ancora intatta.

Il richiamo alla preghiera accresce l’incanto di un momento che sembra proiettato in un’altra dimensione. Fuori della moschea, antico tempiodamasco-bagno-turco pagano diventato nei secoli anche una chiesa dedicata a Giovanni Battista, la cui testa è conservata all’interno della sala di preghiera, fervono le ultime trattative prima che la notte inghiotta le mercanzie dietro le porte delle anguste botteghe.

Sono queste, ancora straripanti di tessuti, abiti, collane d’oro e frutta secca, a segnare il percorso che conduce alle spalle della moschea, dove nei caffè popolari gli uomini si ritrovano curvi sulle scacchiere, impegnati in infinite partite a tawla (una sorta di backgammon), mentre sorseggiano tè alla menta fumando interminabili narghilè.

Al tramonto, in uno dei caffè più conosciuti, al Nofara, abu Shadi, fez di feltro, pantaloni a sbuffo, gilet e babbucce, sale su un trono di legno dipinto per esibirsi con passione. E’ l’ultimo cantastorie di Siria, un tributo al passato ottomano, quando i caffè popolari erano il luogo da cui si diffondevano notizie e cultura. Accomodato sui cuscini, ogni giorno abu Shadi apre un enorme libro di racconti, imbraccia uno scudiscio da brandire in aria per dare più enfasi alle letture e comincia la sua esibizione. Attorno si chiacchiera, si ascolta, si fotografa, si beve, mentre si sottolineano con commenti e applausi i passi più importanti del racconto del cantastorie.

L’universo della vecchia Damasco continua lungo l’antico decumano romano riportato alla luce e liberato da secoli di accumuli storici. E’ la Via Recta lungo la quale si ripercorrono i passi di San Paolo, che vi passò entrando a Damasco, e che conduce verso il quartiere cristiano, conosciuto per le botteghe di antiquari e per i chioschi di venditori di shawrma, i migliori della città, preparati con carne cotta sullo spiedo verticale e avvolta in sottili sfoglie di pane con yogurt.

E’ il momento di concedersi una pausa e di sedersi tra la gente, di respirare il profumo di gelsomino e ascoltare i richiami della preghiera della sera, che rimbalzano da un minareto all’altro della città, alternandosi ai rintocchi delle campane.

da LA STAMPA

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