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Simone Moro rinuncia ancora a domare il Nanga Parbat

simone moro nanga parbatPer un sogno non si deve morire
Ma l’anno prossimo ci riprovo”
Simone Moro rinuncia ancora a domare il Nanga Parbat: questo il suo racconto

È l’ultimo rimasto adesso che l’inverno comincia a cedere anche sugli Ottomila. Il suo nome contiene un fuoco di fila di consonanti, Tomasz Mackiewicz, la sua nazionalità polacca. E non ha nessuna fretta di tornare a casa dove lo aspettano una routine di guai e la ricerca di un lavoro. Ha un motivo in più per prolungare ancora il suo lungo viaggio sulla «Montagna assassina» durato già tutto l’inverno, recuperare le costose attrezzature alpinistiche lasciate nei vari campi verso la sognata vetta del Nanga Parbat, 8125 metri, gigante pakistano ancora inviolato nella stagione più fredda.

Tomasz va su e giù tra rocce e ghiacciai per recuperare corde, tende e sacchi a pelo. È solo perché i suoi ultimi compagni di scalata hanno viaggiato in barella, poi in fuoristrada fino a Gilgit. Li ha travolti una valanga nell’ultimo disperato tentativo di «far ragionare questa montagna, di cedere».
Il Nanga Parbat non ha colpe, il cambio di temperature dopo le abbondanti nevicate hanno fatto scivolare enormi masse di neve. Meglio battere in ritirata, come hanno fatto tutti gli alpinisti che quest’inverno hanno di nuovo tentato di raggiungere uno dei due Ottomila che hanno conservato la loro verginità invernale. L’altro resistente è il K2 (8611 metri).

Inverno archiviato senza successo per l’alpinismo sul Nanga Parbat. In cifre significa che l’ultima spedizione ad andarsene, quella polacca di Tomasz, è stata la ventesima a 25 anni dal primo tentativo, sempre polacco. Allora l’alpinista di punta era Maciej Berbeka, finito in vetta d’inverno al Manaslu e al Cho Oyu e morto lo scorso anno dopo aver salito, sempre d’inverno, il Broad Peak. Merciej nel 1989 raggiunse sul versante Rupal del Nanga Parbat i 6800 metri. Quest’anno Tomasz e David Göttler hanno raggiunto 7200 metri. David era con Emilio Previtali della cordata di Simone Moro. L’alpinista bergamasco, alla sua cinquantesima spedizione (secondo inverno al Nanga) guidava una delle quattro spedizioni e con saggezza ha deciso di unire le forze con i polacchi sul versante Rupal che accoglie la parete più alta del mondo, quattro chilometri e mezzo con il campo base più basso, 3500 metri.

Dice: «A un certo punto bisogna mollare, non è più questione di tenacia o resistenza. Raffiche di vento spaventose, temperature arrivate perfino a meno 71. Non era inverno, insomma. Ci abbiamo provato. Per un sogno non si deve morire, non ce n’è uno che valga la vita».

I polacchi di Mackiewicz (al suo quarto inverno) erano stati i primi ad arrivare all’inizio di dicembre ai piedi del Nanga Parbat. Sull’altro versante, il Diamir, c’è stato un tentativo di un loro connazionale, Darek Zaluski, che seguiva il fortissimo tedesco Ralf Dujmovits. Venivano dall’Aconcagua, quindi già acclimatati.
Hanno rinunciato nell’unico tentativo in cui hanno raggiunto 5500. La sentenza di Ralf: «Rischi incalcolabili». Sempre sul Diamir era solo l’italiano Daniele Nardi, al suo secondo inverno sullo Sperone Mummery. Ha provato più volte, ma i seracchi gli hanno schiacciato la tenda, ha rischiato di finire travolto da slavine e se n’è tornato a casa. Ancora Moro: «Condizioni molto difficili. Sarà per il prossimo inverno. Tornerò sul Diamir e seguirò una via nuova, quella che tentò Reinhold Messner nel 2000».

ENRICO MARTINET  da lastampa.it