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Maltempo Roma sotto la neve
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Maltempo: Roma paralizzata, scambio di accuse tra Alemanno e Protezione civile
”Qui siamo noi ad accusare. Io sto diffondendo il bollettino meteo della protezione civile che parlava” solo ”di 35 millimetri di neve su Roma giovedi”’. Cosi’ il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, accusa la Protezione Civile di inadeguatezza delle previsioni meteo dopo il caos che si e’ venuto a creare nella Capitale a causa delle fittissime nevicate, che hanno paralizzato i trasporti pubblici e privati della citta’. Il sindaco chiede che venga isituita ”una commissione d’inchiesta perche’ non c’e’ un servizio di previsioni adeguato”. A stretto giro di posta e’ arrivata la replica del Dipartimento della Protezione civile che, si legge in una nota, ”aspetta con fiducia la Commissione di inchiesta invocata dal sindaco Alemanno, nella quale produrra’ tutte le registrazioni del Comitato Operativo che si e’ svolto nella serata di giovedi’ 2 febbraio, allargato per l’occasione a Roma Capitale, al quale ha partecipato lo stesso sindaco. Dalle registrazioni traspare chiaramente come il sindaco avesse pienamente compreso la situazione previsionale”. ”Per le interlocuzioni avute nella serata e nella nottata”, prosegue la Protezione Civile, dopo che la situazione era degenerata, ”si registrano, al contrario, alcuni dubbi sulla adeguatezza del sistema anti-neve della capitale. Stupiscono ulteriormente le affermazioni del sindaco dal fatto che, anticipatamente, aveva sospeso le attivita’ didattiche; inoltre sull’home page del comune di Roma si legge ‘come previsto dai bollettini meteo, le precipitazioni nevose hanno investito anche la Capitale’. Un ripensamento?”. Inoltre, prosegue la Protezione civile entrando nel dettaglio delle previsioni meteo diffuse giovedi’, ”i 35 mm di cui parla il sindaco sono contenuti nelle previsioni giornaliere che il Centro Funzionale Centrale del Dipartimento ha inviato nei giorni scorsi al Centro Funzionale della Regione Lazio, dove, crediamo, lavorino tecnici ed esperti capaci di leggere tali dati. I 15-35 mm sono riferiti a cumulate di precipitazione di acqua equivalente: i tecnici, che leggono le previsioni e le traducono in informazioni intelligibili per tutti, sanno bene che 1 mm di acqua corrisponde a circa 1 cm di neve. Quindi, i 15-35 mm, se riferiti a neve, si trasformano in centimetri”. Inoltre, conclude la nota, ”e’ bene sottolineare che il Dipartimento non ha competenza sulla vidimazione dei piani comunali di protezione civile, anche perche’ sarebbe complicato farlo su 8.092 comuni; i dubbi sull’adeguatezza, stante le rassicurazioni del Comune giunte anche attraverso i media, non sono sorti prima del verificarsi dell’evento calamitoso, ma nella fase della sua applicazione”.
Roma nel 2011 più di 5 milioni di persone hanno visitato i Musei Vaticani
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Musei Vaticani, superati i 5 mln visitatori
Paolucci, siamo nel gotha mondiale ma numeri obbligano a cambiare
I Musei Vaticani nel 2011 hanno superato per la prima volta la soglia dei cinque milioni di visitatori: alla mezzanotte del 31 dicembre scorso risultavano entrati nei musei del Papa, nell’arco dell’anno, 5.078.004 persone.
Il “muro del suono”, definisce quello dei cinque milioni di visitatori l’anno il direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci, che sull’Osservatore Romano parla di “un dato oggettivamente impressionante”. “Basti dire – sottolinea lo storico dell’arte ed ex ministro dei Beni culturali – che gli Uffizi, la galleria d’arte antica più celebre e più frequentata d’Italia, riesce a ospitare in un anno ‘soltanto’ un milione e mezzo di persone”.
I grandi capolavori artistici raccolti dai Papi in 500 anni di vita dei Musei (l’atto di nascita si fa risalire al 1506, quando papa Giulio II Della Rovere fece acquisire il gruppo scultoreo del Laocoonte appena ritrovato in una vigna sul Colle Oppio), le mirabili Stanze di Raffaello, la gloria della Cappella Sistina, portano sempre più i Vaticani nel ristretto ‘gotha’ dei musei mondiali.
