Michele Serra se l’argine è ben mantenuto regge alla piena, se no si squarcia e arriva l’alluvione. l’abbandono a se stesso del territorio italiano, se non per depredarlo o spiaccicarci sopra altro cemento, è gravemente patologico

michele serraL’AMACA del 07/11/2014
COSÌ come l’asfalto va riparato o rifatto, l’intonaco di quando in quando ripreso, il legno nutrito e trattato, l’argine ha bisogno di essere controllato e risistemato. La parola “manutenzione” dice tutto, è antica e modernissima al tempo stesso, nelle sue vaste competenze rientrano la vanga come il computer, il piccone come la telecamera. Riguarda ogni manufatto umano, dalla casa più umile al ponte più ardito niente può reggere a lungo senza la manutenzione, ovvero la cura dell’uomo sull’ambiente nel quale vive, sia esso naturale o artificiale. Bisognerebbe domandarsi, ma davvero, sulla base di quale patologia culturale, politica, economica si è via via perduta una così elementare cognizione, che appartiene agli individui così come alla collettività: se l’argine è ben mantenuto regge alla piena, se no si squarcia e arriva l’alluvione.

Se il terrazzamento viene rappezzato, i campi sono ben drenati, i passaggi delle acque sono mantenuti pervi, la montagna non frana, o frana assai meno. Non servono direttive europee, algoritmi economici, raffinatezze tattiche o strategiche, per capirlo: lo capisce anche un bambino. Ripeto, dunque, che l’abbandono a se stesso del territorio italiano, se non per depredarlo o spiaccicarci sopra altro cemento, è gravemente patologico. Siamo malati, ci serve una diagnosi, la cura sarà di conseguenza.

Da La Repubblica del 07/11/2014 michele serra via triskel182.wordpress.com

Ruben il ristorante con menu ad un euro a Milano Di Ernesto Pellegrini dedicato al contadino conosciuto quand’ero giovane, morto da barbone senza esserlo

Ruben milano ristorante un euro ernesto pellegrini 03A dare l’indirizzo di via Gonin 52 ai particolari clienti saranno parrocchie, associazioni di volontariato e centri di ascolto: selezioneranno, così, le 500 persone che, ogni giorno, potranno pranzare a 1 euro. Genitori separati, disoccupati in difficoltà, parenti di malati che devono restare a Milano per parecchi giorni, sopportando alte spese: il ristorante Ruben è nato per tutti loro grazie a Ernesto Pellegrini, l’ex presidente dell’Inter che ha voluto così ricordare Ruben, contadino conosciuto cinquant’anni fa, morto da clochard dopo una vita di lavoro. Il sindaco Giuliano Pisapia ha inaugurato il ristorante con Pellegrini, commentando: “È un bell’esempio della generosità milanese, che nasce da quel senso pratico e da quella capacità unica di mettere la propria storia, il proprio lavoro, le proprie competenze al servizio della propria comunità”

Milano, inaugurato “Ruben”, il ristorante solidale
Sarà aperto all’ora di cena da lunedì a sabato con due turni che permetteranno a circa 500 persone di consumare un pasto al costo di 1 euro. I “clienti” di “Ruben”, il ristorante solidale creato dalla Fondazione di Ernesto Pellegrini, l’ex presidente dell’Inter, sono persone in difficoltà: genitori separati che non riescono a pagare gli alimenti, nuovi poveri che non arrivano a fine mese, ex carcerati che cercano di reintegrarsi nella società al termine del periodo di detenzione, individuati dalle associazioni del territorio.”Il ristorante si chiama Ruben perché ho voluto dedicarlo al contadino conosciuto quand’ero giovane, morto da barbone senza esserlo”, ha spiegato Ernesto Pellegrini”, ai tempi non sono riuscito a fare nulla, oggi lo voglio ricordare così”
(di Elena Peracchi)(Oriana Liso) da repubblica.it

Beppe Severgnini i treni troppo lenti metafora dell’Italia

Beppe SevergniniLENTEZZA FALSO MITO
Tutto va veloce (come i treni)

