Atlantic City sta morendo ?

Atlantic City 09Atlantic City muore, chiudono
i casinò e in 6mila perdono il lavoro
l «lungomare del vizio» negli anni ‘80 aveva superato Las Vegas,
poi il lento declino. L’errore è avere puntato solo sulle scommesse

Anche il Trump Plaza di Atlantic City chiuderà a breve Anche il Trump Plaza di Atlantic City chiuderà a breve shadow
Dalla nostra inviata, New York – I casinò di Atlantic City stanno chiudendo uno dopo l’altro: martedì mattina chi ancora gioca alla roulette al Revel verrà buttato fuori dal luccicante edificio di 47 piani. Altri due casinò, Showboat e Trump Plaza, chiudono la prossima settimana. In totale perdono il lavoro seimila persone. A gennaio ha chiuso l’Atlantic Club Casino Hotel (800 stanze).
Dal Proibizionismo ad oggi
È la fine del sogno del denaro facile della città che ha ispirato il gioco del Monopoly, la serie di HBO «Boarwalk Empire» ambientata negli anni Venti quando l’alcol fu messo fuorilegge e i fuorilegge diventarono re, e che negli Anni ‘80 e ‘90 aveva superato persino Las Vegas. Dopo un periodo di crisi durante la Seconda Guerra Mondiale il primo casinò legale, Resorts Casino Hotel, aprì nel 1978. Negli anni Ottanta diventò una delle destinazioni più visitate degli Stati Uniti, non solo dagli amanti delle scommesse ma anche da spettatori degli incontri di Mike Tyson e dagli appassionati di concerti. Ma fu nell’era del proibizionismo che il «lungomare del vizio» divenne un punto di attrazione, tra belle ragazze, gangster, politici corrotti e musica jazz. Oggi «Resorts Casino Hotel» resiste, dopo l’apertura di nuovi ristoranti. Il «Borgata» punta anch’esso sui ristoranti costosi (e sulle piscine tropicali). Alla fine potrebbero rimanere aperti otto casinò.

L’errore della città di 40mila abitanti è stato quello di puntare tutto sulle scommesse per restare a galla, scrive il Wall Street Journal. Mentre il resto del paese si riprende lentamente dalla crisi, la città va nella direzione opposta, penalizzata anche dalla concorrenza di casinò in stati vicini come Pennsylvania e Delaware. I politici, gli imprenditori e gli abitanti di Atlantic City dicono che questa situazione è peggio di «Sandy», perché almeno l’uragano a un certo punto è finito mentre questo tsunami è destinato a continuare. Il governatore Chris Christie, invece, promette di risollevare le sorti della città con un piano quinquennale.

di Viviana Mazza da corriere.it

Davide Gasparotto, direttore della Galleria Estense di Modena, è stato scelto dal Getty Museum in qualità di responsabile delle collezioni di pittura Volo negli Usa perché in Italia ci siamo arresi

davide gasparottoStorico dell’arte a Los Angeles. “Volo negli Usa perché in Italia ci siamo arresi”
Davide Gasparotto, direttore della Galleria Estense di Modena, è stato scelto dal Getty Museum in qualità di responsabile delle collezioni di pittura. “Nel nostro Paese manca l’appoggio delle istituzioni e il nostro modello demoralizza e demotiva”

Il Los Angeles Times ha dato grande risalto alla notizia che il Getty Museum ha scelto un italiano per uno dei suoi ruoli più importanti, quello di Responsabile delle collezioni di pittura. E la notizia dovrebbe interessare molto anche i nostri giornali, perché quell’italiano è lo storico dell’arte Davide Gasparotto, nato nel 1965, perfezionatosi alla Normale di Pisa, da 15 anni esemplare funzionario di ruolo nelle soprintendenze e oggi affermato studioso e brillante direttore della Galleria Estense di Modena. Si tratta di una “fuga di cervello” non dettata dalla mancanza di lavoro, ma dalla ricerca di condizioni migliori per realizzare il proprio lavoro: una scelta che dovrebbe far suonare tutti i possibili campanelli d’allarme per l’opinione pubblica e per i vertici dei Beni culturali. Ed è proprio per questo che è importante ascoltare le ragioni di Gasparotto.

Cosa vuol dire lasciare l’Italia, per uno storico dell’arte?
Non è facile. Significa lasciare una delle cose più importanti: la possibilità di vivere immersi nel tessuto connettivo che riunisce le opere al territorio, i documenti ai monumenti, i monumenti al paesaggio. Solo qua si capisce fino in fondo il senso delle opere italiane di cui mi occuperò al Getty. E a Los Angeles non mi basterà uscire di casa per trovarmi immerso nella mia materia di studio.

Qual è stato il motivo decisivo che ha comunque condotto a questa scelta? E come è diverso il mestiere di conservatore negli Stati Uniti?
È stato fondamentale ciò che in Italia non posso avere: e cioè la possibilità e la certezza di concepire, sviluppare e portare a compimento un progetto. Con tutto il necessario supporto economico, e di professionalità e saperi, da parte dell’istituzione. Il mestiere è lo stesso: si tratta di curare, conservare, esporre e far conoscere la collezione. Una collezione – ma questa è, invece, una differenza fondamentale – che andrà anche ampliata con acquisti, e cioè costruita: una grande sfida.

Quanto ha contato il vergognoso stipendio dei funzionari italiani?
Relativamente poco: tolte le grandi spese per le assicurazioni sanitarie e sociali, e quelle per la casa, il mio tenore di vita non sarà straordinariamente superiore a quello attuale.

Cosa bisognerebbe cambiare nel modello italiano di tutela?
È un modello glorioso, che però è stato reso troppo bizantino e ingessato. Un modello che deresponsabilizza e demotiva: ci vorrebbe una maggiore autonomia per tutte le strutture, ma collegata a una responsabilità vera. Con premi e avanzamenti di carriera veri per chi fa bene, e veri sbarramenti e vere censure per chi fa danni. Dei quali oggi non c’è la minima traccia.

La riorganizzazione del ministero proposta dal ministro Franceschini va nella direzione giusta?
Non sono tra i contrari, ma ho qualche dubbio. Separare il museo dal territorio presenta alcuni rischi, e una volta deciso di correrli si sarebbe potuto, e forse dovuto, andare fino in fondo. Il grande problema dei musei italiani è che il direttore non conta niente: se deve restaurare un quadro, o concederlo in prestito, deve chiedere l’autorizzazione al suo capo, il soprintendente. E questo la riforma non ha avuto il coraggio di cambiarlo. Se i musei saranno diretti da storici dell’arte (come accade in America e come dovrà continuare ad accadere anche qua), allora devono avere una vera sovranità anche per la tutela.

A quali condizioni tornerebbe in Italia?
A due condizioni. La prima è che si torni a investire nelle risorse umane per i beni culturali. Cosa che nessuna riforma ha fatto, e nemmeno questa fa. Lascio colleghi spesso di straordinaria professionalità, ma anche straordinariamente frustrati da un’amministrazione incapace di valorizzare il suo più importante capitale. E la seconda condizione sarebbe che la primaria funzione del patrimonio culturale torni a essere la ricerca e l’educazione. Come accade ai musei americani, e come da troppo tempo non accade più da noi. Il fine statutario del museo Getty è fare research and education (ricerca ed educazione). Noi l’abbiamo dimenticato.

da Il Fatto Quotidiano del 27 agosto 2014 di Tomaso Montanari