“In Europa – dice ancora Paolucci – i Vaticani giocano il confronto con il Louvre (di gran lunga il museo più visitato con i suoi otto milioni e mezzo di biglietti staccati), con il British di Londra, con l’Hermitage di San Pietroburgo, con il Prado di Madrid”. I Musei del Papa, insomma, appartengono a quella limitatissima cerchia di grandi poli espositivi, “non più di dieci” in tutto il mondo, che “funzionano come attrattori fatali, irrinunciabili, per i migranti del turismo cosiddetto ‘culturale’”: “tale è la loro fama, legata ai nomi mitici di Raffaello e di Michelangelo e, in misura non minore, al prestigio e alla suggestione rappresentati dalla Sede Apostolica, da giustificare una affluenza annuale oggi misurabile in più di cinque milioni di persone”.
I grandi numeri, però, sono proprio il dato che oggi costringe a cambiare la “filosofia della tutela”, e proprio i cinque milioni rappresentano la “soglia” in questo senso. Il direttore Paolucci annuncia che “il servizio di custodia andrà sempre più qualificato, aggiornato, professionalizzato”. Si dovranno inoltre utilizzare “le più avanzate tecnologie digitali e telematiche” per garantire la massima efficacia “alla protezione del patrimonio”. I servizi di accoglienza (caffetteria, ristorazione, punti vendita di libri, cartoline e souvenir) dovranno “servire al meglio un popolo così vasto e differenziato di utenti”.
Va ancora potenziata e qualificata l’offerta didattica, affinché i visitatori “possano capire quello che vedono”: ecco quindi i percorsi conoscitivi già attrezzati (anche per ipovedenti e non udenti) e la nuova segnaletica. Va infine affrontata l’usura “inevitabile” delle strutture, delle sale di esposizione, dei pavimenti e delle stesse pareti affrescate: da qui le campagne di spolveratura delle opere e manutenzione dei percorsi per attutire gli effetti della massiccia “pressione antropica” sulle collezioni. “Insomma siamo consapevoli – rassicura Paolucci – che entrare nel ‘club dei cinque milioni’ significa per i grandi musei del mondo affrontare problemi fino a ieri incogniti e sperimentare inedite soluzioni”.
Un’ulteriore soddisfazione per i Musei del Papa è anche la valutazione dell’osservatore internazionale Cultor College, che li ha collocati al terzo posto nel mondo dopo il Louvre e il Metropolitan di New York, con un punteggio che tiene conto della notorietà delle collezioni, il fascino dell’ambiente, la qualità dell’accoglienza, la professionalità dei servizi. Un piazzamento sul podio che peraltro Paolucci si augura “di riuscire a consolidare e a migliorare ulteriormente”. “Abbiamo le risorse, le energie e i talenti per riuscirci”, garantisce.
di Fausto Gasparroni da ansa .it
Gli scavi sotto Piazza Navona L’ecole Francais
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Cosa c’è sotto Piazza Navona
La storia finora sconosciuta di uno dei luoghi più famosi di Roma. Ritrovamenti importanti e scoperte storiche venute alla luce grazie a l’École Française Un’architettura innovativa, che oggi definiremmo “minimalista”, caratterizzava il luogo per spettacoli più elegante del mondo antico”. Così Jean-François Bernard, archeologo e architetto dell’E'cole Française a Roma, definisce la struttura dello Stadio di Domiziano, la cui forma contrassegna piazza Navona. E precisa: “La cavea, che ospitava 30 mila spettatori, era sostenuta da pilastri che riducevano le murature all’essenziale. In questo modo gli spostamenti all’interno diventavano più agevoli e l’insieme era inondato di luce”.
E’ una delle nuove chiavi di lettura che, accanto a importanti ritrovamenti e ricerche storiche, si inserisce nel progetto che l’E'cole sta portando a termine con un’équipe di circa 40 studiosi. Tutto ha avuto origine, nel 2005, dalla ristrutturazione di un edificio dell’istituzione francese, con ingresso sulla piazza al numero civico 62. Su iniziativa dell’allora direttore Michel Gras, dallo studio del palazzo la prospettiva si è allargata all’insieme dello spazio urbano, per metterne in relazione l’evoluzione architettonica e sociale. E così, uno dei luoghi più emblematici dell’identità romana può ricomporre a 360 gradi le sue trasformazioni grazie al finanziamento speciale dell’Agenzia delle Ricerche francese. Chapeau.
La documentazione raccolta amplia le conoscenze e mette in discussione dati acquisiti, con una scoperta straordinaria che “l’Espresso” può mostrare in esclusiva. Durante la pulitura dei vani sotterranei (350 mq) sono comparse parti significative dell’ambulacro centrale dello Stadio, i cui spazi erano stati riutilizzati in modo inaspettato. Verso il quinto secolo si era infatti installato un laboratorio dove i marmi recuperati dalle vicinanze venivano tagliati per creare pavimenti intarsiati. Per terra gli archeologi hanno trovato 3.500 frammenti (con alcuni pezzi di stucchi decorativi) provenienti da opere architettoniche rilevanti, dal momento che erano state utilizzate pietre provenienti dalle cave imperiali: “pavonazzetto” della Frigia, “giallo antico” africano, “cipollino verde” della Grecia.