Nel 2015, con il Frecciarossa 1000, si andrà da Milano a Roma in 2 ore e 20. Bene. Perché la velocità non è solo fretta e non è sempre frenesia. E la lentezza, in Italia, è spesso un alibi per la pigrizia. a pagina39 Nel 2015 arriverà il Frecciarossa 1000, e andremo da Milano a Roma in 2 ore e 20 minuti. Qualcuno dirà che non è necessario, e si lancerà nel consueto «elogio della lentezza». Vada a ripeterlo ai passeggeri del Regionale 29075 Udine-Trieste (via Cormons): 1 ora e 22 minuti per percorrere 82 km, ma ieri avevamo venti minuti di ritardo.
La velocità non è solo fretta e non è sempre frenesia. È una condizione per vivere, lavorare e produrre nel XXI secolo. Non una condizione esclusiva: si può leggere un lungo romanzo su un treno che corre. La lentezza, in Italia, è spesso un alibi per la pigrizia. Non possiamo permettercela. Internet sta imprimendo l’accelerazione provocata, cent’anni fa, dal telegrafo senza fili, dalla radio e dagli aerei. Nessuno scriverà un nuovo Manifesto del Futurismo , nessuno vuole «uccidere il chiaro di luna». Ma qualche vecchia abitudine forse sì.
La banda larga mobile, l’alta velocità ferroviaria e alcuni strumenti diagnostici sono esempi quotidiani di rapidità: domandate a chi li utilizza se intende rinunciarvi. Se è contento d’aspettare cinque minuti per caricare un sito internet. Se vuol tornare a impiegare dieci ore per andare da Milano a Roma.
Se l’Italia si trova dov’è, e non dove dovrebbe essere, è anche per la mancanza di velocità. I bradipi nazionali sono ubiqui e astuti. Nel lavoro, nei trasporti, nelle procedure e nelle autorizzazioni: troppe cose sono rallentate. È inutile riempirsi la bocca con le opportunità per i giovani, se un ragazzo che lavora viene pagato dopo mesi (senza spiegazioni: dipende dell’umore della contabilità aziendale). Ci sono attività che richiedono lentezza: sesso e cibo, per dirne due. Slow Food , perciò, va bene. Slow Trains , Slow Reforms , Slow Jobs ? Possiamo farne a meno.

Beppe Severgnini da corriere.it

La Crisi dei negozi chiudono a Milano, Torino, Genova, Roma o il Sud Italia

negozi chiusiChiuso per crisi: si spengono le insegne

CAMBIA IL COMMERCIO E IL VOLTO DELLE CITTÀ   LE VENDITE CALANO DEL 5-8 PER CENTO. COSÌ DEVONO ARRENDERSI ALTRI 14MILA NEGOZI E 2.500 RISTORANTI. UN FENOMENO CHE NON RIGUARDA SOLO DECINE DI MIGLIAIA DI COMMERCIANTI: LE STRADE SI SPENGONO E SCOMPARE UN PRESIDIO FONDAMENTALE PER LA VITA DEI QUARTIERI.

Serrande abbassate, non è una questione di orario, giorno o stagione, sono abbassate perché il proprietario non ce la fa più, time out, addio, è stato bello finchè possibile.   Un allarme che sbaglieremmo a considerare affare dei commercianti. I negozi, soprattutto le piccole botteghe, fanno parte del panorama e dell’identità delle nostre città. Senza le insegne illuminate, senza le vetrine che ci distraggono e ci accompagnano, si spengono le luci e anche la vita delle strade. Che diventano semplici luoghi di passaggio. Non solo: i negozi sono un presidio che assicura la cura e la pulizia delle vie. Sono, soprattutto, un fondamentale luogo di incontro . Per parlare, scambiare non solo   merci, ma anche notizie sulla vita del quartiere e dei suoi abitanti. Sono un conforto, una compagnia per chi vive in solitudine.

