Archive for U.S.A.

Jan
31

Il Golden Nugget Hotel di Las Vegas

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LAS VEGAS, HOTEL SUPERLUSSO CON GLI SQUALI

LAS VEGAS – Un parco acquatico per temerari, contro le statistiche che dicono che una delle fobie più difusse è quella di essere aggrediti da uno squalo. Il Golden Nugget Hotel di Las Vegas, un resort extralusso affiancato ad uno dei più prestigiosi casinò della città del peccato, presenta un’attrazione per gli appassionati delle vacanze ad alto tasso adrenalinico.

Squali tigre, bianco, martello e tante altre specie circondano i temerari che decidono di lanciarsi nello scivolo dell’acquario. Molti l’hanno già ribattezzato lo scivolo più pauroso del mondo, anche se i rischi sono prossimi allo zero, visto che il cliente sarà circondato da una spessima protezione in acrilico.

Un parcogiochi da ricchi, per il quale l’hotel ha già speso oltre 20 milioni di dollari, che segue le già famose cascate artificiali. Insomma, un centro d’attrazioni studiato per i turisti dal portafoglio pasciuto amanti del rischio finto.

da leggo.it

Categories : alberghi, U.S.A.
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Obama semplifica i visti turistici per gli Usa a Cina e Brasile

Barack Obama vuole semplificare i visti turistici internazionali con l’obiettivo di incrementare il numero dei visitatori negli Stati Uniti provenienti dai mercati emergenti, Cina e Brasile in primis.

Il presidente americano avrebbe annunciato, durante una visita al Walt Disney World – secondo quanto riferito dal quotidiano Orlando Sentinel -, un ordine esecutivo per facilitare il processo e accorciare i tempi per il rilascio dei visti turistici internazionali, considerati, allo stato attuale, onerosi per gli Usa.

L’amministrazione Obama sarebbe pertanto intenzionata a nominare altri 100 consoli per il Brasile e la Cina, al fine di ridurre i tempi di elaborazione dei visti e per attuare anche un programma ‘low-risk’ per velocizzare i transiti dei visitatori negli aeroporti americani.

“Questi sforzi fanno capire che il turismo rientra nella nostra strategia di creazione di posti di lavoro”, ha affermato un portavoce della Casa Bianca allo stesso giornale. La decisione è stata accolta con favore dalla U.S. Travel Association, che stava cercando di instaurare un nuovo dialogo con il Governo statunitense per migliorare le politiche in maniera da portare più viaggiatori internazionali.

“Ogni 35 visitatori internazionali ai quali diamo il benvenuto negli Stati Uniti – ha dichiarato Roger Dow, presidente e ceo della U.S. Travel Association – si genera un posto di lavoro in America”.

da TTGITALIA.COM

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Grand Canyon. Niente scavi per 20 anni

Da Obama il veto ventennale. No a nuove concessioni per l’apertura di miniere e scavi nelle zone limitrofe, come accaduto nell’era Bush. Esultano gli ambientalisti, protestano i repubblicani
Sospiro di sollievo per il Grand Canyon, l’icona del turismo naturale americano. Il presidente Barack Obama ha infatti deciso di bloccare per altri vent’anni l’autorizzazione a nuove miniere di uranio lungo il milione di acri che circonda il canyon. In alcune zone del parco la contaminazione da uranio è 10 volte superiore ai livelli federali, un dato sul quale – verosimilmente – ha pesato l’attività umana.

Il piano anti-miniere è stato fortemente osteggiato dai repubblicani (secondo i quali l’autorizzazione creerebbe migliaia di posti di lavoro), ma per una volta sembra aver vinto il buon senso e il rispetto per uno dei posti più spettacolari della Terra. La decisione è stata comunicata ieri presso la sede della National Geographic Society di Washington DC, durante la presentazione di un nuovo film dedicato al parco nazionale del Grand Canyon.

L’annuncio è stato affidato al segretario di Stato per gli Affari Interni, Ken Salazar, che nel 2009 – dopo l’insediamento di Barack Obama – aveva fermato temporaneamente l’autorizzazione di nuove concessioni minerarie. “Questo blocco è la mossa più giusta per un territorio unico al mondo”, ha dichiarato Salazar nel corso della presentazione del film. “Il Grand Canyon è un tesoro mondiale, per le tribù indiane questa terra è sacra e oltre venticinque milioni di persone contano sulle acque del fiume Colorado come risorsa idrica”.

La mossa del team di Obama è stata accolta con soddisfazione dai vari gruppi ambientalisti che si occupano della tutela del Grand Canyon, secondo i quali il presidente ha avuto il coraggio di andare avanti con il piano malgrado la forte opposizione dei repubblicani e dell’industria mineraria. “Nonostante le pressioni significative, Obama ha scelto di non accontentarsi di una via di mezzo”, ha detto ad esempio Jane Danowitz del Pew Environment Group.

La misura comporterà il veto su nuovi scavi, ma non avrà effetti sulle circa 3.000 concessioni minerarie attorno al canyon. Gli scavi alla ricerca di uranio aumentarono notevolmente durante gli ultimi anni della presidenza Bush, quando la crescita dei prezzi portò a un’impennata di nuove concessioni nel Nord Arizona. Allora si propose anche di riaprire vecchie miniere adiacenti al canyon, un’idea che – vista oggi – sembra lontana anni luce.

