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Panama : vivere Bocas del Toro

Bocas del Toro. L’anima caraibica di Panama
Un arcipelago tropicale, disegnato da splendide spiagge di sabbia bianca, imponenti foreste di mangrovie e colorato dall’irresistibile atmosfera dei “mari del Sud”

di Anita Zechender

La giungla, regina incontrastata, invade le spiagge orlate da canneti e mangrovie. Gli occhi corrono sui confini del sole, che sembra tratteggiare in lontananza ciò che l’uomo definisce infinito. Siamo nella provincia di Bocas del Toro, nello stato del Panama, a soli 32 km dal Costa Rica, una terra di confine che ospita sei splendide isole coperte da fitte foreste, una moltitudine di isolotti disabitati e il primo parco marino istituito a Panama: il Parque Nacional Marino Isla Bastimentos. Quando Cristoforo Colombo giunse sull’arcipelago di Bocas del Toro, durante il suo ultimo viaggio nel Nuovo Mondo, rimase affascinato da questo luogo meraviglioso, tanto da battezzare con il proprio nome alcune terre ed è così che nacquero: Isla Colón, Isla Cristóbal  e Bahía de Almirante.

Furono i bucanieri poi, a sceglierla come loro alcova per riparare le navi, costruirne di nuove con il legname delle foreste tropicali e cibarsi delle tartarughe, che da quelle parti andavano a nidificare. In lontananza, una vasta barriera corallina segna il confine con il regno marino, dove innumerevoli pesci tropicali raccontano della loro vita all’oceano. Essere a Bocas, significa respirare la tipica atmosfera caraibica, dove odori dolciastri, fanno da cornice a vestiti coloratissimi, che delineano le sinuosità di donne belle come l’ebano. Se si ha voglia di assaggiare una squisita Pepper Sauce, è il caso di recarsi in uno dei cafè più rinomati del luogo: il Lili’s Cafè, dove la proprietaria ha saputo unire l’essenza dell’Africa ai sapori piccanti del Centro America.

I locals, ritrovano tra le isole la loro storia e la mostrano ai turisti con orgoglio e soddisfazione, è per questo che in una delle numerose escursioni in barca, non sarà difficile ascoltare quelle leggende, che raccontano di chi, in tempi immemori, comprò alcune tra le scogliere più belle dell’isola, in cambio di una bottiglia di vino rosso. Su quelle rocce frastagliate, oggi sorgono delle ville meravigliose, che contrastano con le casette di legno colorato, dove amache ciondolanti si chinano al volere del vento. Le onde oltre le barriere offuscano l’orizzonte, così chi dispone di una tavola da surf e di un’anima irrequieta come quelle acque, potrà sfidarle o immergersi, per ammirare un mondo sottomarino, ancora incontaminato, al ritmo degli spot (luoghi dove frangono onde surfabili). Tratti di litorale deserto, permettono alla fantasia di celebrare terre ancora vergini, mentre la ragione suggerisce di andarle a visitare, prima che i bulldozer continuino a disboscare vaste zone naturali per  fare posto ai moderni resort. L’isola più grande è Isla Colón, dove ha sede il capoluogo di provincia Bocas del Toro, una deliziosa cittadina di case di legno, costruite dalla United Fruit Company agli inizi del XX secolo.

L’atmosfera allegra di Bocas sembra contagiare chiunque, è forse per questo che oltre ai caraibici e ai sudamericani, molti stranieri l’hanno scelta come loro residenza. Il ritmo tra le sue vie è lento e rilassato, tanto che molti spiriti viaggiatori, decidono di intrattenersi qui qualche giorno in più, se non per tutta la vita. I terreni a basso costo l’hanno reso un luogo dove investire ma la forte anima tradizionale, si erge ancora incontrastata, correndo controcorrente rispetto al mondo e ostacolando così il diffondersi dei fast food e del turismo di massa. Seguendo le tracce delle stelle marine, si arriverà a Boca del Drago, una placida spiaggia, situata sul versante occidentale di Isla Colón, dove lasciarsi andare al dolce tepore del sole, fare uscite di snorkeling per gustare la bellezza del suo litorale, che per la mancanza di forti moti ondosi, è uno dei più sicuri dell’arcipelago.

