Chiudete Malpensa per manifesta inferiorità L’ultima sera di agosto il terminal è andato nel caos per il cambio turno dei dipendenti

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L’ultima sera di agosto il terminal è andato nel caos per il cambio turno dei dipendenti. L’annuncio choc: “Non si può scendere dall’aereo, decolliamo per Linate”. Ed è rivolta

Fino a quando uno non prova che cosa sia diventato l’aeroporto Malpensa non può capire. Poi però succede. È successo domenica sera, in un giorno che tutti sapevano che sarebbe stato difficile. Lo sapevo pure io, ma non immaginavo così.

Questa è la cronistoria di una serata di disagi, di disservizi, di indecenze. Il volo era il Bari-Linate delle 21. Domenica 31 agosto, collegamento tra l’aeroporto di una zona turistica del Sud e la grande metropoli del Nord. Caos. Volo colmo, stracolmo, così colmo che tre giorni prima al momento della prenotazione c’erano 3 posti liberi e basta. Tre posti a tariffa piena: 413 euro. Con la stessa cifra, se prenoti per tempo, vai a New York. Fa male, fa rabbia, ma con chi te la prendi? È il mercato. Ci speculano, ti spennano perché non hai alternative, ma oltre alla rabbia non puoi andare. Quindi vabbè. La partenza alle 21 è posticipata alle 21.25, così dice il monitor. All’ora indicata per la partenza in realtà comincia l’imbarco, per il decollo ci vogliono altri 20 minuti. Il ritardo totale è di 45 minuti. Accetti anche questo: se scegli di partire in una delle cinque date più affollate dell’anno lo devi mettere in conto.

Il volo è tranquillo fino a quando il comandante annuncia che stiamo cominciando a scendere verso Milano Linate: «Tra 20 minuti circa atterreremo», è la frase standard. Ne passano meno di cinque e il comandante prende la parola di nuovo: «Su Linate è in corso un violento temporale e così anche lungo la rotta che ci porterebbe verso l’aeroporto. Siamo a 60 chilometri dalla destinazione: siamo costretti a girare su noi stessi, in attesa che il maltempo passi e ci venga autorizzato l’atterraggio. Stiamo anche valutando l’ipotesi di dirottamento verso un altro aeroporto. Malpensa. La gente si lamenta e ti viene da pensare che siano tutti matti: se non si può atterrare non è mica colpa del comandante. Lui lo fa per la sicurezza dei passeggeri: non si passa dentro un temporale, lo sanno tutti. Giriamo su noi stessi per 42 minuti, poi il comandante riprende il microfono: «Non possiamo più aspettare, perché il carburante sta per esaurirsi, a Linate è ancora impossibile atterrare, andiamo a Malpensa». Il brusio ora è più forte e non si continua a capire il perché: è vero, Linate è più comodo, anzi Linate è comodo, Malpensa no. Però vale il discorso di prima: bisogna atterrare, punto.

Scendiamo, tocchiamo terra, accendiamo il cellulare: chi avverte i parenti e amici che erano venuti a prenderli a Linate, chi controlla gli orari del treno che ti porta in città. Dici: vabbè, è andata male, ma è colpa di nessuno. Invece non è finita, anzi comincia tutto ora. Perché siamo fermi sulla pista dell’aeroporto che avrebbe dovuto essere il centro dei trasporti italiano, un hub dicevano, uno scalo internazionale. Sono le 23.27 dell’ultima domenica di rientro dalle vacanze italiane e siamo soli. Riparla il comandante: «Ci informano che a mezzanotte c’è un cambio turno del personale Sea (la società degli aeroporti milanesi), fino a quel momento non possono venire a prenderci con gli autobus». A parte che se questo fosse davvero un aeroporto internazionale, ci sarebbero i finger: quei bracci che collegano direttamente gli aeroplani all’aerostazione. Invece siamo ancora con gli autobus, come negli anni Ottanta, come a Kinshasa, anzi no, perché probabilmente a Kinshasa i finger ci sono. Siamo ostaggi di un cambio turno: capito? Evidentemente se quelli che dovrebbero finire a mezzanotte ci venissero a recuperare sforerebbero la mezzanotte e non vogliono, oppure qualcuno glielo impedisce per non pagare gli straordinari. Aspettiamo. Mezzanotte arriva: niente. Mezzanotte e un quarto: niente. Mezzanotte e venti: niente. La gente a bordo si spazientisce. Si capisce che Malpensa non è in grado di gestire l’emergenza di un volo da meno di 200 passeggeri. Devono essere in tilt. Intanto siamo fermi in mezzo al nulla: imprigionati in un aereo. C’è una ragazza incinta che non ce la fa più. Ci sono bambini distrutti dalla stanchezza. Le hostess sono pietrificate, non sanno che dire, non sanno nulla. Ora ci chiedono di stare seduti con le cinture slacciate, però. Parla il comandante. «Allora, stiamo facendo carburante. Appena le condizioni meteo su Linate tornano accettabili ripartiamo da qui e atterriamo lì, nella nostra destinazione originaria. Ci vorrà almeno mezz’ora, però, prima di partire». Cosa? Una follia: siamo atterrati a Malpensa perché non si poteva atterrare a Linate e ora dobbiamo tornare lì, in volo con un aereo da 200 passeggeri per 51 chilometri. Non c’è logica, se non quella che si capisce presto: a Malpensa non ci sono le condizioni per far sbarcare passeggeri e bagagli, non sono in grado di «fornire assistenza» è il linguaggio tecnico. Adesso metà aereo si ribella: hanno fatto arrivare a Malpensa i parenti e gli amici che erano in attesa a Linate, ora che dovrebbero fare, farli tornare indietro? E poi significherebbe ancora un’ora e passa di attesa. Ecco la soluzione geniale: chi vuole può scendere a Malpensa, ma i bagagli restano a bordo perché il volo parte per Linate e qui non c’è nessuno che li porti a terra. Siamo a metà tra il pazzesco e il comico. S’è fatta mezzanotte e quaranta. Decido: scendo. Il bagaglio? Parlo col comandante, dice che o posso provare il giorno dopo a recuperarlo a Linate oppure mi sarà spedito a casa, ma lui non sa dire quando. Ho deciso di scendere comunque, perché non riuscirei a tornare indietro al mio posto, c’è troppa gente in piedi che chiede di scendere e uscire. Vado a terra, siamo in quaranta circa. Montiamo sul bus, arriviamo nell’aerostazione e lì capiamo tutto: Malpensa non esiste. Dopo le 21.30 è tutto chiuso. L’aeroporto internazionale è una casa stregata. I tabelloni chiariscono tutto: l’ultimo volo in partenza è alle 23.30, l’ultimo in arrivo è alle 23.30. Quindi chi lo gestisce lascia un presidio e basta. Le emergenze non si possono gestire, anche in uno dei cinque giorni più difficili per il trasporto di tutto l’anno. Poi qualcuno si chiede perché gli arabi di Etihad hanno preso Alitalia, ma sono interessati a Malpensa solo per i cargo. Perché la verità è che non è uno scalo internazionale, è poco più che un posto dimenticato dagli uomini e dai passeggeri. Vuoto, deprimente, modesto. A pochi minuti dall’una di notte ci sono sette taxi. I treni verso la città ricominceranno a circolare alle dopo le 5.43. E questo dovrebbe essere il luogo dal quale transiteranno la gran parte dei 20 milioni di turisti e visitatori che si aspettano a Milano per Expo 2015? C’è da nascondersi già da ora. O da chiudere, per manifesta inferiorità.
Giuseppe De Bellis da ilgiornale.it

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