Michele Serra se l’argine è ben mantenuto regge alla piena, se no si squarcia e arriva l’alluvione. l’abbandono a se stesso del territorio italiano, se non per depredarlo o spiaccicarci sopra altro cemento, è gravemente patologico

michele serraL’AMACA del 07/11/2014
COSÌ come l’asfalto va riparato o rifatto, l’intonaco di quando in quando ripreso, il legno nutrito e trattato, l’argine ha bisogno di essere controllato e risistemato. La parola “manutenzione” dice tutto, è antica e modernissima al tempo stesso, nelle sue vaste competenze rientrano la vanga come il computer, il piccone come la telecamera. Riguarda ogni manufatto umano, dalla casa più umile al ponte più ardito niente può reggere a lungo senza la manutenzione, ovvero la cura dell’uomo sull’ambiente nel quale vive, sia esso naturale o artificiale. Bisognerebbe domandarsi, ma davvero, sulla base di quale patologia culturale, politica, economica si è via via perduta una così elementare cognizione, che appartiene agli individui così come alla collettività: se l’argine è ben mantenuto regge alla piena, se no si squarcia e arriva l’alluvione.

Se il terrazzamento viene rappezzato, i campi sono ben drenati, i passaggi delle acque sono mantenuti pervi, la montagna non frana, o frana assai meno. Non servono direttive europee, algoritmi economici, raffinatezze tattiche o strategiche, per capirlo: lo capisce anche un bambino. Ripeto, dunque, che l’abbandono a se stesso del territorio italiano, se non per depredarlo o spiaccicarci sopra altro cemento, è gravemente patologico. Siamo malati, ci serve una diagnosi, la cura sarà di conseguenza.

Da La Repubblica del 07/11/2014 michele serra via triskel182.wordpress.com

Massimo Gramellini Genova e Questa specie di Stato

genova alluvioneQuesta specie di Stato

Non starò a farvi venire il mal di testa con il rimpallo di accuse che ha contraddistinto il comportamento delle autorità alluvionate di ogni ordine e grado durante la giornata di ieri, mentre i genovesi erano per strada in silenzio a spalare. La solita catena burocratica in cui un potere scarica le colpe su un altro potere al fine di allontanare da sé ogni responsabilità.

Se ho capito bene, ma credo che non l’abbiano capito nemmeno loro, chi avrebbe dovuto dare l’allarme lo ha dato in ritardo, chi avrebbe dovuto reagire all’allarme non aveva preparato alcun piano d’azione, chi avrebbe dovuto ripulire e fortificare i torrenti già esondati in un passato fin troppo recente non ha potuto farlo per un impedimento amministrativo che però il tribunale competente sostiene essere stato superato da mesi.

La sensazione è la solita: quella di un Paese non governato e forse ingovernabile, dove i cittadini sono abbandonati a se stessi, la prevenzione è una parolaccia, tutti pensano soltanto a pararsi il fondoschiena e nessuno chiede mai scusa. Pressappochismo, disorganizzazione e paralisi burocratica, il tutto condito con una spruzzata di arroganza. Cambiano le generazioni e, purtroppo, la frequenza delle alluvioni, ma il menu di Genova ricorda desolatamente quelli di Firenze, del Polesine, di Messina. Di ogni tragedia «imprevedibile» che da secoli mette prevedibilmente in ginocchio questa specie di Stato.

Da La Stampa del 11/10/2014.  massimo gramellini

Gli europei sono fatti, facciamo l’Europa

leuropa-secondo-gli-inglesiLettera aperta (e sincera) a un cittadino della Germania
Un nuovo ceto medio continentale ormai esiste, ma le istituzioni non sono all’altezza. Servono meno burocrazia, più chiarezza e un’immagine diversa

