Categorie
Africa europa

Adriano Prosperi : Ebola il fantasma della peste

ebola effettiIL FANTASMA DELLA PESTE

EXCALIBUR , il cane di Teresa Romero, è stato soppresso ieri sera nonostante le proteste degli animalisti. Teresa, l’infermiera spagnola che è stata contagiata da ebola in occasione del ricovero del missionario García Viejo (morto il 26 settembre), è già diventata un nome minaccioso.
CHI ha avuto contatti con lei è già in isolamento o è tenuto sotto osservazione. Cinque persone, da suo marito in giù, sono ricoverate in isolamento e quelle in osservazione sono già una cinquantina. All’improvviso Ebola è tra noi. E ci fa capire che l’Africa non è lontana.
In Africa occidentale si moriva da tempo a causa di Ebola. Ma si voltavano le spalle, si diceva che tutto era sotto controllo. Non era vero.

Finché l’8 agosto scorso l’Organizzazione mondiale della santità per bocca del suo direttore ha dichiarato che siamo in piena emergenza internazionale. E oggi, nei nostri Paesi, basta un nome di un sospetto contagiato per scatenare un’ansia spaventosa. Nessun uomo, nessuna donna è un’isola: questo è certo e indiscutibile, soprattutto ai nostri tempi. Ma questo si traduce nel fatto che quando si tratta di Ebola basta un nome a fare l’effetto di un sasso nello stagno. Le onde che se ne dipartono sono le isoipse di un altro contagio, diverso da quello del virus e a diffusione assai più rapida: quello della paura. Che effetti può fare la paura? Il più evidente lo vediamo nella deformazione del modo di percepire gli spazi del mondo. All’improvviso l’idea di un mondo più piccolo, senza confini, senza frontiere, ha perduto l’alone di ottimismo che circondò pochi anni fa l’idea della mondializzazione: si è rovesciato nel suo opposto, appare come una minaccia, ci fa regredire col desiderio al tempo dei viaggi lenti per mare e per terra, delle lunghe soste in quarantena nei porti di mare.
Oggi sono i porti dell’aria, gli aeroporti, a trovarsi nella tempesta. Si guarda a loro come alla falla irrimediabile della nostra sicurezza: guardiamo al nostro vicino d’aereo col dubbio: chissà da quale remoto contatto col mondo africano è arrivato proprio lì, accanto a noi. E l’idea della quarantena si affaccia, suggerita dall’esperienza storica e dalle norme sanitarie elaborate nei secoli.
Quarantena significa sospensione della vita, attesa, paura. Tutte cose in conflitto col ritmo turbinoso della vita nel mondo attuale. Isolamento, osservazione: tempi lunghi da trascorrere in un mondo alieno, abitato da presenze che non hanno niente di umano. Le fotografie mostrano esseri con tute da astronauta, maschere, attrezzature per trattare a distanza corpi pericolosi. Tutto questo non è nuovo. Abbiamo immagini della grande peste del 1630 a Venezia che mostrano esseri mostruosi: volti nascosti dietro una maschera con occhialoni e una specie di lungo becco adunco al posto del naso, corpi coperti da vesti lunghe fino a terra, stivaloni, guanti enormi. Era la tenuta di sicurezza dei medici: dentro il becco tenevano foglie di rosmarino, bacche di ginepro, spicchi d’aglio, per non sentire il fetore dei corpi dei malati. In mano, avevano un lungo bastone per sollevare lenzuoli e scoprire corpi. Intanto gli appestati erano isolati sull’isola del Lazzaretto Vecchio; e chi aveva avuto contatti con loro era confinato su quella del Lazzaretto Nuovo. Per chi trasgrediva le regole igieniche e alimentari, c’era una forca eretta su di una nave. Intanto i morti si ammassavano nelle case e chi poteva ne gettava i corpi dentro le apposite barche che passavano nei canali.
Quell’epidemia devastò città e campagne dell’Italia centro-settentrionale. Rimase celebre quella di Milano. La grande letteratura che riesce a far rivivere il presente nascosto sotto i panni del passato ce ne ha offerto un’idea coi Promessi sposi del Manzoni: anche, se non di più, con la sua Storia della colonna infame . Senza il terrore che dominava le menti, senza il sospetto e l’odio che avvelenavano i rapporti umani, non ci sarebbe stato nel 1630 il mostruoso processo contro il barbiere Gian Giacomo Mora e il commissario di sanità Guglielmo Piazza. Dietro il vicino, il passante qualsiasi, si vedeva l’untore, l’avvelenatore che dissemina deliberatamente il contagio. E ben prima dei due sfortunati milanesi tanti altri avevano pagato con la vita il sospetto di essere i colpevoli delle epidemie di peste. Gli eretici, i bestemmiatori, le prostitute attiravano l’ira di Dio, alla fine toccò anche ai malati di Aids. Nella serie dei capri espiatori non potevano mancare gli ebrei: furono loro a finire sui roghi quando la Peste Nera del 1348 devastò l’Europa.
Fu quello il momento capitale dell’esperienza della fragilità della specie, l’attacco che mise a rischio la sopravvivenza stessa degli esseri umani in una vasta e progredita area continentale. A quel momento storico ci si deve rivolgere sempre come al laboratorio degli effetti devastanti di un’epidemia: non solo per la dimensione apocalittica del fenomeno, che apparve allora misterioso e incomprensibile se non rifacendosi all’idea dell’ira di un Dio da placare con penitenze e purgazione della società dai membri sospetti. Ma anche e soprattutto per capire quali siano gli effetti della paura del contagio. I cronisti della Peste Nera ce lo hanno detto: Matteo Villani scrisse che «le madri e’ padri abbandonavano i figliuoli, e i figliuoli le madri e’ padri, e l’uno fratello l’altro e gli altri congiunti». E più d’ogni altra fonte storica è un scrittore della grandezza di Giovanni Boccaccio che vale la pena di rileggere a questo proposito: «L’un fratello l’altro abbandonava, li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano».
Ecco il punto: l’esperienza del terrore può dissolvere i vincoli più sacri fra gli esseri umani. L’aggressione di un nemico invisibile, di una minaccia mortale senza riparo, può davvero trasformare l’essere umano in lupo per il suo simile. E oggi Ebola minaccia di rinnovare questa esperienza: all’abisso già esistente tra l’Africa e il resto del mondo che ci ha reso insensibili davanti alle stragi del Mediterraneo, oggi si aggiunge la minaccia di abissi anche più profondi all’interno delle nostre società e dei nostri rapporti umani abituali. Excalibur può essere la prima vittima di un esperimento assai più vasto.
Da La Repubblica del 09/10/2014. Adriano Prosperi