Milano, Torino, Genova, Roma o il Sud Italia, è sempre uguale, secondo Confesercenti i più colpiti sono bar e ristoranti, librerie e negozi di abbigliamento: tra luglio e agosto di quest’anno, per ogni nuova impresa commerciale avviata, ben due sono defunte. A giugno 2014 più del 40 per cento delle attività aperte nel 2010 hachiuso e bruciato investimenti per 2,7 miliardi di euro. Un collasso. Così basta passeggiare per le vie, non solo periferiche, ma anche centrali delle città per scoprire cartelli con su scritto vendesi o affittasi; in alcuni casi si parla di “obsolescenza”, riferito a tutte quelle attività colpite dallo sviluppo del commercio in rete, quindi le agenzie di viaggio, i negozi di musica, home video, le librerie o le edicole (quattro chiusure ogni due nuove aperture). Alcuni numeri: i ristoranti segnano un meno 2.500, malissimo il commercio in sede fissa (-14mila negozi), il business delle sigarette elettroniche (4 chiusure per ogni nuova apertura), l’abbigliamento (addio a 3300 negozi). Inutile l’estremo tentativo dei saldi estivi: il Codacons stima che la quota di spesa media mensile dedicata al vestiario dalle famiglie italiane si è attestata dal 2012 al 5 per cento: quasi la metà del 13,6 registrato nel 1992, e che ci poneva, assieme al Giappone, al vertice della classifica mondiale.   , guai perfino in centro   Corso Vercelli, corso Magenta, via Meravigli, avanti fino alla centralissima piazza Cordusio. Se ne contano 20 di saracinesche chiuse lungo i due chilometri e mezzo di una delle principali direttrici dello shopping milanese. La crisi c’è ancora: “Gli affitti sono troppo alti per la situazione di oggi”, lamenta la signora dietro al bancone del Food & drink Rossomagenta. Qualche passo più in là, la parrucchiera sulla soglia del locale guarda a destra e a sinistra: “Qui i negozi aprono e chiudono”. Di fronte, proprio all’imbocco di corso Magenta, la bottega Luxury lingerie non ha superato l’estate: “L’avevano inaugurato appena qualche mese fa”.   Aprono e chiudono, i negozi. Sono più quelli   che chiudono, a guardare i dati della Camera di commercio di Milano: a fine giugno 2014 le attività commerciali in città, esclusi bar e ristoranti, erano 12.216: 61 in meno di un anno prima. Soffrono di più i negozi di abbigliamento (-114), quelli di articoli da regalo e per fumatori (-55, soprattutto per il crollo delle vendite delle sigarette elettroniche), i giornalai (-25) e le cartolerie (-20).   Nemmeno le zone del centro vengono risparmiate. Anzi, qui le chiusure pesano per il 20% su tutte le cessazioni. Chi è fuori dai circuiti più fortunati del Quadrilatero della moda, di corso Vittorio Emanuele e di via Dante non sempre se la passa bene: per 100 metri quadri si pagano anche 100mila euro di affitto all’anno. Troppo, le vendite non sono più quelle di un tempo. “Il diradarsi di attività è un fenomeno che già da un po’ di anni colpisce le aree meno affascinanti – spiga Alessandro Prisco, presidente di Asco Duomo, associazione di negozianti di 25 vie del centro –. Via Larga è piena di cartelli ‘affittasi’, la seconda parte di via Mazzini è desolante, come l’inizio di corso Italia”. All’angolo tra piazza Duomo e via Mercanti c’era un negozio di abbigliamento da montagna: via anche questo, s’è trasferito fuori Milano per lasciare il posto a un temporary shop che vende accessori per la cucina. Due passi in più, di nuovo piazza Cordusio. Poi l’inizio di via Meravigli: aperto il Big’s bar e il negozio di candele Ceratina. Giù   le saracinesche della   storica cartoleria De Magistris, del centro fitness, della farmacia che da un po’ s’è spostata in un centro commerciale, giù quelle della boutique Ilaria Folli e del negozio di specialità dolciarie regionali, un’istituzione da 50 anni. Resistono un altro bar, la bottega di numismatica e quella di biancheria per la casa. Per ora.   