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Libia la paura per oltre dieci aerei scomparsi da Tripoli verranno usati in Europa come l’11 Settembre

Il-fumo-sollevato-dal-crollo-delle-Torri-Gemelle-avvolge-la-Statua-della-Libertà-11-settembre-2001Jihad in Libia, spariti una decina di aerei da Tripoli: timore attentati per l’11 settembre

Un altro 11 settembre. E’ questo l’incubo dell’Occidente che assiste inerme alla crescita dello Stato islamico in Medio Oriente. Mentre negli Stati Uniti è allerta massima per possibili attentati dei jihadisti con l’appoggio “esterno” dei narcotrafficanti del Messico (uniti da un obiettivo comune: indebolire il più possibile, e per fini diversissimi, le difese Usa), in Europa è un’altra notizia a mettere in guardia i servizi segreti: una decina di aerei commerciali mancherebbero all’appello dall’aeroporto di Tripoli, in Libia. Il timore, ovviamente, è che siano finiti nelle mani dei ribelli islamici vicini ad Al Qaeda. Il legame tra le milizie libiche islamiche e lo Stato islamico del Califfo Al Baghdadi, per ora, non è ancora certo vista la frammentazione del fronte jihadista in tutto il Medio Oriente.

Gli altri 11 settembre – Di certo, però, in una fase così incerta ogni rischio è concreto, senza dimenticare inoltre che proprio in Libia, a Bengasi, è andato in scena un altro 11 settembre di sangue per gli Stati Uniti: nel 2012 le truppe ribelli assaltarono l’ambasciata americana e uccisero l’ambasciatore Chris Stevens. Ora, secondo il sito statunitense Drudgereport, ecco la notizia della sparizione di una decina di aerei, potenziali bombe volanti come accaduto 13 anni fa a New York, quando due boeing furono dirottati da un manipolo di terroristi qaedisti e si schiantarono contro le Torri Gemelle. Anniversario celebrato ancora con commozione negli Usa ma guardato con esaltazione nel Medio Oriente sempre più imbevuto di follia jihadista.

da liberoquotidiano.it

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Tripoli Libia si rovescia Barcone 170 migranti dispersi recuperati 20 morti per ora solo 16 sopravvissuti

barcone immigratiBarcone si rovescia nelle acque
di Tripoli: 170 migranti dispersi
Erano diretti verso l’Italia. Trovati a pochi passi dalla spiaggia i resti dell’imbarcazione.
A bordo 200 migranti sub-sahariani, anche bambini. 20 i corpi recuperati

Alle tre del mattino di venerdì 22 agosto, in duecentocinquanta sono saliti a bordo di un barcone di legno, diretti verso le coste europee, forse proprio verso l’Italia. Dopo poche miglia la loro imbarcazione, evidentemente troppo affollata, si è rovesciata. Circa 170 migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana sono ora dati per dispersi dopo il naufragio avvenuto a Guarakouzi ad una sessantina di chilometri a est di Tripoli in Libia. Si tratta in maggioranza di somali ed eritrei. Venti corpi sono già stati recuperati. Tra le vittime anche un bimbo di 18 mesi che aveva indosso il giubbetto salvagente.

Il naufragio è avvenuto davanti al litorale di Guarabouli, a circa 60 chilometri a Est di Tripoli. La guardia costiera locale, Abdellatif Mohammed Ibrahim, racconta:«Abbiamo trovato a pochi passi dalla spiaggia i resti di un’imbarcazione di legno a bordo della quale si erano imbarcati circa 200 migranti. Siamo riusciti a salvarne 16, tra cui una bimba di un anno, altri 15 erano deceduti». Ma 170 sono dati per dispersi e mentre si continua comunque a cercare al largo di al-Qarbouli, 30 miglia a est della capitale Tripoli, nella speranza di trovare persone vive, alcuni corpi già affiorano dalle acque.
Raid su Tripoli

Mentre in acque libiche si registrava la tragedia dei migranti, su Tripoli due raid aerei causavano la morte di 15 miliziani e il ferimento di altri 20. Bombardate alcune postazioni di miliziani islamisti a Misurata. A riferirlo un leader delle brigate di Misurata citato dai media arabi. Non è chiaro chi abbia ordinato e condotto i raid. Il gruppo fa parte dell’Operazione Alba, che raduna formazioni filo-islamiche. Si tratta del secondo raid in meno di una settimana.

