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Federalberghi contro Tripadvisor 15 milioni di false recensioni

tripadvisorTripadvisor, Federalberghi: “15 milioni di false recensioni”

E’ capitato a tutti di fare un giro su Tripadvisor per controllare i commenti degli utenti che, prima di noi, hanno soggiornato nell’hotel che ospiterà la nostra vacanza o che hanno cenato in quel ristorante che ci fa tanta gola. C’è anche chi si fa condizionare dalle recensioni scritte sul sito ed è pronto a cambiare meta di alloggio, se i commenti sono negativi. C’è però un problema e Federalberghi mette in guardia:”Su TripAdvisor ci sono almeno 15 milioni di testi truccati”. Una questione di cui già in passato si era discusso, ma cifre così grandi sorprendono.

La scoperta – A destare i sospetti, tra le altre, le recensioni riguardo il Regency Hotel di Roma: “Il primo impatto visivo non è piacevole, con le catene e i lucchetti alle porte e l’intonaco scrostato. Ma a lungo andare ci si fa l’abitudine. L’assoluta mancanza di personale e di altri ospiti lasciano presupporre che nessuno disturberà i vostri sonni tranquilli nella calda estate romana”. Commento inserito lo scorso giugno: peccato però che il Regency abbia chiuso i battenti nel 2007, ecco il perché dei lucchetti, ed ecco perché la recensione che dava alla struttura 3 stelle su 5 è una vera e propria bufala. “Sui testi pubblicati non viene effettuato nessuno controllo” spiega Federalberghi. In effetti, basterebbe una minima verifica per capire che una recensione che giudica ottima una popolare hamburgeria romana e ne decanta gli ottimi “panini con uova di gallo”, è in realtà fasulla.

La risposta – Secondo il portale Tripadvisor, però, le recensioni fasulle riguarderebbero una minoranza dei casi. “Ma i ricercatori di Gartner, famoso centro di ricerca americano, stimano che raggiungano una percentuale tra il 10% ed il 14%”, continua Federalberghi, che si è rivolta all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato per chiedere che Tripadvisor adotti con urgenza misure idonee a prevenire gli abusi a danno dei consumatori. “In altre parole, su cento milioni di recensioni, quasi quindici milioni sarebbero truccate”.

da liberoquotidiano.it

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Clarissa Gigante Le 10 truffe più diffuse su Facebook

clarissa giganteLe 10 truffe più diffuse su Facebook

Facebook ha ormai compiuto 10 anni. E anche se rispetto agli Stati Uniti in Italia spopola da meno di un decennio, è ormai parte fondante della nostra vita (digitale). Non mancano certo i detrattori, anche se a preoccupare non deve essere tanto la quantità di informazioni che diamo al social network intenzionalmente, quanto quelle che senza nemmeno accorgercene rischiamo di regalare a malintenzionati.

Sorprende, infatti, che ancora in molti caschino nelle truffe e nel cosiddetto “scam” (applicazioni e link usati per rubare i dati degli utenti). Ecco le più diffuse secondo la società specializzata in sicurezza informatica BitDefender.

Al primo posto (30,20% degli iscritti) c’è la bufala più vecchia, quella che risponde a un bisogno sembra quasi fondamentale di chiunque abbia una pagina online: “Chi ha visitato il mio profilo?“. Basta fare una ricerca su Facebook per scoprire che sono decine le app che promettono di scoprire chi – tra amici e soprattutto tra i non amici – si informa su di noi. E, manco a dirlo, non ne funziona nessuna
A molti, poi, il blu di Facebook non piace proprio. Non si spiega altrimenti perché molti utenti cerchino app o sistemi per cambiare il colore dominante della pagina. Il  il 7,38% degli iscritti, infatti, ha cliccato sull’app “Cambiate colore a Facebook“. Anche in questo caso, non fidatevi di chi promette di farvi vedere la barra di ricerca coi colori dell’arcobaleno.
Attenzione al “sextape” di Rihanna, cliccato dal 4,76% degli utenti: di hard c’è ben poco e il rischio di installare malware è molto più alto.
Tra le truffe più diffuse ne appare una che promette una T-shirt ufficiale di Facebook: per ottenerla basta seguire il link. Che ovviamente rimanda a farse ricerche (per rubare dati) o fa partire l’installazione di malware o altri file dannosi. Nella rete sono caduti il 4,21% degli utenti.
Al quinto posto c’è un’altra app per cambiare colore, questa volta in francese (“Dites au revoir au Facebook bleu”, cioè “Dite addio a Facebook blu”). È stata installata dal 2,76% degli iscritti.
Link che promettono prodotti gratuiti (in genere smartphone o altri status symbol) (2,41%) che, come nel caso di Rihanna, puntano a pagine con programmi malevoli.
Anche l’app che permette di verificare chi ci cancella dagli amici (2,27%) è ovviamente una truffa
Così come sono link truffaldini quello che spiega come vedere i 10 profili che ci somigliano di più (1,74%)…
… e quella che spiega come vedere chi visita il proprio profilo (1,55%)
E infine di nuovo un’app per chi proprio non sopporta la grafica di Zuckerberg: “Ecco come modificare il tema di Facebook“, si legge su qualche bacheca (1,50%).