Allontanandosi con una barca, a soli dieci minuti, le palme paradisiache di Isla Bastimentos, dipingono un mondo immaginario, dove le tartarughe marine, tracciano, lente e ritmate, le loro orme, sulle spiagge selvagge della costa settentrionale. Osservando la costa meridionale invece, isolotti di mangrovie e vaste barriere coralline, dipingono il volto del Parque Nacional Marino Isla Bastimentos. Il principale insediamento dell’isola, è la vecchia città caraibica di Old Bank,  la cui storia inizia con gli albori dell’industria bananiera. Il suono del silenzio, cambia con lo scorrere delle ore e nell’infrangersi delle onde, che celano a volte pericolose correnti di risucchio, si ascolteranno parole in gali-gali, la lingua creola della Provincia di Bocas, che combina l’inglese afro-antillano, lo spagnolo e l’idioma degli Ngöbe-Buglé, un popolo indigeno, che vive nel villaggio chiamato Quebrada Sal (Ruscello Salato), oltre la foresta. Poco distante da Isla Colón, sorge, come una piccola gemma dove regna pace e relax,  Isla Carenero, il cui nome deriva dal termine “carenare”, cioè capovolgere la barca ed eseguire lavori di pulitura o anche di riparazione. Quando i piedi fatti di sabbia toccano le rive cristalline, il confine tra reale e irreale si dissolve e per un attimo sembra svelarsi il centro del mondo.

Isla Solarte, Isla Popa, Cayo Coral, Cayos Zapatillas, Isla Cristóbal e Isla de los  Pájaros, sono punti di terra cristallizzati tra reef corallini, dove lo sguardo si piega dinanzi alle danze solenni dei delfini. Sulla costa si intravede una grande barca con la scritta “Chiquita”, è proprio qui, nella terra di Changuinola, che nascono le famose banane e dove attraverso il vicino canale, vengono trasportate ai rispettivi imbarchi, per farle assaporare al mondo. Mentre bradipi, lontre, caimani, iguana e manati (questo è uno dei pochi habitat del Centro America per loro), trascorrono le ore tra la fauna di Humedal de San-San Pond Sak, nel Bosque Protector Palo Seco, una magnifica rainforest ospita uccelli, armadilli ed i rumori lontani delle dispettose scimmie.

A Las Delicias, in una zona collinare, nel mezzo di una foresta lussureggiante, sarà possibile assaggiare un buon pranzo a base di pesce fresco, preparato dalla piccola comunità indigena del luogo, fare una passeggiata a cavallo o uscire in barca lungo i fiumi Sixaola e Yorkin. Nel Parque Internacional La Amistad a Wesko, dichiarato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, vivono ancora alcuni gruppi indigeni, tra i quali:  i Bribri e i Naso (chiamati anche Teribe). Questi ultimi, a differenza dei Kuna, degli Emberà e di altri popoli, non possiedono una loro comarca (regione autonoma), è questo il motivo per cui sembrerebbe che in tutto il Panama, ne siano rimasti solo pochi milioni. Parlando con alcuni anziani della tribù (quasi tutti sono bilingue e parlano il naso e lo spagnolo), si potrà ancora ascoltare l’eco degli Indios Conejos, esseri ricoperti di pelo bianco, con strisce scure sul dorso. E sarà proprio in quel momento, che si svelerà l’anima di Bocas, quando nel fitto della giungla, si materializzeranno antiche parole e tra le felci secolari del Centro America, sembrerà di vedere uomini alti come nani o simili a giganteschi conigli.

da REPUBBLICA.IT

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Panama

In gita Con la Barca di Al Capone a Panama

Panama. In gita sulla barca di Al Capone
La barca si chiama Isla Morada. Con i suoi 100 anni esatti, è la più vecchia imbarcazione in servizio stabile sul Canale di Panama, avendo cominciato a navigare, come Santana, nel 1912. Attrezzata con 5 camere di lusso, finì per attirare le attenzioni del famigerato gangster Al Capone, che negli anni del proibizionismo la utilizzava per trasportare whisky e rhum da Cuba e dalla Repubblica Domenicana fino a un punto d’approdo di Key West, in Florida. Requisita dalla Us Navy durante la seconda guerra mondiale, fu poi riacquistata da privati e ribattezzata con il nome attuale. Dal 1960 è di stanza a Panama, impiegata come “imbarcazione d’appoggio”, come “taxi” per trasportare i turisti su tratte brevi. Da qualche anno, un tour operator locale, la Canal and Bay Tours, l’ha accorpato nella sua piccola flotta di imbarcazioni che portano gli ospiti delle grandi navi da crociera dal Pacifico ai Caraibi attraverso il Canale

da kataweb.it

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carnevale Panama

Il carnevale di Panama 2012

Sensualità & business. Panama sfida Rio

Solo nella capitale sono attese 300 mila persone per il Martedì grasso, dopo 4 giorni di celebrazioni. Obiettivo: essere all’altezza dei rivali brasiliani. Un paese in festa, anche per il boom economico

Folclore e business si fondono per le strade di Panama City in festa per il Carnevale. I carri allegorici, con le regine di bellezza vestite secondo le più antiche tradizioni, sfilano tra le sagome dei grattacieli di cinquanta piani. Scuole e uffici pubblici restano chiusi per quattro giorni, mentre nei cantieri del boom edilizio si lavora anche di notte. Decine di migliaia di persone si abbandonano al rito locale delle mojaderas – potenti getti d’acqua lanciati sulla folla che balla – mentre negli uffici del centro si vedono scene da piccola Manhattan. Perché Panama è un raro mix di contraddizioni. E la sua festa più importante, il Carnevale, ne è uno specchio.