Genova Meno tre al giorno   “Certi giorni scendo in strada e non riconosco la mia città”. Annalisa Parodi ha 84 anni, è vedova, se ne sta sulla porta del suo condominio e indica, una per una, le saracinesche abbassate. Poi aggiunge: “Sa, per me che sono sola il negozio era più che un posto dove comprare. Io mi mettevo il vestito bello per andarci. Era un’occasione per parlare, per sentire le notizie del quartiere, per partecipare alla vita degli altri. E se avevo bisogno di qualcosa, se non stavo bene, il macellaio mio amico veniva a darmi una mano. Ma ora anche lui ha chiuso”. Annalisa abita a Sestri Ponente, storico quartiere operaio di Genova, semplice, ma pieno di dignità e di vita. Oggi nel Ponente soprattutto alcune vie secondarie sembrano le strade di Atene durante gli anni più bui: una lunga fila di saracinesche abbassate. Succede qui e in tutta la città, come dimostrano i dati della Camera di Commercio. L’anno nero è stato il 2013: 573 aperture e ben 938 cessazioni di attività, per usare un termine burocratico che non racconta i dolori, talvolta i drammi, delle chiusure dei negozi. Alcuni con decenni di vita alle spalle. Accade nei quartieri meno ricchi, ma anche in quelli più benestanti, come Nervi (dove hanno casa professionisti e giocatori di serie A, per dire): storiche insegne hanno lasciato spazio a banche. Poi anche queste hanno ceduto e sono arrivati i cinesi. Sempre aperti, tutti con la stessa merce. E i genovesi, con meno soldi in tasca, li affollano .   Paolo Odone, commerciante di vecchia data e presidente della Camera di Commercio, la spiega così: “Negli ultimi 5 anni il saldo fra le aperture e le chiusure dei negozi è stato sempre negativo, con un picco di -365 – un negozio in meno per ogni giorno dell’anno – nel 2013. La crisi economica non ha fatto che accentuare una situazione resa già critica dallo “sboom” demografico di una città che aspirava al milione di abitanti e si è ritrovata sotto i 600mila. In questa situazione, le famiglie dei commercianti hanno resistito spesso con il capitale, il cosiddetto fieno in cascina, ma oggi è finito anche quello. E con i prezzi in calo dello 0,2%, una Tari fuori da ogni proporzione e un sistema fiscale insostenibile, a fine anno rischiamo un nuovo tracollo”.   Chiudono i negozi, le strade si desertificano. E la città diventa più grigia. I ragazzi a volte si ritrovano nei centri commerciali – con la polemica delle tante Coop fiorite in ogni quartiere – ma anche i colossi stanno male.   A Roma lacrime diffuse   Via del Tritone, a due passi da piazza di Spagna, lacrime per chi si ricorda come era un tempo “qui giravano i soldi, ora siamo dei pezzenti”, parola di negoziante in crisi. Via Merulana, tra Colosseo e piazza San Giovanni, la situazione è anche peggiore, difficile trovare una saracinesca alzata, è ruggine, polvere, malinconia, abbandono. In periferia, o comunque fuori dal centro, è anche peggio: la vecchia edilizia pensata e voluta da Caltagirone, prevedeva appartamenti sopra, attività commerciali sotto: ora è un perenne cartello vendesi. “Nei primi due mesi del 2014 sono stati chiusi 682 negozi”, raccontano i dati dell’Osservatorio Confesercenti e “nei tre settori di commercio, turismo e intermediazione, dove 451 fanno parte della categoria del ‘commercio al dettaglio in sede fissa’. Detto altrimenti, negozi e botteghe artigiane”. Ma complessivamente la situazione è anche peggiore e racconta di oltre diecimila locali commerciali sfitti o invenduti, con orafi, corniciai e falegnami inseriti nella categoria “Panda”. “Persino i centri commerciali accusano il colpo, mentre le uniche attività che sembrano tener lontano la crisi sono i bar e i ristoranti. Sempre secondo la Confederazione nazionale dell’artigianato, in nove anni gli esercizi di ristoro nel cuore della Capitale sono passati dai 48 del 2003 ai 153 del 2012. Bar e ristoranti gestiti sì, da italiani, ma che appartengono sempre più a stranieri, cinesi per lo più”. Così è normale vedere a Roma delle saracinesche sollevarsi do notte, un momento, un attimo, e qualcuno varca la soglia solo per dormirci: la tariffa è tra i 30 e i 50 euro a notte, nessuna licenza, solo “un racimolare qualche soldo, sono mesi che cerco di affittare ma niente”, spiega un ex negoziante del centro. Quindi l’escamotage del dormitorio. “Ma se ha chiuso la Ferrari, pensa noi”, insiste. Vero. Soldi al 70 per cento per lo store del Cavallino, uno dei punti di gloria dell’era Montezemolo, ora non più, casse vuote, e nessuna voglia di ripianare, la soluzione è stata quella di mollare.   