Clarissa Gigante da ilgiornale.it

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Google contro gli squali mangia Internet che attaccano i cavi sottomarini video

Google contro gli squali “mangia-internet”: protezioni anti-morso per i cavi subacqueiGoogle contro gli squali “mangia-internet”: protezioni anti-morso per i cavi subacquei
I predatori attaccano le strutture digitali sottomarine del colosso americano. Un problema annoso, che potrebbe essere risolto da una guaina rinforzata

SQUALI “mangia internet”, attratti dai cavi che portano la Rete nel mondo, attraversando i fondali marini. E i grandi predatori degli oceani li attaccano da anni, azzannandoli nella speranza che siano commestibili. E invece contengono solo dati, utili magari alla Nsa ma difficilmente utilizzabili da una specie acquatica. E però, i sanguinari predatori del mare continuano a rappresentare una minaccia e un pericolo per le trasmissioni digitali, intenti come sono da anni a rosicchiare punti anche estesi delle migliaia di chilometri di cavi sottomarini che consentono agli utenti di tutto il mondo di collegarsi al web. Google ha deciso di darci un taglio. Al problema, non ai cavi o agli squali. Con un rivestimento speciale per proteggere le sue infrastrutture anche sott’acqua.

La soluzione all’annoso problema è emersa durante il Cloud Roadshow organizzato da Google a Boston. Uno dei dirigenti della casa di Mountain View, Dan Belcher – intervistato dal Network World – ha ammesso che l’azienda sta prendendo provvedimenti al fine di proteggere le linee sottomarine dagli attacchi dei pescecani. Come? Con guaine in materiale simile al Kevlar, materiale che, a parità di peso, è ben cinque volte più resistente dell’acciaio. Il Kevlar – che è un marchio registrato di cui Google non possiede la licenza, mentre possiede quella di una similare guaina in polietilene – è la fibra usata per i giubbotti antiproiettile: vale a dire che i denti degli squali mordono con una forza che richiede un “giubbotto anti-morso” attorno ai cavi. Sforzi più che giustificati: se sulla terraferma uno dei nemici storici dei cavi è il morso degli scoiattoli, sott’acqua lo squalo è nemico pluridecennale della connessione web. Il tesoro da proteggere è un reticolo sottomarino che attraversa gli Oceani e consente di trasferire dati  – come nel caso della nuova linea trans Pacifico appena annunciata da Google – alla velocità di 60 Tbps. “FASTER”, ovvero “più veloce” è il nome della nuova linea, per un investimento che costerà alle casse di  Mountain View ben 300 milioni di dollari. FASTER collegherà la costa occidentale statunitense al Giappone; la nuova linea – secondo quanto annunciato da Urs Hölzle, responsabile dell’area infrastrutture di Google – sarà 10 milioni di volte più veloce dei cavi attualmente in uso. FASTER arriva dopo i precedenti investimenti infrastrutturali dedicati dal motore di ricerca all’utenza asiatica: “Unity” nel 2008 e la “South East Asia Japan Cable” del 2011. La sfida, oggi, è fornire un servizio non solo più veloce, ma anche più affidabile, soprattutto all’utenza Android ed agli utilizzatori della Google Cloud Platform, spiega Hölzle sul suo profilo Google Plus. Questi imponenti investimenti spiegano cosa ci sia alla base della decisione di proteggere i cavi di FASTER con una guaina apposita: un morso di uno squalo causerebbe perdita di trasmissione dei dati e perdita di quel concetto di affidabilità che Mountain View desidera offrire all’utenza.

Che gli squali amassero attaccare i cavi sottomarini è vecchia storia. Già nel 1987 il New York Times raccontava dell’inspiegabile passione degli squali per la fibra ottica, che causava – per ogni morso – allo squalo la perdita di un dente, alle compagnie telefoniche dei due lati dell’Atlantico ben 250.000 dollari di spesa per singola riparazione ed ai biologi marini un sussulto di gioia per la possibilità imprevista di raccogliere nuovi dati sulla vita dei predatori. Come quando, due anni prima, l’American Telephone and Telegraph aveva interpellato uno studioso della dentatura degli squali per analizzare un canino trovato incastrato in un cavo di fibra ottica: i manager della compagnia volevano scoprire quale specie fosse responsabile e cosa spingesse l’animale ad assaggiare i cavi.

Un interrogativo tuttora irrisolto: gli attacchi ai cavi potrebbero essere scatenati dalla capacità – riconosciuta da molti studi – da parte degli squali di sentire i campi elettromagnetici. Oppure, potrebbe esserci la curiosità animale alla base degli assaggini: è quel che sostiene Chris Lowe, responsabile dello Shark Lab della California State University. E con le guaine in materiale rinforzato, la curiosità potrebbe costare qualche incisivo in più agli squali e qualche connessione persa in meno agli umani.

di CRISTINA CUCCINIELLO da repubblica.it