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Mappata per la prima volta la superficie lunare

Ottenuta la prima mappa topografica lunare

Renato Sansone

Anche se la luna è il nostro vicino più prossimo, la conoscenza della sua morfologia è ancora limitata. A causa di limiti strumentali delle precedenti missioni, una mappa globale della topografia della Luna ad alta risoluzione non era mai esistita fino ad ora. Il team scientifico che sovrintende il sistema di imaging a bordo del Lunar Reconnaissance Orbiter (LRO) della NASA, ha rilasciato la carta topografica della Luna ad una risoluzione mai creata in precedenza.

Questa nuova mappa topografica, mostra la forma della superficie e le caratteristiche su quasi l’intero satellite, con una scala dei pixel vicini ai 100 metri. Una singola misura di elevazione (un pixel) è circa delle dimensioni di due campi di calcio posti accanto. Grazie alla fotocamera LRO Wide Angle e al Lunar Orbiter Laser Altimeter (LOLA), gli scienziati possono ora rappresentare con precisione la forma della luna per intero e ad alta risoluzione.

“La nostra nuova visione topografica della luna fornisce il set di dati che gli scienziati lunari hanno aspettato fin dall’epoca Apollo“, spiega Mark Robinson, ricercatore capo del Lunar Reconnaissance Orbiter Camera (LROC) dalla Arizona State University di Tempe. “Possiamo ora determinare come la crosta si sia deformata, capire meglio la meccanica di un cratere da impatto, indagare la natura delle funzioni vulcaniche, e capire al meglio informazioni future per le missioni future sulla Luna, robotiche e umane.”

Chiamata Global Lunar DTM (GLD100), questa mappa è stata creata sulla base di dati acquisiti da WAC LRO, che fa parte del sistema di imaging LROC. Il sistema di imaging LROC è composto da due telecamere Narrow Angle (CNA) per fornire immagini ad alta risoluzione, e dal WAC, che fornisce immagini ad alta risoluzione in sette bande di colore su una griglia di 57 km.

Il WAC è uno strumento relativamente piccolo, tanto che il montaggio molto semplice si svolge nel palmo di una mano. Poiché la distanza tra le orbite equatoriali è di circa 30 km non vi è sovrapposizione completa di tutto il percorso intorno alla Luna in un mese. Utilizzando tecniche di fotogrammetria digitale, un modello del terreno può essere calcolato dalla sovrapposizione stereo. La carta topografica copre il 98,2% dell’intera superficie lunare. A causa di persistenti ombre vicino ai poli, non è possibile creare una mappa completa alle più alte latitudini.

“Raccogliere i dati e la creazione la nuova mappa topografica è stata un enorme sforzo di collaborazione tra il progetto LRO, la squadra LOLA, la squadra LROC in ASU e in Germania presso il DLR“, dice Robinson. “Non potrei essere più soddisfatto della qualità della carta. E’fenomenale, e la ricchezza dei dettagli dovrebbe ispirare i geologi lunari in tutto il mondo per gli anni a venire!”.

Effetti grafici come quelli di rendere più evidenti le altezze orografiche attraverso colori differenti, permettono agli scienziati di vedere la superficie da prospettive molto diverse, fornendo un potente strumento per interpretare i processi geologici che hanno modellato la luna.

L’attuale modello incorpora il primo anno di immagini catturate, ma c’è un altro anno di dati che possono essere aggiunti alla soluzione. Queste immagini stereo supplementari non solo contano di migliorare la nitidezza (risoluzione) del modello, ma anche di colmare le lacune molto piccole che esistono nella mappa attuale.

Anche la squadra LROC ha fatto piccoli miglioramenti al modello di distorsione della fotocamera e il team di LOLA ha migliorato la nostra conoscenza della posizione del veicolo spaziale nel tempo. Questi passaggi di prossima generazione miglioreranno ulteriormente la precisione della prossima versione del modello LROC GLD100 topografico della luna. La sonda LRO è gestita dal NASA Goddard Space Flight Center di Greenbelt, nel Maryland.

da METEOWEB.EU

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Nel 2020 New York sarà completamente sommersa dalle acque ?

New York, tra 10 anni potrebbe essere sommersa da una «tempesta perfetta»
Per l’innalzamento del mare dovuto al riscaldamento climatico non resisterebbe a un uragano

La tempesta perfetta sommergerà New York tra un decennio. Non è lo scenario apocalittico raccontato dall’ennesimo film fantascientifico che si sta girando a Hollywood, ma quello che realmente potrebbe accadere alla Grande Mela secondo ClimAID, lo studio scientifico portato a termine da studiosi della Cornell e della Columbia University e commissionato dal New York State Energy Research and Development Authority. La ricerca afferma che a causa del riscaldamento climatico e dell’innalzamento del livello del mare, la Città-che-non-dorme-mai tra un decennio, potrebbe essere sommersa dalle acque non appena si verificherà la prima forte tempesta. Lo stesso studio invita gli amministratori a prendere adesso le necessarie precauzioni per evitare in futuro una tragedia di portata immane.