Gli artigiani a un certo punto abbandonarono l’atelier; ma altri romani, più tardi, tornarono negli stessi ambienti in cerca di protezione. Per i loro morti. A sorpresa, sono spuntate 16 sepolture del tipo “a cappuccina”, risalenti al Sesto secolo, che contengono i resti di uomini e donne adulti e sono prive di corredi funerari. Finalmente, con tali rinvenimenti, si può colmare uno iato storico: il periodo tra la tarda romanità e l’alto Medioevo. Non si sapeva infatti granché dei secoli trascorsi tra l’abbandono dello Stadio e l’arrivo dell’Abbazia di Farfa, che alle soglie dell’anno Mille divenne proprietaria dell’area.
La rarità di testimonianze nel periodo successivo lascia supporre invece un altro genere di occupazione: la trasformazione del piano superiore in abitazioni, per “abusivi” ridotti sul lastrico. Erano tempi duri per Roma, che vedeva ridursi sempre più il numero degli abitanti. Non si può escludere che il differente impiego degli spazi sia riconducibile a momenti di particolare gravità, come i saccheggi da parte dei Visigoti e dei Vandali. A differenza delle popolazioni rurali, senza difese di fronte alle scorrerie nemiche, gli abitanti della città potevano sfruttare come protezione l’eredità materiale del passato.
Che è servita pure in seguito, anche se in modo diverso: il calcestruzzo del primo secolo costituisce l’ossatura delle costruzioni moderne, come ha rivelato la scoperta di un grande blocco di travertino che sostiene un muro, al primo piano dell’edificio dell’E'cole.
Questa è la funzione urbanistica, nascosta, dello Stadio, mentre si precisano fasi basilari della sua storia: da monumento perfetto, per solidità e raffinatezza, a ricovero di ogni genere, fino a diventare il recinto in pietra di una discarica nauseabonda. La prima emergenza rifiuti che conosciamo da fonti ufficiali.
In quella che era stata l’arena, per secoli si accumularono i resti delle concerie, tintorie e macellerie situate tra il lato nord dello Stadio e il Tevere. Fu il Comune di Cola di Rienzo, nel 1363, a vietare per primo l’immondezzaio con una legge, ma senza risultati. “Se nella normativa successiva si continuano a citare le “cose fetide” che riempivano il Campo, doveva essere un’ardua impresa venirne a capo”, racconta Orietta Verdi, vicedirettore dell’Archivio di Stato, che ha concentrato le sue indagini sulla viabilità e l’edilizia tra ’400 e ’500. “Per porvi fine si deve arrivare al 1477, quando il papa Sisto IV decise, con un bando, di installarvi un mercato”.
di Marisa Ranieri Panetta da espresso.it
Foto di Emiliano Mancuso per l’Espresso
Borghese mostra a Roma dei marmi venduti a Napoleone
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Borghese, i marmi ritrovati
Tornano a casa dopo due secoli le statue vendute a Napoleone
Scipione Borghese, l’iniziatore della collezione di famigliaIl monumentale Vaso Borghese troneggia al centro della sala d’ingresso della Galleria fatta costruire nel 1613 dal cardinale Scipione per ospitare l’imponente collezione di opere di pittura e scultura. Per collocare il grande cratere di scuola neoattica, gli organizzatori della mostra hanno dovuto sfrattare la Paolina del Canova nella stanzetta adiacente. Vi resterà per quattro mesi, per tutto il tempo dell’esposizione che ha visto tornare a casa, dopo duecento anni, sessanta delle 695 opere che nel 1807 Camillo Borghese, marito di Paolina, accettò di vendere al cognato Napoleone Bonaparte. All’epoca, la raccolta iniziata da Scipione contava 2.200 pezzi: una foresta di statue, come l’aveva definita Bernini. Il trasloco della principessa valeva la pena, perché adesso quelle sculture hanno ripreso all’interno del museo il posto che occupavano dalla fine del Settecento, quando l’architetto Antonio Asprucci rielaborò l’allestimento della collezione su incarico del principe Marcantonio IV.
