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La Mole Antonelliana e la collana tricolore di luci

Tre cornici quadrate di luce, composte da led di colore verde, bianco e rosso. E’ lo speciale collier che la Mole Antonelliana si è regalata per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia. Una sontuosa installazione luminosa che doveva accendersi soltanto domani sera, per dare il via ai festeggiamenti in diretta su Raiuno, durante il programma di Pippo Baudo e di Bruno Vespa. Invece è bastata una prova tecnica di dieci secondi per permettere al fotografo di Repubblica, Alessandro Contaldo, di immortalare in anteprima il tanto atteso “collier” tricolore. Nel resto della galleria, i lavori per posizionare le luci negli scatti di Matteo Boero

da repubblica.it

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Torino visita ai luoghi del Risorgimento

Torino, i luoghi della nostra storia

Dal Sangone al largo Po, l’itinerario “risorgimentale” attraverso la prima capitale italiana. Strade, palazzi, statue, portici, targhe, caffè: tutto è una citazione dell’Unità

Travolto da una corrente di ricordi. Così Edmondo De Amicis voleva che si sentisse il viaggiatore italiano che approdava a Torino. Lo scriveva nel 1880, con due decenni di Regno d’Italia sulle spalle e le battaglie risorgimentali in archivio, ma ancora vive. Sognava si potesse vedere Carlo Alberto affacciato alla loggia di Palazzo Reale mentre bandiva la Guerra d’Indipendenza. E che sotto i portici ancora s’incontrasse il conte Cavour che andava al Ministero. E poi D’Azeglio, Balbo, Brofferio, Gioberti. E Vittorio Emanuele che attraversava la città in carrozza. La notizia è che i ricordi sono stati travolti dalla corrente e dall’oblio. E però si sono incagliati nella quotidianità. Si sono fatti panorama, paesaggio, strade, palazzi, facciate, monumenti. Basta pulire la patina dagli occhi per notarli.

Il Risorgimento a Torino, restituito in spirito e mattoni, va da Mirafiori a Barriera di Milano, dal Sangone al Po. È uno spazio oltre che un tempo. Una città nella città. Il suo Aleph, il punto di partenza è corso Marconi. C’entra sempre corso Marconi con la storia di Torino, anche prima che qui s’impiantasse la tolda di comando degli Agnelli. Il punto esatto, in verità, si trova dove il corso è ancora uno slargo, accanto alla stazione di Porta Nuova. Allora non si chiamava Marconi, c’era la chiesa di San Salvario e nel marzo del 1821 scoppiarono i moti carbonari guidati da Santorre di Santarosa. Gli insorti chiedevano a Vittorio Emanuele I di concedere la costituzione e liberare l’Italia. Il sovrano abdicò in favore del fratello Carlo Felice, che si trovava a Modena. Assunse la reggenza il giovane principe Carlo Alberto, che appoggiava gli insorti. Tutto finì in dieci giorni. Appuntamento con la Storia rinviato. A distanza di due secoli, in largo Marconi, un obelisco ricorda: “Qui l’11 marzo 1821/ fu giurata la libertà d’Italia./ Il 20 settembre 1870/ il voto fu sciolto in Roma”.

Con il tempo, Santorre di Santarosa è diventato una via e un istituto tecnico; Carlo Felice, una piazza davanti alla stazione; Carlo Alberto, una via e una piazzetta ormai pedonalizzate e un monumento equestre fra Palazzo Carignano e la Biblioteca nazionale. Vittorio Emanuele I, restauratore assolutista, è solo un ponte che unisce piazza Vittorio Veneto e la Gran Madre. Non distante, saldo in riva al Po si erge Giuseppe Garibaldi. Dà le spalle al fiume, la spada appoggiata al ginocchio, e guarda via dei Mille che gli si apre davanti.