Napoli ‘a nuttata non passa   A Napoli citano Eduardo De Filippo e dicono: “Adda passà ‘a nuttata”. Ma la nottata del commercio partenopeo è buia e tempestosa. Nei primi sei mesi del 2014, tra Napoli e provincia, hanno serrato le saracinesche 2.244 negozi e 591 tra bar e ristoranti. L’elenco dei caduti vanta nomi illustri. Ha chiuso dopo 50 anni il negozio di abbigliamento De Vito. Hanno chiuso altri esercizi storici come Buonanno e De Nicola. Hanno svuotato i locali grandi firme come Diesel, in piazzetta Rodinò, Frette, un punto Armani. Alla fine dell’anno scorso ha chiuso dopo 95 anni la libreria Guida a Port’Alba dove acquistava Benedetto Croce e dove intere generazioni si erano rifornite di testi scolastici. Una recente inchiesta della Procura antimafia, pm Catello Maresca, ha dimostrato che gli interessi dei distributori di cd e dvd vergini e a poco prezzo, grazie all’evasione delle tasse, si saldano con quelli dei clan camorristici che con la pirateria audio-video ricavano ingenti profitti. Con la chiusura di un altro punto Guida e di Loffredo, l’intero quartiere Vomero, 200 mila abitanti, da dove proviene una nutrita fetta dell’intellighènzia napoletana (a cominciare dal sindaco Luigi de Magistris) è rimasta sprovvista di librerie. Per fortuna, o purtroppo, c’è Internet. Costrette alla chiusura, con centinaia di dipendenti sul lastrico, le grandi catene di elettronica e prodotti culturali come Eldo in piazza Matteotti, e Fnac. Nel solo settore dell’abbigliamento il calo in Campania è stato del 10,5%, il peggiore in Italia (dati Federmoda-Confcommercio). Poi quando apre una nuova azienda non bisogna esultare subito. “Le nuove iscrizioni al Registro delle Imprese sono operazioni finanziarie per mascherare stati di crisi” spiega il presidente della Camera di Commercio Maurizio Maddaloni, “e troppo spesso per agevolare attività illegali, come accade per alcuni ristoranti o negozi di abbigliamento che aprono e chiudono in poco tempo”. Ricorda il presidente Ascom, Pietro Russo: “Dal 2008 la provincia di Napoli ha perso 11 punti di Pil e 100 mila occupati, il 15% della forza lavoro. Poi ci sono tante criticità tipiche del nostro territorio: la vendita di merci contraffatte negli ultimi 5 anni ha tolto, solo in provincia di Napoli, ben 6 miliardi al circuito dell’economia legale; ed abbiamo una città a brandelli”.   Torino, dopo gli operai le librerie   Le ultime ad andarsene sono le librerie del centro di Torino. Qualche storico negozio lascerà gli spazi in cui stava da decenni: la libreria Zaniboni o la Dante Alighieri non riapriranno, mentre la Paravia si trasferirà in un quartiere meno centrale. La crisi ha colpito pure i negozi più grandi, come la Fnac che ha chiuso o   la Coop che si è trasferita fuori città. Per rimanere in tema di libri, la trattoria Mama Licia, in passato frequentata dall’editore Giulio Einaudi, ha lasciato le sue cucine per gli affitti troppo alti. La situazione non cambia fuori dal centro fino alla periferia: che sia il ricco quartiere Crocetta o l’operaia Mirafiori, panetterie, piccoli alimentari, negozi d’abbigliamento e di sigarette elettroniche abbassano le serrande e i locali restano sfitti e invenduti per anni. In città, stando agli ultimi dati della Confesercenti, dall’inizio dell’anno hanno chiuso 543 attività, quasi 1.200 se si considera la provincia. Nel 2013 non era andata meglio: spariti1.167 negozi, “con un saldo negativo di 181 esercizi in rapporto alle aperture”, stando all’Ascom e alla Camera di Commercio. È il sintomo di una crisi che è cominciata con   la Fiat e i suoi operai, ha colpito il suo indotto e, a catena, i consumi e si ripercuote su tutta l’economia. A dare il colpo di grazia poi sono gli affitti sempre alti, soprattutto nella centralissima via Roma, tanto alti da soffocare anche attività economiche di lusso. Per abbattere i costi i gestori dello storico emporio alimentare Paissa hanno chiuso il locale di piazza San Carlo tenendo aperti gli altri locali più piccoli e dagli affitti meno alti in via Cernaia e in corso Alcide De Gasperi. Una libreria che chiuderà i battenti è la Dante Alighieri. Per Mimmo Fogola, che la gestisce insieme al fratello Nanni, il problema non è l’affitto: “La concorrenza delle grandi librerie: sebbene la legge imponga sconti fino al 15 per cento, loro arrivano al 25 per cento semplicemente chiamandole ‘promozioni’”.