Regine e principesse. C’è la bellezza femminile al centro del Carnevale di Panama. E la festa, che dura da venerdì al Martedì grasso, parte proprio con la Coronacion de la Reina, l’incoronazione di una “regina”: una Miss, che sarà presente a tutte le celebrazioni, accompagnata da due principesse. Quest’anno lo scettro è andato a una diciottenne che possiamo definire una figlia d’arte, visto che nella sua famiglia in passato ci sono state altre regine, in varie città del Paese. Si chiama Estefania Mora e la sua proclamazione è avvenuta in un assedio di telecamere e teleobiettivi, come da copione. Lei, a partire da sabato, è alla testa di una sfilata di 25 carri per le vie della città. Con il tema della parata che cambia ogni sera. E l’Autorità del turismo che segue anche i dettagli delle manifestazioni.

Ma a Panama il Carnevale non è certo un’esclusiva della capitale. Le altre feste di grande richiamo sono a Penonomé, dove la sfilata dei carri avviene lungo il fiume; e a Las Tablas dove due strade della città – Calle Arriba e Calle Abajo – si sfidano con altrettante regine rivali: la battaglia è combattuta a colpi di esibizioni, abiti e troni costosi e la popolazione arriva a tassarsi per contribuire.

Mix a sorpresa. Al di là delle particolarità locali, c’è un rito però che accomuna il carnevale in tutte le città di Panama: i culecos o majaderas, vale a dire abbondandanti getti d’acqua sparati da camion cisterna sulla folla riunita a ballare o ad ascoltare l’esibizione di qualche artista. Acqua mediamente accolta con sollievo visto che il carnevale capita d’estate quando (come in questi giorni) il termometro difficilmente scende sotto i trenta gradi. Più che altro – e l’avvertenza vale soprattutto per i turisti – i culecos possono riservare qualche spiacevole sorpresa a macchine fotografiche e videocamere.

Per il resto, la festa vive ovunque di un insolito mix di ingredienti: religiosità e sensualità, innanzitutto. E così capita di sentire il deejay dal palco che prima incita la folla a gridare “Io credo in Dio” e dopo pochi minuti, con lo stesso tono e fervore, incalza: “Ora ditemi quanto vi piace fare l’amore”. Questo mentre i crocifissi spiccano sui generosi décolleté delle donne in maschera. E poi c’è il mix di suoni e di balli: salsa, merengue, reggae, bachata, tipico – che è la musica popolare panamense –  e perfino il rock riadattato in versione latino-americana. Tutto insieme, a prova che il mix di culture qui ha prodotto un patrimonio musicale particolarmente vario. E il gusto per le commistioni può arrivare perfino a un ossimoro calcistico quando la folla in festa, invitata dal musicista sul palco a inneggiare alle passioni della vita, scandisce “Viva Barcellona” e subito dopo “viva Real Madrid”.

La vetrina del Carnevale. Ai margini delle strade chiuse per il Carnevale – tra rigorosissime misure di sicurezza – spunta la protesta dei Ngabe Buglé, la principale delle sette tribù indigene del Paese. Manifestano contro il progetto idroelettrico del governo, destinato a passare per le loro terre. Contestazioni cui si associano gli ambientalisti. Segnali di inquietudine in un Paese che si è sviluppato in  modo impetuoso – Panama ha il tasso di crescita più alto di tutto il continente americano – lasciando però indietro una parte della popolazione: in particolare le comunità indigene.

L’Economist paragona Panama a Singapore, il New York Times a Dubai. L’exploit economico del Paese (con una crescita che ha sfiorato l’8 per cento nel 2011) è fondato in particolare sul business del canale che è in via di ampliamento, su un regime fiscale privilegiato, e poi sull’industria delle vacanze. La natura offre 3 mila chilometri di coste su due oceani e una quindicina di parchi: il Carnevale può essere, per tutto questo, un’ottima vetrina. L’obiettivo? Farne un simbolo all’altezza di Rio de Janeiro e New Orleans.

Il governo ha stanziato oltre due milioni di dollari per questi quattro giorni di festa, cui vanno aggiunti i finanziamenti degli sponsor privati. Una somma importante, in un Paese di 3.300.000 abitanti. “Il 10 per cento del nostro prodotto interno lordo dipende dal turismo – ci spiega il viceministro Ernesto Orillac – ed è una percentuale in continua crescita. Così come quella degli stranieri in arrivo per il Carnevale. Il 65 per cento di loro viene dall’America latina, il 25 da Stati Uniti e Canada, l’Europa rappresenta la sfida del futuro. Comunque già quest’anno, per la chiusura della festa, solo per le strade di Panama City ci aspettiamo in tutto 300 mila persone”. Insomma, questo vuole essere il Paese del business e della pianificazione. Anche per una festa popolare come il Carnevale.

di Tiziana Testa da repubblica.it