Il rapporto di 600 pagine, pubblicato mercoledì, sembra non lasciare scampo a New York. I cittadini dovrebbero cominciare ad accettare l’idea che nei prossimi decenni avranno estati più calde, inverni con più neve, ma soprattutto gravi inondazioni che provocheranno effetti devastanti sull’ambiente e sulle comunità che vivono nella capitale economica degli Usa. In meno di un’ora – si legge nello studio – un terzo delle strade di New York potrebbe essere invaso dalle acque e queste a loro volta potrebbero inondare molti tunnel che portano a Manhattan. Proprio il territorio più celebre e ricco della Grande Mela sarebbe quello più minacciato dalle inondazioni e di conseguenza più in pericolo: «L’innalzamento del livello del mare dovuto al cambiamento climatico potrebbe lasciare Manhattan pericolosamente esposta alle inondazioni durante forti tempeste. Ma l’intera città dovrebbe subire le conseguenze del riscaldamento climatico».

La situazione non migliorerebbe nella decade successiva. Anzi, con toni ancora più catastrofisti, il rapporto segnala che nel 2020, se non si farà nulla per frenare il rapido scioglimento dei ghiacciai polari, le acque attorno a Manhattan e Long Island potrebbero innalzarsi fino a 25 cm, mentre nel 2050 l’aumento del livello del mare potrebbe arrivare a un metro. In questo scenario è facile immaginare cosa potrebbe accadrebbe a New York, recita il report. La maggior parte dei tunnel, delle metropolitane, delle autostrade e delle ferrovie che attraversano il Bronx e passano sotto il fiume Harlem e sotto l’East River sarebbero inondate in meno di un’ora. Il sistema dei trasporti potrebbe essere bloccato per più di un mese.

I ricercatori hanno impiegato più di due anni per portare a termine lo studio e sembra che Michael Bloomberg, sindaco di New York, sia rimasto molto impressionato dalle conclusioni della ricerca. Alla fine il rapporto presenta diversi suggerimenti e invita gli amministratori a prendere provvedimenti per limitare i danni. Tra questi quello da adottare subito è la decisione di evitare lo sviluppo urbanistico nelle zone costiere e nelle zone pianeggianti attraversate dai fiumi: «I rischi e le conseguenze sono enormi», dichiara Art DeGaetano, climatologo alla guida del team di 50 scienziati che hanno partecipato allo studio. «Naturalmente aree della città che oggi sono molto popolate diventeranno inabitabili con l’innalzamento del livello del mare».

Tuttavia secondo DeGaetano se New York non si fa trovare impreparata e in questi anni segue i suggerimenti presenti nel rapporto, il cambiamento climatico si potrebbe trasformare in un’opportunità: «Se vogliamo che New York rimanga così com’è, questo studio dimostra che il futuro è tetro», dichiara il climatologo al New York Times. «Ma il cambiamento climatico offre anche opportunità. Ci aspettiamo ad esempio che lo Stato di New York resti un territorio ricco d’acqua. Noi potremmo capitalizzare questa risorsa mentre altre parti del Paese saranno affette da una grave siccità».

Francesco Tortora

da CORRIERE.IT

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Lampi ed eruzioni vulcaniche : c’è una correlazione ?

Eruzioni vulcaniche: allerta rapida osservando i lampi
Scienziati divisi sull’utilità: bene solo per quelli isolati alle alte latitudini

Il vulcano Cleveland, che si trova in Alaska e precisamente nell’arcipelago delle Aleutine, ha ricominciato a far parlare di sé. Una cupola di lava posta sul bordo del suo cratere, osservata via satellite, fa aumentare il rischio di un’imminente esplosione. Come cautelarsi da questa drammatica eventualità?

Dato che si tratta di una zona lontana dai sismografi e dai centri abitati (il primo villaggio è a 80 chilometri e conta circa 18 residenti permanenti) è stato attivato il chiacchierato World Wide Lightning Location Network (Wwlln) che, rilevando le scariche elettriche prodotte dalle ceneri e dai gas emessi dal vulcano, può dare un pre-allarme tempestivo di un’imminente eruzione esplosiva. C’è chi dice che sarà utile e c’è chi dice che non servirà a nulla.

«Il sistema può avere potenzialità nel caso del vulcano Cleveland, perché si trova ad alte latitudini dove è facile poter distinguere i segnali provenienti da un’eruzione vulcanica piuttosto che da un temporale», sostiene Gianfilippo De Astis, ricercatore presso l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. «Ciò detto, è ancora un sistema giovane e poco testato. Per poterlo realmente considerare efficace occorre avere una statistica di casi in cui è stato utilizzato».

