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Lombardia

Il viaggio con la Leonessa la zattera sul Po come Huckleberry Finn Giovanni Isnenghi, Marco Carboni, Fabio Brusadin e Giordano Minotti per 180 chilometri sul Po, da Pavia a Guastalla

zattera leonessaLa zattera dei sogni a spasso sul Po

Le vacanze alternative di quattro amici brianzoli, che hanno disceso il fiume sulla “Leonessa”

Il fiume Po come il Missouri, una zattera di bottiglie al posto della canoa di Huckleberry Finn. I protagonisti di questa avventura di mezza estate sono uno studente di conservatorio, un economista votato al marketing, un direttore della fotografia e un futuro volontario in Romania, tutti brianzoli fra i 23 e i 25 anni. Brianzola, almeno per l’origine delle sue componenti è anche Leonessa, l’imbarcazione che ha trasportato Giovanni Isnenghi, Marco Carboni, Fabio Brusadin e Giordano Minotti per 180 chilometri sul Po, da Pavia a Guastalla, in otto giorni di alterne fortune fluviali. «Il nome l’abbiamo deciso in corso d’opera -raccontano i membri dell’equipaggio-, e rispecchia il carattere dimostrato nel resistere al fiume. Prima del viaggio c’erano varie proposte di battesimo, tra cui Straccio, Potionkin o Autopo, ma non ci convincevano completamente». Composta da un lungo bancale e da una copertura, la zattera fai da te ha viaggiato, letteralmente, sui sogni delle persone: i due galleggianti di base erano ammassi di bottiglie di plastica tenute insieme da scotch e reti da pollaio. In ogni bottiglia, o quasi, un desiderio scritto da amici e conoscenti dei quattro uomini in zattera.

Diverse difficoltà hanno ostacolato la navigazione, cominciata l’8 agosto: armati solo di remi autoprodotti e giubbotti di salvataggio, i quattro hanno faticato non poco tra correnti maligne, attracchi improbabili e incidenti di percorso. «Non avendo un timoniere, abbiamo dovuto imparare sul campo e parcheggiare la zattera era ogni giorno un’impresa ai limiti delle nostre possibilità -spiega Giovanni-. Il momento peggiore è stato il secondo giorno, quando un tentativo di attracco è finito con uno schianto contro un molo: Leonessa è rimasta bloccata in balia della corrente e ha perso qualche pezzo, abbiamo anche pensato di tornare a casa». Fra eserciti di zanzare e rumori inquietanti, non è stato facile nemmeno dormire di notte, quando si apriva la tenda sulla prima riva praticabile. Problemi anche con le scorte di cibo: «Nei primi giorni abbiamo dovuto razionare l’acqua e sconsiglio a chiunque le zuppe pronte in scatola».

Un grosso aiuto è arrivato però dal popolo del fiume, che ha accolto a braccia aperte gli improvvisati marinai. «Il Po è un mondo a sé. abbiamo incontrato appassionati di pesca, di canoa, fotografi, motoscafisti e amici della natura, tutti accomunati da un amore sconsiderato per questo fiume e da una certa esaltazione» Rincuorati nello spirito e nel corpo (a Roncarolo e Castelvetro piacentino li attendevano cene abbondanti e un tetto sopra la testa), hanno superato la chiusa di Isola Serafini (PC) controllata dall’associazione Aipo, che ne gestisce il traffico fluviale, per affrontare la parte più agevole del viaggio e sbarcare il giorno di Ferragosto a Guastalla (RE), idoli per un giorno del pubblico del luogo nella cena finale di festeggiamento.

Sperduti nel fiume, ma non isolati dal mondo, tanto da aggiornare in tempo reale con foto e commenti la pagina Facebook “Quattro uomini in zattera” (nonostante un generatore di corrente in pessime condizioni), gli Argonauti del Po hanno comunque avuto tempo di riflettere sul senso della loro avventura: «Questo fiume è incredibile. Passi ore senza vedere un’anima, ma ti si apre un mondo ogni volta che incontri qualcuno: il Po è un concentrato di passioni diverse che favorisce la socializzazione». La crociera low cost, ipotizzano i quattro, potrebbe avere un seguito la prossima estate con una Leonessa 2.0 e tanta esperienza in più, per arrivare magari al delta del fiume e liberare i sogni dalle bottiglie.