Da Il Fatto Quotidiano del 22/09/2014. Alessandro Ferrucci, Luigi Franco, Vincenzo Iurillo, Andrea Giambartolomei e Ferruccio Sansa da ilfattoquotidiano.it

Gian Antonio Stella La Sicilia simbolo della disfatta turistica

sicilia_pizzoLa Sicilia simbolo della disfatta turistica
Nessuna protesta significativa per i voli tagliati nell’isola

E la Sicilia? «’tu culu la Sicilia!», risponderebbe Antonio Albanese nei panni del leggendario Cetto Laqualunque, la cui volgarità, come dire, è ancella della sintesi. Spiega infatti Tony Zermo su La Sicilia di Catania che, grazie alla nuova strategia Alitalia-Etihad, dal prossimo 1° ottobre AirOne ha deciso non solo di chiudere la propria sede di Catania ma anche di cancellare i «voli diretti per Monaco, Mosca, Berlino, Amsterdam, Parigi, San Pietroburgo, Dusseldorf, Praga. È rimasta Londra, assorbita da Alitalia, ma con una sola cadenza, quella del sabato. Per i nazionali sono stati cancellati Bologna, Torino, Venezia, Verona. C’è ancora il Pisa assorbito da Alitalia. Restano Roma e Milano operati da Alitalia. Lo stesso discorso in parallelo vale per l’aeroporto palermitano di Punta Raisi». Il tutto, accusa il quotidiano, senza particolare proteste tranne quella dell’assessore regionale al Turismo Michela Stancheris, «che quantomeno ha scritto a Matteo Renzi». Per il resto, al contrario di quanto avvenuto a Torino (dove contro i tagli ai voli si sono levate le voci di Sergio Chiamparino e Pietro Fassino), il silenzio: «Il governatore Crocetta è alle prese con gli avversari interni del Pd, il sindaco di Catania Enzo Bianco è a Istanbul assieme al cantautore Franco Battiato, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando agisce per i fatti suoi». Insomma: nonostante l’isola non abbia treni veloci né autostrade all’altezza del terzo millennio, insiste il giornale, «sembra che il problema non li tocchi».