Lo stesso ragionamento devono averlo fatto gli esperti della World Organization of Volcano Observatories (Wovo), la Commissione speciale della Iavcei (International Association of Volcanology and Chemistry of Earth Interior): riunitisi a settembre a Erice, in Sicilia, per scambiarsi i dati tra 50 osservatori vulcanologici del mondo, compresi quelli italiani, nessuno ha parlato di questo sistema.

Il network, che si avvale di 40 sensori sparsi in città di Usa, Giappone, Europa, controlla circa 200 vulcani posti soprattutto nel Pacifico e nella penisola russa della Kamchatka. Si avvale del rilevamento dell’attività dei fulmini (cioè dell’attività elettrica) che si verifica in un raggio di pochi chilometri intorno a un vulcano ai fini di allertare le autorità e le comunità dei residenti dell’inizio di un’eruzione esplosiva nonché della possibile formazione di nubi di ceneri che possono disturbare il traffico aereo. Il sistema è basato sulla scoperta di un «nuovo» tipo di fulmine chiamato explosive phase lightning, provocato dalla fuoriuscita di ceneri e gas del vulcano e identificato per la prima volta da un gruppo di ingegneri elettronici e di fisici dell’atmosfera durante l’eruzione vulcanica del St.Augustin, avvenuta in Alaska nel gennaio del 2006.

Tali fulmini, che si verificano quando sta per iniziare un’eruzione, emettono dei segnali radio transienti a frequenza molto bassa (chiamati sferics) che viaggiano nell’atmosfera e possono quindi essere identificati. Un sistema di ricevitori sincronizzati permette di registrare e riportare su un diagramma bidimensionale fatto di righe verticali e orizzontali di colore diverso le sferics captate. La triangolazione dei dati consente la localizzazione delle aree sorgente e l’invio di comunicati, sms o email di allerta alle autorità competenti. In altre parole, una volta identificato il fulmine come proveniente da un’eruzione, il Wwlln manda automaticamente un’allerta al servizio geologico statunitense, di solito prima che la nube di ceneri vulcaniche si sia formata e cominci a essere dispersa in atmosfera dando problemi ai voli aerei.

Gli studiosi statunitensi lo hanno lanciato come un network acquisito solo un anno fa. Prima avevano eseguito nuove registrazioni delle attività elettriche, e il loro monitoraggio, durante l’eruzione del Redoubt in Alaska nel marzo 2009. Successivamente i ricercatori d’oltre oceano avevano registrato i fulmini 3-D emessi nell’eruzione dell’Eyjafjallajökull, avvenuta in Islanda in aprile-maggio 2010: in quell’occasione avevano osservato cariche positive e negative nella colonna di ceneri in sollevamento e misurato le «scintille» con dispersione verticale e lunghezza di poche centinaia di metri. Il miglior successo conseguito dal network è stato quello osservato nell’ottobre 2010 applicandolo all’attività elettrica del vulcano Shiveluch in Kamchatka: allora era stato possibile dare l’allerta un’ora prima dell’eruzione, in un tempo considerato significativamente già buono per poter contattare le autorità e provvedere all’evacuazione dei residenti.

Il problema essenziale del sistema è quello di avere difficoltà nel distinguere tra un fulmine derivante da un’eruzione vulcanica e un fulmine associato a perturbazioni atmosferiche, tempeste e temporali che emettono gli stessi segnali radio. Questo inconveniente viene di solito risolto con il buon senso: se una sferics proviene da una zona vulcanica dove è montato il sistema, allora si dà l’allerta. Ciò rende il sistema «vulnerabile» e poco efficace a latitudini tropicali ed equatoriali, dove la fenomenologia atmosferica è complicata da tifoni, uragani: in queste zone non è stato neppure montato.

In Italia non si usa. Nel nostro Paese è stato studiato un sistema integrato di early warning per il vulcano Stromboli nell’ambito di un progetto partito nel 2007 e terminato nel 2009 eseguito dall’Ingv in accordo con la Protezione civile. Tuttavia non ha apportato significativi miglioramenti perché consentiva di lanciare un’allerta giusto due o tre minuti prima dell’eruzione, un tempo troppo irrisorio per poter pianificare un’emergenza. Nella nostra nazione i progetti di questo tipo sono momentaneamente sospesi e in corso di rilancio. In Italia, grazie a osservatori posti alle pendici del vulcano, sismografi in grado di captare cinque o sei diversi precursori e stazioni metereologiche su tutta la penisola, non è necessario sviluppare subito un sistema di early warning tipo quello americano anche se sarebbe possibile: i bassi costi della sua messa a punto potrebbero essere un ottimo stimolo per affiancarlo a sistemi già esistenti.

Manuela Campanelli

da CORRIERE.IT