Via dei Mille è pieno Risorgimento, fra via Mazzini e via Cavour. Quando risuona questo nome, bisogna fermarsi tutti, far pausa, perché a Torino l’immagine, il santino, la foto ricordo del Risorgimento tutto porta la sua faccia. In centro lo trovi ovunque. All’impareggiabile Tessitore sono dedicati una piazza con alberi e prati, una via, un palazzo barocco dove nacque e morì – oggi rinomata sede espositiva-, il più antico liceo classico della città, un tavolo al Ristorante del Cambio, dove mangiava e riceveva abitualmente, un massiccio monumento allegorico e un bed & breakfast. Vittorio Emanuele II, re d’Italia, si accontenta di un corso e una statua in cima a una colonna.

Tornando a Garibaldi: è in un palazzo di via dei Mille, quando ancora si chiamava contrada di San Lazzaro, che il generale nel 1859 arruola volontari per il corpo dei Cacciatori delle Alpi. A due passi di distanza viveva in esilio il patriota ungherese Lajos Kossuth, di fronte agli attuali Giardini Balbo, in ricordo di Cesare Balbo, patriota confederale.

Ha anche una via tutta sua, l’Eroe dei due Mondi, la prima pedonalizzata in città. Elegante, commerciale, collega due piazze storiche: Piazza Statuto, che celebra la concessione dello Statuto Albertino nel marzo 1848, e Piazza Castello, dove troneggia Palazzo Madama, accrocchio di stili e di epoche, sede del Senato Subalpino, già casa-forte degli Acaja, ora cassaforte del cuore di Torino, della sua Storia e delle sue storie, fasti, splendori e miserie, ben più del vicino Palazzo Reale.

Per importanza risorgimentale, Palazzo Madama cede il passo solo a Palazzo Carignano, il luogo dove sono nati Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II, dove si riunivano i deputati del Regno Sardo, dove il 18 febbraio 1861 si è aperto il primo Parlamento italiano, dove ha sede il Museo del Risorgimento. E forse anche a qualche caffè, come il Nazionale e il Fiorio, entrambi in via Po, dove si incontravano democratici, liberali, moderati, ex giacobini, e circolavano le notizie dall’estero, così che Carlo Alberto, Vittorio Emanuele e Cavour erano soliti chiedere: “Che si dice oggi al Fiorio?”. Si commentavano le nuove idee liberali; si leggeva in anteprima lo Statuto Albertino; si cantava ciò che era stato composto non lontano da lì, in via XX Settembre.

Nella casa di Lorenzo Valerio, patriota e politico ingiustamente dimenticato, a lungo capo dell’opposizione a Cavour, una sera del novembre 1847 il tenore e maestro di cori Michele Novaro musicò i versi di Goffredo Mameli, e nacque l’Inno d’Italia, che risuonò la prima volta in via Rossini 8, indirizzo del Teatro Gobetti. A proposito di Gobetti: dura fino a lui il Risorgimento a Torino, giornalista, intellettuale, antifascista, perseguitato dal regime, rivoluzionario liberale, nato nel 1901, morto a Parigi nel febbraio del 1926.

Il centro studi che porta il suo nome è in via Fabro 6, dove visse, a un passo da corso Siccardi, ministro della Giustizia del Regno di Sardegna che nel 1850 propose le leggi per abolire i privilegi del clero. Due passi più in là, attraversata via Garibaldi, c’è piazza Savoia, intesa come regione francese, non come dinastia, dove sorge un obelisco. Celebra l’abolizione del Foro ecclesiastico. Porta incisi i nomi dei comuni che hanno finanziato l’opera. Sepolti ai suoi piedi, ci sono i numeri della Gazzetta del Popolo usciti nel giugno 1850 che parlano del monumento, alcune monete, un chilo di riso, un chilo di sementi, una bottiglia di barbera e un pacco di grissini. Sulla base campeggia l’unica scritta leggibile: “La legge è uguale per tutti”.

di Gian Luca Favetto da repubblica.it


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Visitare il Museo Egizio di Torino

Il Museo Egizio costituisce un vero vanto per la città di Torino: è stato infatti il primo al mondo per fondazione e cede il passo solo al Museo del Cairo per dimensione e importanza delle collezioni.