VINCENZO GENEOVESE da lastampa.it

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Lombardia montagna

Il rifugio La Marco e Rosa a 3609 metri di quota rimasto al buio senza energia per mancanza di sole all’impianto fotovoltaico

Rifugio Marco e Rosa Bernina 11Bianco: senza sole -2 e al buio nella Marco e Rosa a 3609 m.

La Marco e Rosa a 3609 metri di quota, del CAI di Sondrio, nell’edificio nuovo ha  48 cuccette mentre la vecchia capanna ha una capienza di 38 posti invernali. È aperto nei mesi di aprile e maggio per lo sci alpinismo e dal 1º luglio al 20 settembre per le attività estive. Il rifugio “vecchio” è sempre aperto come bivacco invernale e come rifugio estivo. Proprietario del rifugio è il CAI sezione di Sondrio. Parliamo con il suo gestore, anche lui “simbolo”: Giancarlo “Bianco” Lenatti, Guida alpina dal 1985 – Maestro di alpinismo e Maestro di Sci; protagonosta dello sci estremo, come la discesa di due linee sulla parete Nord del Disgrazia, la direttissima al Bernina, e molte altre. Parliamo da 3300 metri sotto di lui, a fondovalle, dove in questi giorni c’è chi si è acceso il riscaldamento! Qui sembra un cupo novembre, e lassù? Un dato pazzesco. Lui da cinque giorni, solissimo, è al buio e senza riscaldamento con una temperatura interna di meno due. Manca infatti l’energia perchè senza sole i pannelli solari e il fotovoltaico non ce l’hanno fatta a ricaricare a sufficienza pur avendo aggiunto un altro generatore le batterie,, che quindi hanno esalato l’ultimo respiro. “Ma non mollo”, dice, “come il comandante di una nave” (Corcordia a parte naturalmente, precisiamo noi). Situazione: “perso almeno l’80% Prenotazioni ce ne sarebbero anche ma il maltempo le ha vanificate e le vanifica”. Si sente un mix fra il dispiacere e la rabbia “e pensare che la montagna non è mai stata così bella, così invitante, così sicura. C’è tanta neve, minore ghiaccio, minori crepacci, maggiore sicurezza”.
Incrociamo le dita anche per lui come per tutti i nostri rifugisti che non hanno provvidenze, che non hanno la cassa integrazione, che non hanno avuto gli 80 €uro, che svolgono un lavoro improbo, dannatamente legato ai capricci del tempo, talvolta anche di quelli di qualche interprete dell’evoluzione climatica che dà brutto, che fa stare a casa la gente per poi accorgersi che invece le cose erano diverse da come preannunciate.
Stato di calamità o altro, ma qualcosa bisogna pur fare.

da gazzettadisondrio.it

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Lombardia natura

Calderoli cattura e uccide nella cucina di casa a Mozzo serpente di 2 metri il biacco na specie protetta, frequente nelle campagne e nei giardini e la legge ne proibisce la cattura e l’uccisione a livello europeo

calderoli biacco serpente Calderoli cattura serpente e posta foto: la protesta in rete
“Non sono mai stato superstizioso ma dopo la ‘makunba’ (macumba, ndr) che mi ha fatto il papà della Kienge (Kyenge, ndr) mi e’ capitato di tutto e di più. Quello che potete vedere nell’allegato è il serpente che ho catturato questa mattina nella cucina di casa mia. A voi sembra normale che un serpente di 2 metri sia nella cucina di una casa di mozzo?”, così il vicepresidente del Senato ha commentato la foto postata sul suo profilo Facebook che lo ritrae con un serpente in mano dalla testa maciullata. E’ di settembre la notizia con tanto di foto del rito, presunta macumba e non makunba come scrive Calderoli, che il padre dell’ex ministro Kyenge avrebbe fatto in Congo a protezione della figlia dagli strali lanciati dal senatore. L’impresa dell’esponente della Lega ha scatenato la rabbia degli utenti con oltre 400 commenti contro quest’azione illegale: il biacco è una specie protetta, frequente nelle campagne e nei giardini e la legge ne proibisce la cattura e l’uccisione a livello europeo

da kataweb.it