Felix Starck tedesco che ha compiuto il giro del mondo in bicicletta

Felix Starck giro del mondo in bicicletta foto 03Felix, 17.918 chilometri in 365 giorni (e 22 Paesi): «Nessuno pensava ce l’avrei fatta»

Missione compiuta, quella di Felix. Ed esperienza indimenticabile. Quasi diciottomila chilometri, ventidue Paesi, centinaia le persone incontrate, tantissime le storie da raccontare. E tutto sulla stessa bicicletta. Nel giugno dell’anno scorso, il 24enne Felix Starck della Renania-Palatinato, Germania, è montato in sella. E, per nulla allenato, ha fatto il giro del mondo. Il suo compagno d’avventura l’ha mollato dopo tre giorni, il nonno è morto e lui s’è preso una brutta polmonite. 365 giorni dopo, il giovane tedesco è un’altra persona

Un giro del mondo lungo un anno, pedalando per 17.918 chilometri. È partito con 12.000 euro (ha venduto tutte le sue cose prima di partire, «il Mac, la macchina, il frigo»), 55 kg di bagaglio, una videocamera e un portatile. «Sono certo che il 99 per cento delle persone hanno pensato: “In quattro settimane è a Vienna, si mangia una bistecca e poi se ne torna a casa”», ha raccontato il ragazzo ai media tedeschi. Ma è andata diversamente. Non lo hanno fermato i pesanti dolori muscolari all’inizio, una brutta polmonite (presa a Budapest), la morte di suo nonno, l’amico Fynn che l’ha abbandonato dopo qualche chilometro o i poliziotti corrotti che l’hanno derubato su una strada in Cambogia. «Volevo provare a tutti che ce l’avrei fatta, da allora è stato il viaggio della mia vita»

Il mondo Felix l’ha girato davvero in lungo e in largo alla scoperta di storie e stili di vita. Un viaggio che è stato raccontato attraverso testi, immagini e video sul suo diario di bordo «pedal-the-world.com». Ha pedalato per tutta Europa, in Asia, Nuova Zelanda e Stati Uniti. A sorprenderlo maggiormente – racconta – è stata l’accoglienza ricevuta da perfetti sconosciuti, soprattutto in Nuova Zelanda. «Mi hanno accolto in casa loro, hanno cucinato per me, offerto un lavoro o chiesto se volevo restare per sempre». Oggi, a tre mesi dal ritorno in Germania, è una persona diversa.

 

(a cura di Elmar Burchia; foto Felix Starck) da corriere.it

Beppe Severgnini i treni troppo lenti metafora dell’Italia

Beppe SevergniniLENTEZZA FALSO MITO
Tutto va veloce (come i treni)

Nel 2015, con il Frecciarossa 1000, si andrà da Milano a Roma in 2 ore e 20. Bene. Perché la velocità non è solo fretta e non è sempre frenesia. E la lentezza, in Italia, è spesso un alibi per la pigrizia. a pagina39 Nel 2015 arriverà il Frecciarossa 1000, e andremo da Milano a Roma in 2 ore e 20 minuti. Qualcuno dirà che non è necessario, e si lancerà nel consueto «elogio della lentezza». Vada a ripeterlo ai passeggeri del Regionale 29075 Udine-Trieste (via Cormons): 1 ora e 22 minuti per percorrere 82 km, ma ieri avevamo venti minuti di ritardo.
La velocità non è solo fretta e non è sempre frenesia. È una condizione per vivere, lavorare e produrre nel XXI secolo. Non una condizione esclusiva: si può leggere un lungo romanzo su un treno che corre. La lentezza, in Italia, è spesso un alibi per la pigrizia. Non possiamo permettercela. Internet sta imprimendo l’accelerazione provocata, cent’anni fa, dal telegrafo senza fili, dalla radio e dagli aerei. Nessuno scriverà un nuovo Manifesto del Futurismo , nessuno vuole «uccidere il chiaro di luna». Ma qualche vecchia abitudine forse sì.
La banda larga mobile, l’alta velocità ferroviaria e alcuni strumenti diagnostici sono esempi quotidiani di rapidità: domandate a chi li utilizza se intende rinunciarvi. Se è contento d’aspettare cinque minuti per caricare un sito internet. Se vuol tornare a impiegare dieci ore per andare da Milano a Roma.
Se l’Italia si trova dov’è, e non dove dovrebbe essere, è anche per la mancanza di velocità. I bradipi nazionali sono ubiqui e astuti. Nel lavoro, nei trasporti, nelle procedure e nelle autorizzazioni: troppe cose sono rallentate. È inutile riempirsi la bocca con le opportunità per i giovani, se un ragazzo che lavora viene pagato dopo mesi (senza spiegazioni: dipende dell’umore della contabilità aziendale). Ci sono attività che richiedono lentezza: sesso e cibo, per dirne due. Slow Food , perciò, va bene. Slow Trains , Slow Reforms , Slow Jobs ? Possiamo farne a meno.