Sono complessivamente 1.373 i migranti tratti in salvo, nella notte tra venerdì e sabato, da navi della Marina militare e da motovedette della Guardia costiera nel canale di Sicilia, nell’ambito dell’operazione Mare nostrum. I migranti sono stati trasbordati sulla nave Fasan, per essere condotti a terra.
Dall’inizio dell’anno potrebbero essere scomparse in mare almeno 2.000 persone – 250 delle quali su un barcone di cui non si hanno notizie da due mesi. A calcolarlo è don Mussie Zerai, sacerdote di origine eritrea che presiede in Italia l’agenzia Habeshia, che raccoglie e diffonde segnalazioni sulla sorte di migliaia di profughi e migranti finiti nella rete dei trafficanti di esseri umani. Un calcolo, il suo, che si basa proprio sulle segnalazioni – da parte di compagni di viaggio e familiari – di persone che hanno preso il mare e non si trovano più: né nei centri di accoglienza in Italia o in Tunisia, né in quelli di detenzione in Libia. «Il mio numero di telefono ormai lo conoscono tutti – dice – sta persino scritto sui muri dei centri libici: squilla in continuazione, se sono occupato lo affido ad altri». «Sono somali, eritrei, sudanesi, etiopi – racconta – profughi che fuggono dalle guerre e che in Libia si trovano in mezzo ad un’altra guerra». Dove restano vittime degli scontri oppure sono reclutati dalle milizie come schiavi-portatori di armi, come già accaduto ad oltre 200 sequestrati a Misurata, il cui caso è già stato denunciato dal sacerdote nei giorni scorsi. È da queste nuove violenze che gli ultimi morti in mare fuggivano, e da una realtà che per le vittime della tratta è ancora peggiore che ai tempi di Gheddafi. Ora anche i miliziani si sono messi nel “business”, segnala don Zerai: un affare che può rendere da 3.000 dollari a persona a cifre ancora più alte, per quelli che, passando via terra dal Sudan alla Libia, vengono «rivenduti» – tra trafficanti, polizia e miliziani – anche fino a cinque volte. Per questi profughi «in trappola» l’agenzia Habeshia ha chiesto più volte alla comunità internazionale un piano di evacuazione, analogo a quelli per gli stranieri bloccati dalla rivolta nel 2011. E intanto altri continuano a imbarcarsi, con il rischio di morire in mare, oppure a raggiungere le coste italiane anche grazie all’operazione Mare Nostrum. Un centinaio gli scafisti arrestati da inizio anno.

di Valentina Baldisserri da corriere.it

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I tesori archeologici della Libia

Libia, ritorno al futuro.I tesori nascosti da Gheddafi
I libici hanno vissuto sotto un dittatore che ha cancellato la loro storia. Ma nell’inestimabile patrimonio archeologico libico c’è la chiave per un nuovo domani

libia_tesori_archeologiciL’effigie in bronzo della nemesi di Muammar Gheddafi è distesa sulla schiena dentro una cassa di legno, avvolta nell’oscurità del deposito di un museo.

Si chiamava Settimio Severo. Come Gheddafi era originario dell’attuale Libia e per 18 anni, a cavallo tra il II e il III secolo, aveva governato l’Impero Romano. La città in cui era nato, Leptis Magna (un importante centro mercantile che sorgeva 130 chilometri a est di quella che i Fenici chiamavano Oea, l’odierna Tripoli) divenne per molti aspetti una seconda Roma.

Oltre 1.700 anni dopo la sua morte, i colonizzatori italiani vollero onorare l’imperatore con una statua imponente che lo raffigurava con la barba e una torcia nella mano destra. Il monumento fu installato nel 1933 nella piazza principale di Tripoli (oggi piazza dei Martiri) e lì rimase per circa mezzo secolo, fino a quando un altro leader libico non cominciò a detestarlo.

«La statua divenne il simbolo dell’opposizione perché era l’unica cosa che Gheddafi non poteva punire», racconta Hafed Walda, nato in Libia e docente di archeologia al King’s College di Londra. «Ogni giorno la gente si chiedeva: “Che avrà detto oggi Settimio Severo?”, quindi la statua divenne fonte di irritazione per il regime. Alla fine Gheddafi decise di gettarla tra i rifiuti. Gli abitanti di Leptis Magna la recuperarono e la portarono a casa». Ed è lì che l’ho trovata, conservata in una cassa di legno fra attrezzi da giardinaggio e vecchi telai di finestre, in attesa della destinazione che la nuova Libia deciderà di assegnarle.

da nationalgeographic.it