Antonio Canova contestò la vendita della collezione a NapoleoneAsprucci dispose i maggiori capolavori della raccolta al centro di ogni sala, raccordando l’intero tema decorativo dell’ambiente, dalle pareti alla volta, all’iconografia del gruppo scultoreo. Così ora si può ammirare, con una certa emozione, il Vaso decorato con scene dionisiache al centro di un girotondo di statue che raffigurano Livia, Tiridate, Pertinace, Achille (detto Ares Borghese), Adorante. E un Mercurio con la testa rifatta da Agostino Penna, secondo il gusto dell’epoca che imponeva di integrare le parti mancanti dei reperti archeologici. Così nell’Ermafrodito dormiente, replica romana di un originale greco, si possono osservare tre diverse mani di artisti in tre tempi diversi. La mano antica che scolpì la figura dell’Ermafrodito; quella del Bernini che fu incaricato di creare il materasso di marmo su cui adagiare la statua rinvenuta tra il 1617 e il 1618 durante i lavori promossi dal cardinale Scipione nel monastero di Santa Vittoria; quella del restauratore Vincenzo Pacetti che nel ’700 scolpì le due sfingi alate che sorreggono il letto. Il dormiente giace nella Sesta Stanza, che è un po’ il cuore hard della mostra, a causa dell’altro Ermafrodito, detto Stante, perché eretto, anche sotto le vesti che femminili che solleva fino alla vita, inclinando il corpo all’indietro. Ritrovato nel 1781 nella vigna Pasqualoni a Monte Porzio e considerato troppo sconcio per essere mostrato, viene ora esposto davanti all’armadio in cui Marcantonio lo teneva nascosto «per decenza».
Tra i capolavori del pianoterra, da non perdere la Stanza del Moro, dove è tornata la statua da cui prende il nome. Amatissimo da Scipione, a lungo esposto a Versailles, questo Moro antico in marmo nero e alabastro orientale era considerato prezioso per la grande abilità dimostrata nel lavoro dei marmi policromi, durissimi. Hanno riottenuto i propri capolavori anche la Stanza delle Tre Grazie e la Stanza del Centauro, al primo piano del Museo. Nella prima, le giovani ancelle di Venere dialogano con la Madonna del Botticelli e con le donne di Raffaello. Nella seconda, il Centauro cavalcato da Amore sembra librarsi in volo, preda della palpitante leggerezza delle alucce del putto.
Le sessanta opere arrivano dal Louvre, dove è esposto il resto della collezione venduta da Camillo all’imperatore per tredici milioni di franchi. La stima venne fatta da Ennio Quirino Visconti, antiquario famoso, che in un primo momento calcolò il valore commerciale dei pezzi in sei milioni. L’incremento del prezzo, che raddoppia in meno di un anno, si deve al fatto che Camillo non aveva alcuna fretta di vendere e in più doveva mettere in conto i lavori di restauro della Galleria che dopo la rimozione delle opere era ridotta a un cantiere. Alla fine però furono versati solo 8 milioni della somma pattuita, il resto venne parzialmente coperto dalla cessione al principe Camillo del feudo di Lucedio, presso Vercelli, lo stesso dove il suo figlioccio, Camillo conte di Cavour, si eserciterà un paio di decenni più tardi come agricoltore.
Lauretta Colonnelli da corriere.it
Due francesi incidono il loro nome sul Colosseo ferati e denunciati a piede libero
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Il Colosseo “ferito” dai loro nomi incisi, pagheranno i danni
Roma – Sorpresi dai carabinieri mentre incidevano il proprio nome su un pilastro del Colosseo, una coppia di giovani turisti francesi è stata fermata e denunciata a piede libero a Roma per deturpamento e imbrattamento di cose di interesse storico. È accaduto ieri pomeriggio, secondo quanto si legge in un comunicato del Comando provinciale dell’Arma. Verso le 15 i due ragazzi, di 25 anni, mischiati tra la folla dei turisti intorno al monumento, hanno usato una penna a scatto come punteruolo per incidere i nomi su un pilastro dell’Anfiteatro Flavio, una scritta lunga circa 10 centimetri. I carabinieri della stazione Roma Celio, impegnati in controlli nell’ambito del dispositivo `Natale sicuro´, li hanno visti e bloccati. I due rischiano ora di dover risarcire il danno causato al Colosseo.
«Gravissimo, inaccettabile e vergognoso il gesto compiuto dalla giovane coppia di turisti francesi a danno dell’Anfiteatro Flavio». Lo afferma l’assessore alle Politiche culturali di Roma, Dino Gasperini, commentando il gesto compiuto dai due ragazzi sorpresi ad incidere il loro nome su un pilastro del Colosseo.
«Ringrazio i carabinieri della stazione Roma Celio per essere intervenuti tempestivamente – continua Gasperini – e mi auguro che, per imparare la lezione ed essere di esempio, i due giovani siano ora condannati anche a risarcire il danno. Con le Acli, Legambiente e altre associazioni stiamo per dare seguito al progetto di una mobilitazione positiva della società civile per tutelare i beni culturali, patrimonio dell’umanità che tutti dobbiamo imparare a difendere e proteggere».
da ilsecoloxix.it




