Mi è capitato recentemente di andare a un matrimonio nelle Langhe. La sposa, insegnante elementare, era italiana, torinese per la precisione. Lo sposo, chimico, era tedesco. Si sono conosciuti grazie a un Erasmus in Inghilterra. Lui ha cercato lavoro in Italia per un anno, distribuendo curriculum cui nessuno ha mai risposto. Ha poi trovato in Germania, a Colonia, dove adesso vivono. Lei ha preso il suo brevetto in tedesco e comincerà tra poco a lavorare in una scuola materna. Al matrimonio, assai festevole, sono arrivati tutti, italiani e tedeschi, con addosso gli stessi vestiti, italiani, e a bordo delle stesse macchine, tedesche. Tutti a proprio agio alla cerimonia, tutti con l’aria di trovarla assolutamente normale, identica a quella che sarebbe stata in Germania, in Francia o in Inghilterra. A tavola hanno chiacchierato di quel che facevano, di serie televisive e di libri (americani però), delle proprie vacanze e di quali tra i voli low cost tra Italia e Germania fosse in realtà il più conveniente e andasse nei posti più strani. Alcuni tedeschi parlavano italiano — da bene a così così —, nessun italiano parlava tedesco, ma molti se la cavavano con quel poco o tanto di inglese che sapevano. Si sono tutti capiti benissimo. Non solo, ma, e questo è davvero il punto fondamentale, non c’e’ stata estraneità, quel guardarsi intorno smarrito e cauto in cerca dei propri simili, quel gradino di diffidenza che ancora fino a pochi anni fa ci sarebbe di sicuro stato.
Fino a pochi anni fa l’idea di essere tra di noi, di eguaglianza e di parità, era proprio o di gruppi professionali o di élite intellettuali. Adesso è diventato senso comune. O, per meglio dire, senso comune per un nuovo ceto medio, più giovane, più civile e più allargato. Per il nuovo ceto medio europeo. Che non equivale di certo all’insieme o anche solo alla maggioranza degli europei (in mezzo miliardo di persone c’è ovviamente di tutto…), ma che è la parte più attiva, più proiettata in avanti, quella che sarà senza ombra di dubbio la spina dorsale del domani.
Sono gente simpatica questi nuovi europei. Gente pratica, con i piedi per terra (dài e dài, l’economia ce l’hanno nel sangue). Ma anche gente curiosa. Che è un modo diverso di essere colta, schivando la vecchia e arrogante retorica dei colti di professione. Gente che ha risolto in concreto, personalmente, il problema della doppia appartenenza al proprio Paese e all’Europa. Il proprio Paese sono le proprie radici, l’Europa è il proprio orizzonte, il terreno in cui misurarsi.
Insomma, gli europei sono qui, sono già arrivati, inutile andare a cercarli. Quel che non c’è, a dire il vero, è l’Europa. O perlomeno un’Europa degna di questi europei. Non si può chiamare Europa quello sferragliante convoglio in perenne viaggio tra Bruxelles e Strasburgo, quel coacervo di istituzioni ammonticchiate le une sulle altre di cui nessuno, se non chi ne è parte, sa dire le precise competenze. In tempi di vacche magrissime per tutti è ora anche qui di semplificare, di sfrondare. E di risparmiare. Che credibilità potrà mai avere l’Europa che chiede riforme se non è capace di riformare se stessa? Poi occorre chiarezza: non trasparenza, che è un concetto nebuloso, chiarezza. Sulle due questioni essenziali, della cessione — e dunque sulla distribuzione — di sovranità e sul comando. La Banca centrale europea e la Germania hanno diritto di rivendicare l’una e l’altro, cioè l’egemonia. Ma in che misura e in che modo? Abbiamo già fatto la colossale sciocchezza di varare un’unione monetaria senza un’unione fiscale. Cerchiamo di non farne altre.
Infine un po’ di cura all’immagine, al marketing. Nessun prodotto è stato trattato peggio dell’Europa. Quelle terrificanti fotografie uso scolastico di una trentina o cinquantina di ignoti in cui ognuno va a cercare il proprio congiunto, Renzi nel nostro caso. Quelle sinistre riprese di tavoli chilometrici coperti da valanghe di carte con gli dèi dell’Europa che bisbigliano e si danno di gomito. Quel nero sbattere di portiere da cui i medesimi dèi escono contorcendosi, ma con eroici sorrisi. Si può fare qualcosa di meglio. Coraggio. Gli europei sono fatti, facciamo l’Europa

di Gian Arturo Ferrari da corriere.it