Spiegano gli esperti che come ogni vuoto anche questo da qualcuno sarà riempito. E che ad esempio sono già aumentati i voli su Istanbul e sono in arrivo quelli della Finnair su Helsinki. Speriamo. La scelta della nuova compagnia italo-araba che ha assorbito la nostra storica compagnia di bandiera, però, conferma una volta di più una cosa. E cioè che il degrado progressivo dei trasporti e dei collegamenti nord-sud sono la dimostrazione plastica di come la questione meridionale esista ancora e non interessi granché a chi governa, decide, fa accordi. Sono anni, infatti, che tutti si riempiono la bocca sulla necessità che il Sud investa massicciamente sul turismo. Il quale sta vivendo il più spettacolare boom mondiale di tutti i tempi senza che il Meridione riesca a intercettare qualche viaggiatore in più. Anni di proclami, promesse, bla bla… Basti ricordare che con 17 siti Unesco e tre quarti delle coste italiane, il Mezzogiorno fatica ad arrivare a un ottavo dei ricavi dal turismo straniero e tutto insieme raccoglie, secondo il Touring Club, molto meno degli arrivi e delle presenze del solo Veneto.

La Sicilia è il simbolo di questa disfatta turistica: con sei siti Unesco che rappresentano quasi un ottavo del patrimonio nazionale, raccoglie un trentunesimo dei soldi del turismo straniero. Domanda: che sia anche perché appare lontanissima a chi cerca di arrivarci in macchina (sulla Salerno-Reggio!), in treno (ve le raccomando, certe littorine…) o in aereo? In un mese tipo (luglio) di due anni fa, dice Boston Consulting, i voli charter sulle Baleari furono 14 volte superiori a quelli su Palermo, Catania, Trapani o Comiso. C’è da stupirsi se poi l’arcipelago spagnolo ha 11 volte più turisti e un reddito pro capite molto più alto?

di Gian Antonio Stella da corriere.it

Estate Nera per il turismo per la prima volta pernottamenti in calo

Federalberghi_previsioniTurismo, estate nera: per la prima volta pernottamenti in calo
Dall’indagine congiunturale di Federalberghi emerge un calo di presenze a luglio e agosto. Numeri negativi anche sul fronte occupazionale. Bernabò Bocca: “Servono misure, il fenomeno va curato immediatamente”

ROMA – Meno pernottamenti, numeri per la prima volta in calo nella storia delle statistiche moderne: sono gli allarmanti risultati dell’indagine congiunturale di Federalberghi per l’estate 2014. Dall’indagine emergono un saldo dei pernottamenti da giugno ad agosto pari allo 0% (rispetto al 2013) e, fatto assolutamente inedito, un calo a luglio (-0,6%) e agosto (-0,2%), per il crollo della domanda interna.

Nello specificio, i numeri parlano di un saldo dei pernottamenti alberghieri pari allo 0% da giugno ad agosto (sul medesimo periodo del 2013) determinato dall’ennesimo calo della domanda italiana (-0,6%) ed un lievissimo incremento di quella straniera (+0,6%). In più, per la prima volta, i due mesi clou dell’anno, luglio ed agosto, hanno rispettivamente chiuso in negativo con un -0,6% ed un -0,2% di presenze alberghiere.
Sul fronte occupazionale, nel medesimo periodo, si registra addirittura un -1,3% frutto di un -2,9% di lavoratori a tempo indeterminato ed un -0,3% di lavoratori a tempo determinato. Sul versante dei volumi, alla contrazione dei prezzi certificata da Istat nei giorni scorsi, si aggiungono le cancellazioni e le partenze anticipate per il maltempo registrate sia nelle località marine sia in quelle montane, con un impatto sui fatturati delle imprese ricettive nel trimestre stimabile in un -5%.