La storia del Museo ha inizio ufficialmente nel 1824 quando Carlo Felice di Savoia acquistò dal console di Francia in Egitto, Bernardino Drovetti, un’ampia collezione di opere che grazie a un’equipe di studiosi e archeologi si è ampliata ulteriormente fino a raggiungere ben 30.000 pezzi.

In realtà i Savoia avevano dimostrato uno spiccato interesse per l’affascinante cultura egizia già da prima: nel 1630 questa famiglia aveva acquistato il Gabinetto di curiosità dei Gonzaga, che venne sistemato nell’Università di Torino.

Questo nucleo originario si arricchì ulteriormente di pezzi nel ‘700 per interessamento di un professore di Botanica dell’Università di Torino, Vitaliano Donati, la cui opera venne proseguita da Drovetti.

La collezione di Drovetti acquistata dai Savoia con gli anni aumentò sempre più grazie all’interessamento di Ernesto Schiaparelli che divenne direttore del Museo nel 1894. Schiaparelli e dopo di lui Farina fino agli anni ‘30 promossero numerosi scavi in loco che hanno portato alla scoperta e all’acquisizione di reperti risalenti al periodo tra il 4000 e 31 a.C., anno in cui l’Egitto passò all’impero romano e provenienti da Giza, Gebelein, Eliopoli, Assuan, Valle delle Regine….
Così sono passati al museo i meravigliosi reperti rinvenuti nella tomba violata della regina Nefertari, la donna prediletta di Ramses II,  e il naos di Sethi I un monumento per il culto del Ra a Eliopoli.

Nel 1966 il Museo si è arricchito del tempietto scavato nella roccia da Thutmosi III nel 1430 a.C. a Ellesjia:  l’Egitto intendeva ringraziare l’Italia per essersi adoperata perché i monumenti nubiani non fossero sommersi dal lago Nasser.
E attualmente il museo è un vero e proprio santuario della civiltà egizia.

Il percorso espositivo è stato studiato appositamente per consentire una migliore e più agevole comprensione di questo mondo affascinante e ricco di mistero. Le raccolte, infatti, affrontano diversi argomenti e sono distribuite su tre piani: al pian interrato si trovano esposti reperti degli scavi ad Assiut, Gebelein, Qau El-Kebir.

Al piano terra è stato collocato il tempio di Ellesiya e i numerosi reperti relativi alla statuaria, tra cui autentici capolavori come le statue di Ramses II, dei faraoni Thutmosi III e Amenhotep II. Qui ammirerete la statua della principessa Redi, risalente al 2800 a.C, la più antica del museo.

Al primo piano troverete interessanti testimonianze sulla pittura funeraria: tra gli esempi più significativi sono le pitture di Iti, tesoriere del re nel 2100 a.C. o il ciclo pittorico della tomba di Maia (XVIII dinastia).
Troverete numerosi vasi canopi utilizzati per la conservar le viscere dei defunti, numerosi amuleti per l’aldilà, statuine funerarie.
Particolare attenzione meritano i sarcofaghi, finemente lavorati, dentro i quali sono state ritrovate numerose mummie di dignitari e gente comune,, ma anche di animali sacri (falchi, pesci, tori, ibis, gatte, babbuini, coccodrilli).

Troverete infinite testimonianze di varie attività che quotidianamente si svolgevano: dalla tessitura alla caccia, alla pesca, al gioco.
Ovviamente una delle più importanti testimonianze della civiltà egizia è rappresentata dalla scrittura:ammirerete l’affascinante sistema di geroglifici dipinti su papiri, sulle bende delle mummie. Potete leggere atti di processi, vendite di beni, formule sacre per propiziarsi il regno dei morti come si evince dal libro dei morti).

E dato che la maggior parte dei reperti proviene da tombe, non vi stupirete di incontrare numerose steli funerarie.

Insomma per tutti coloro che desiderano prendere un volo aereo per Torino per visitare una delle più belle città italiane, una visita al museo egiziio è una tappa obbligata oltre che un viaggio entusiasmante nei millenni.

Veronica da ilcomuneinforma.it