Il cambiamento di rotta registrato durante la presidenza Obama deriva da un’osservazione molto semplice: poiché non siamo ancora in grado di stabilire l’impatto degli scavi sull’ecosistema del canyon, è meglio essere prudenti e avere le idee più chiare su quale sia un livello di rischio accettabile. Il Grand Canyon, d’altronde, è una fonte di reddito enorme: attrae ogni anno più di 4 milioni di turisti e genera un’attività economica che si aggira attorno ai 3,5 miliardi di dollari. Di più: ben quattro Stati, nonché città del calibro di Phoenix e Los Angeles si basano sul Colorado River per il rifornimento di acqua potabile.

“Come accadde per i nostri antenati, non sappiamo come le generazioni future trarranno giovamento e beneficio da questo posto”, ha detto Salazar. “Questa è solo una delle tante ragioni per cui saggezza, cautela e scienza devono guidare la nostra protezione del Grand Canyon, un paesaggio iconico che abbiamo il dovere di preservare”.

di Giulia Belardelli da repubblica.it

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C’è un pezzo di Italia all’Isabella Stewart Gardner Museum (IGM) di Boston dove fra qualche giorno sarà inaugurata una nuova ala realizzata dall’architetto Renzo Piano. Appuntamento il 19 gennaio con la riapertura ufficiale del museo dopo i lavori e con nuove esposizioni, ancora nel segno del tricolore.

Nato nel 1903 per opera della collezionista e filantropa da cui prende il nome, Isabella Stewart, e ispirato al Poldi Pezzoli di Milano, l’IGM è una dimora-museo che ospita un’ampia collezione di opere d’arte, nonché manufatti e disegni architettonici europei ed americani della sua fondatrice. Oltre 2.500 le opere d’arte custodite, fra cui ad esempio il primo dipinto di Matisse acquistato da un museo americano. Per la sua realizzazione sono stati investiti 118 milioni di dollari, impiegati per realizzare una performance hall, spazi educativi, una nuova entrata, il negozio del museo, il caffè con la cucina, la serra e altri spazi ancora (www.gardnermuseum.org).

Realizzato nel 1901, l’edificio richiama lo splendore dei palazzi rinascimentali italiani veneziani e l’aggiunta per mano di Renzo Piano è una vera e propria estensione del museo nel Fenway Cultural District, una sorta di quartiere delle arti di Boston in cui si trova non a caso anche il Museo di Belle Arti (mappa). La nuova ala firmata dall’architetto italiano si è resa necessaria per soddisfare l’aumento di visite, circa 200 mila l’anno, e ospiterà una Special Exhibition Gallery e servizi per il visitatore.

Tra le esposizioni che saranno presentate con l’inaugurazione in grande stile del prossimo 19 gennaio ce ne sono due che ‘parlano’ italiano: sono i lavori di Luisa Lambri, che viaggia il mondo fotografando interni architettonici e che ha realizzato degli scatti del Gardner Museum e della nuova ala di Piano; e i lavori di Stefano Arienti le cui installazioni potranno essere ammirate all’esterno della nuova ala. L’artista presenta un lavoro temporaneo per la facciata della nuova ala dove Renzo Piano ha costruito uno spazio di 11 metri d’altezza per circa cinque metri di larghezza per installazioni artistiche.

Da Ansa.it

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Negli Usa i detriti dello tsunami giapponese
I primi «reperti» approdano sulla spiaggia di Neah Bay
Il mare restituisce di tutto, dai galleggianti ai frigoriferi

WASHINGTON – I primi detriti dello tsunami giapponese sono arrivati sulla costa occidentale degli Stati Uniti. Due settimane fa sono stati trovati dei «reperti» – tra questi un grosso galleggiante – sulla spiaggia di Neah Bay, nella parte più estrema dello stato di Washington. Altri oggetti sono stati recuperati nella vicina British Columbia, in Canada. Secondo gli esperti, che hanno elaborato una proiezione al computer, è possibile che entro la prossima primavera tonnellate di detriti raggiungeranno le coste statunitensi, dall’Alaska fino al sud della California.
LA MASSA – Su quanto sarà grande questa «massa» esistono valutazioni diverse: quella minima parla dai 5 ai 20 milioni, quella più allarmata arriva fino a 100 milioni. In base ai calcoli il galleggiante, spinto da venti e correnti, avrebbe percorso circa 16 miglia marine al giorno, toccando la sponda americana nove mesi dopo il disastroso terremoto che ha sconvolto il Giappone. La velocità media di un detrito è stata calcolata in 7 miglia, anche se alcuni possono arrivare fino a venti (ovviamente con condizioni meteo favorevoli).

I RESTI DEL SISMA – Il sisma dopo aver seminato distruzione sulla terra ferma ha spinto in mare di tutto. Barche, pezzi di aerei, strutture e qualsiasi cosa sia in grado di galleggiare. Qualche esperto non ha neppure escluso che possano essere rinvenuti anche dei resti umani. In particolare i piedi «chiusi» in scarpe da ginnastica in quanto rimangono più facilmente in superficie. E ciò potrebbe portare a nuovi casi di «piedi mozzati» sulle coste canadesi, un mistero che fino ad oggi ha portato al recupero di una dozzina di arti inferiori nell’area di Vancouver. Le autorità sono in allerta da tempo sull’arrivo dei detriti e ci sono state delle segnalazioni anche se molto distanti dalle coste occidentali Usa. In settembre una nave russa ha intercettato, a 480 chilometri a nord ovest delle Hawaii, una barca portata via dallo tsunami nella regione di Fukushima. Un paio di giorni dopo sono stati ripescati un frigorifero e una tv.

Guido Olimpio da corriere.it

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