Beppe Severgnini da corriere.it

Sentenza Ue L’orario di arrivo di un aereo è quando apre il portellone e non quando tocca terra con le ruote

airbus 319 aereo incendio firenze vueling 06Il rimborso? L’orario di arrivo è quando l’aereo apre il portellone
La Corte Ue stabilisce il criterio per calcolare le ore di ritardo e chiedere la restituzione di quanto pagato per il biglietto

ROMA – Il portellone dell’aereo si apre: i passeggeri possono uscire. A volte è la fine di un incubo per chi viaggia. Da ora in poi sarà l’inizio di quello delle compagnie aeree. Già, perché, secondo una sentenza della Corte di giustizia europea, il momento che segna l’arrivo effettivo del velivolo non è l’attimo in cui le ruote toccano la pista, ma quello in cui si apre il primo portellone. Perciò, se il vostro volo ha fatto ritardo e avete intenzione di chiedere il rimborso, è bene che guardiate l’orologio quando sbucherete fuori dall’apparecchio.
La sentenza Ue interviene sul ritardo di un volo della compagnia Germanwings da Salisburgo (Austria) a Colonia/Bonn (Germania). Il velivolo in questione era atterrato con un ritardo di 2 ore e 58 minuti ed era giunto al parcheggio dopo 5 minuti. Secondo il passeggero, l’arrivo al parcheggio dopo tre ore, gli avrebbe dato diritto, in base a una precedente sentenza della Corte, a una compensazione pecuniaria di 250 euro. A parere di Germanwings invece, essendo l’atterraggio avvenuto entro le tre ore, il rimborso non era dovuto.
Potrebbe sembrare una questione di lana caprina ma non è così. Perché tra il momento in cui l’aereo atterra e quello in cui «libera» i passeggeri, subentrano fattori non sempre dipendenti dalla compagnia. La gestione del piazzale dipende da chi gestisce lo scalo, cioè il gestore aeroportuale. La guida dell’aereo fino alla sua postazione, dalla torre di controllo, dunque dall’Enav (Ente di assistenza al volo). Infine l’allestimento della scaletta e degli eventuali autobus di collegamento, oppure quello del finger , è gestito dalle compagnie (ma ormai solo quelle più grandi) o è affidato all’esterno, agli «handler», che fanno proprio questo mestiere.
Una macchina complessa, dunque, in cui le responsabilità sono suddivise. Il ragionamento della Corte Ue è un altro: «La situazione dei passeggeri non cambia sostanzialmente né quando le ruote dell’aereo toccano la pista di atterraggio, né quando l’aereo raggiunge la posizione di parcheggio, dato che essi continuano ad essere soggetti, nello spazio chiuso in cui si trovano, a diverse limitazioni. È solo nel momento in cui i passeggeri sono autorizzati a lasciare il velivolo, e in cui è dato a tale scopo l’ordine di aprire i portelloni dell’aereo, che i passeggeri cessano di subire tali costrizioni e possono in linea di massima riprendere le loro attività abituali», dunque è in questo momento che per loro cessa il danno.
«Il passeggero va tutelato – commenta per l’associazione delle compagnie Assaereo, il segretario generale Aldo Bevilacqua – ma la Corte Ue non può non tenere conto della complessità del business del trasporto aereo, penalizzando sempre i vettori». Ma le compagnie possono rifarsi su chi ha prodotto realmente il ritardo? «Contenziosi con gli handler non mancano neanche ora. Ma quando l’handler dello scalo è uno solo come si può rifarsi su di esso senza subirne le conseguenze?».

di Antonella Baccaro da corriere.it