Roma la mostra dei cento anni del K2

Italia-K2, l’album dei primi 100 anni
Fabiano Ventura, reporter e naturalista, ha riprodotto le foto scattate un secolo fa da Vittorio Sella, usando la sua tecnica. I ghiacci del Baltoro si ritirano, ma… A Roma la mostra

K2_anniversario_foto6I ghiacciai del Karakorum, in Pakistan, non sono solo un immenso blocco di terra e gelo: con i 18mila km2 che si elevano dai 3 agli 8mila metri, ricoperti di pietre scure, sono tra i pochi al mondo a non sciogliersi in fretta, ma comunque si ritirano. Vengono chiamati, forse con una sorta di timoroso rispetto, “i ghiacciai neri”, per distinguerli da quelli alpini, che, almeno fino all’altro ieri, erano costituiti per lo più da ghiaccio vero e proprio e sono definiti bianchi.

A restarne folgorato fu, un secolo fa, il fotografo Vittorio Sella, che per primo li immortalò professionalmente in un reportage. Un secolo dopo il suo cammino di artista e amante della natura è stato percorso di nuovo dal fotografo naturalista Fabiano Ventura, e di nuovo le splendide montagne che ospitano il K2 sono state fermate dall’obiettivo, rispettando le angolazioni geografiche che Sella nel 1909 aveva scelto e mettendo l’occhio umano di fronte agli effetti di un secolo di cambiamenti climatici.

Roma mette in mostra questi due viaggi all’interno di “Sulle tracce dei ghiacciai, 1909-2009: un secolo di cambiamenti climatici sui ghiacciai del Karakorum”, dal 25 febbraio al 1 aprile 2010, presso la Sala Santa Rita, in via Montanara 8. L’evento, ideato dallo stesso Ventura, porterà il visitatore alla scoperta di uno dei posti più affascinanti della terra e anche dei più misteriosi, dato che per raggiungere le vette del Pakistan ci vuole non solo molta voglia di viaggiare ma anche grande dimestichezza con la montagna. L’esposizione raccoglie i risultati della prima spedizione del progetto fotografico-scientifico “Sulle tracce dei ghiacciai”, ideato dall’Associazione Macromicro e cominciato nel 2009 tra le montagne del Karakorum per poi continuare nei prossimi anni tra Caucaso, Alpi, Alaska e Ande.

“In occasione del centesimo anniversario della spedizione del Duca degli Abruzzi – spiega l’organizzatore e fotografo Fabiano Ventura – la scorsa estate ho ripercorso insieme a un team di ricercatori le tracce dei primi fotografi-esploratori del ‘900: volevo rieffettuare gli stessi scatti del passato dalla medesima prospettiva e svolgere misurazioni scientifiche sul campo. Direi che ci siamo riusciti”.

Tutte le 40 stampe fotografiche presenti alla mostra sono state valutate da un comitato scientifico composto dal professor Claudio Smiraglia dell’Università Statale di Milano e già presidente del Comitato Glaciologico Italiano e dal professor Kenneth Hewitt, professore Emerito di Geografia e Studi Ambientali alla Wilfrid Laurier University, Waterloo, Ontario, Canada. Associate alle immagini moderne saranno esposti gli scatti in bianco e nero realizzati nel 1909 e nel 1929 da Vittorio Sella e Massimo Terzano, che hanno partecipato alle più importanti spedizioni esplorative italiane nella regione.

Saranno esposte anche otto stampe lunghe tre metri e alte 50 centimetri, realizzate con apparecchiature fotografiche professionali e ad altissima definizione. “Il nostro obiettivo è quello di coinvolgere l’opinione pubblica riguardo al tema dei cambiamenti climatici e di mostrare un tesoro che richia di essere danneggiato da una gestione delle risorse che non è più sostenibile per l’ambiente”.

I “ghiacciai neri” non sono, come detto, tra quelli più a rischio del pianeta. La loro massa, diminuita del 3% in 100 anni, diminuisce a una velocità K2_anniversario_fotodi gran lunga inferiore rispetto ad esempio a quella delle Alpi, che in un secolo hanno perso il 50% della propria massa ghiacciata. “Questi cambiamenti vanno messi in relazione alle dimensioni del ghiacciaio – spiega il geologo Smiraglia – quelli alpini sono lunghi appena 15 chilometri, contro i 60 del Karakorum, e in un secolo si sono sciolti di circa la metà. Le montagne del Pakistan hanno invece subito un cambiamento di appena 100 metri”.

Secondo l’esperto ciò è dovuto in primis al manto di pietre nere che ricopre i versanti, che fa da “coperta” ai ghiacciai, e in seconda battuta alla situazione climatica di tutta la zona, alimentata da frequenti nevicate, che paradossalmente vengono provocate proprio dal surriscaldamento climatico. “Un fenomeno anomalo insomma – conclude il geologo – la natura è più complessa di quel che si crede e questa mostra ha il grande pregio di farlo capire”.

da LA REPUBBLICA