L’indagine congiunturale è stata realizzata dal Centro Studi della Federazione su un numero rappresentativo di strutture alberghiere (l’indagine è stata svolta dall’1 al 5 di ogni mese intervistando
con metodologia casuale internet mediamente 1.607 imprese, distribuite a campione sull’intero territorio nazionale).

“Un risultato tristemente negativo che arriva da anni di risultati negativi assommatisi gli uni agli altri nel tempo e che fa suonare il campanello d’allarme per uno dei principali settori economici del Paese”, ha dichiarato il presidente di Federalberghi Bernabò Bocca. “Certo – aggiunge Bocca – nel trimestre estivo si sono succeduti fenomeni meteorologici avversi che hanno sicuramente remato contro le scelte turistiche degli italiani e degli stranieri, ma ormai la stagnazione dei mercati turistici nel Bel Paese è diventata quasi un fenomeno cronico che va curato con immediatezza e misure non convenzionali”.

“L’effetto lenitivo della crescita dei turisti dal resto del mondo, registrata negli ultimi tre anni (giugno/agosto 2011 +11%, giugno/agosto 2012 +1% e giugno/agosto 2013 +4,1%) – evidenzia il Presidente degli albergatori italiani – non è più sufficiente a compensare il crollo della domanda interna e ciò mette con maggior evidenza a nudo il grave momento che le strutture ricettive del Paese stanno attraversando, ancor più grave nelle località che si rivolgono quasi esclusivamente alla cliente domestica”.

“Quali misure non convenzionali ed indifferibili occorre dunque che Governo e Parlamento varino? – si chiede Bocca – Riduzione della pressione fiscale e del costo del lavoro, aumento del massimale per i pagamenti in contante, semplificazione delle procedure per il rilascio dei visti turistici e promozione promozione promozione del Bel Paese nel mondo ed in Italia stessa”. “L’auspicio, a questo punto, – conclude Bocca – è che almeno una parte degli italiani che non hanno voluto o potuto fare vacanze durante i tipici mesi estivi, colgano le opportunità tariffarie che il mese di settembre abitualmente offre”.

“La stagnazione dei mercati turistici nel Bel Paese è diventata quasi un fenomeno cronico che va curato con immediatezza e misure non convenzionali”. E’ l’allarme del presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca, che invoca la riduzione di pressione fiscale e del costo del lavoro e l’aumento del massimale per i pagamenti in contante.

da repubblica.it

La Commissione ambiente della Camera vieta la tecnica del fracking

frackingGas, commissione Ambiente vieta la tecnica del fracking
Si usa per estrarre il gas contenuto nelle rocce grazie all’esplosione innescata da processi idraulici. L’emendamento in collegato ambientale, in Aula a metà settembre

ROMA – Ok a un emendamento al collegato Ambientale, in commissione Ambiente alla Camera, che istituisce in Italia il divieto di fracking, la tecnica di fratturazione delle rocce per la ricerca di idrocarburi, in particolare gas. Così il relatore al provvedimento Enrico Borghi del Pd, secondo cui il testo chiuso oggi andrà in Aula a metà settembre. Non c’era una norma specifica in Italia, in questo modo invece viene introdotto un divieto – spiega Borghi – con l’idea di “tutelare” falde acquifere e sottosuolo. La norma in questione è “un’integrazione al codice ambientale”.

La tecnica del fracking, con la quale si cerca di estrarre il gas contenuto nelle rocce grazie all’esplosione innescata da processi idraulici, è usata con grande successo negli Stati Uniti, dove il costo dell’energia è sceso anche per questo motivo e ha portato gli Usa a diventare esportatori di gas. Inoltre, per diversi analisti, sarebbe anche alla base della ripresa economica negli States grazie al prezzo più basso pagato dalle industrie per l’energia. In Italia, il fracking, era diventato noto per l’accusa, mossa da alcuni ‘scettici’ sulla bontà della tecnica, di aver provocato scosse di terremoto, proprio in coincidenza del sisma in Emilia Romagna.

da repubblica.it

E le falde acquifere compromesse in Usa ???