Categorie
europa

Beppe Severgnini The Million Euro Baby Quel milione di bambini nato da coppie Erasmus

Beppe SevergniniQuel milione di bambini
nato da coppie Erasmus
È facile attaccare l’Ue, ma dobbiamo essere meno cinici di chi ci guida

Potremmo chiamarla, o chiamarlo, «The Million Euro Baby», se il titolo non fosse così cinematografico. La Commissione europea ha calcolato che un terzo degli studenti Erasmus ha conosciuto il partner durante l’esperienza all’estero. «Stimiamo che da queste coppie, a partire dal 1987, sia nato un milione di bambini», ha dichiarato Androulla Vassiliou, commissaria uscente per l’Istruzione, la Cultura e la Gioventù.

Secondo voi, quanti leader politici hanno commentato la notizia con orgoglio? Quanti hanno capito che altri programmi Ue producono norme europee, mercati europei, prodotti europei; mentre il programma di scambi universitari Erasmus, da ventotto anni, produce europei. Un sostantivo, senza aggettivi. E costa lo 0,7% della politica agricola comune.

«The Million Euro Baby». Nessun governante, nei 28 Paesi, ha ricordato il traguardo, che io sappia. Tanti, invece, sono impegnati a scaricare sull’Unione responsabilità e colpe: anche responsabilità nazionali, anche colpe che i governi dovrebbero assumersi. La Conferenza di alto livello sul lavoro, in programma oggi a Milano, offrirà probabilmente ulteriori, malinconici esempi di questa tendenza.
L’Europa è diventata il capro espiatorio delle inadempienze nazionali. È facilissimo attaccarla: non può difendersi. Un club non può farci niente, se i soci vanno in giro a parlarne male. Ma i soci del club europeo non sono soltanto i governanti, di ogni nazionalità e credo politico. Siamo tutti noi e dovremmo essere meno cinici di chi ci guida.

Certo è facile, per Matteo Renzi, ripetere «Non sarà l’Europa a dirci quello che dobbiamo fare!». Certo è utile, per David Cameron, rispondere: «Tengo mille volte più alla Gran Bretagna che all’Europa». Certo è comodo, per Manuel Valls, dire: «La Germania deve cambiare tono!» invece di metter mano alla mastodontica spesa pubblica francese (56% del Pil). Ma tutti e tre, e altri, dovrebbero chiedersi: cosa faremmo, senza il fiato dell’Europa sul collo?

La risposta, per l’Italia, è facile: eviteremmo la fatica del cambiamento e torneremmo a spendere come cicale. Un ex-presidente del Consiglio, privatamente, giorni fa lo ha ammesso: «Senza lo scudo delle norme di bilancio Ue, chi governa l’Italia non potrebbe resistere alla pressioni di sindacati, industriali, amministrazioni locali, interessi vari». Senza i vincoli europei – ricordiamolo – il debito pubblico italiano è schizzato dal 50% del Pil nel 1974 al 122% del 1994. Ora siamo al 132%. Non è poco: la Francia è al 92% e la Germania al 78%. Ma almeno, grazie ai guardiani di Bruxelles, non ci siamo finanziariamente suicidati.
È irritante aver bisogno di guardiani? Ovvio. Si può evitare? Certo, basta mostrare di poterne fare a meno. Se facessimo le riforme che promettiamo – lavoro, giustizia, fisco, scuola – il cielo economico sopra l’Italia schiarirebbe all’improvviso. Non dimentichiamo che 600 miliardi del nostro debito pubblico sono in mano a fondi stranieri. Se decidessero che parliamo tanto e facciamo poco – se concludessero che di noi non ci si può fidare – sarebbero guai seri. Chiedete a Silvio Berlusconi: ne sa qualcosa, il 2011 non è così distante.

Il deficit al 3% non è un dogma, si può modificare. E, come ha ricordato Pier Carlo Padoan aprendo il convegno anglo-italiano di Pontignano (Siena), «alcuni Paesi europei pensano di aver fatto tutto e non è così». La possente ed egocentrica Germania, convitato di pietra d’ogni incontro europeo, potrebbe usare l’enorme surplus commerciale, creare domanda, liberalizzare il mercato interno dei servizi. Questo, tuttavia, non autorizza i politici europei, di ogni colore e latitudine, a parlare con sarcasmo e disprezzo dell’Unione Europea. È una questione di rispetto e di lungimiranza.
L’Europa dobbiamo farla migliore: non disfarla.

di Beppe Severgnini da corriere.it

Categorie
europa società

Gli europei sono fatti, facciamo l’Europa

leuropa-secondo-gli-inglesiLettera aperta (e sincera) a un cittadino della Germania
Un nuovo ceto medio continentale ormai esiste, ma le istituzioni non sono all’altezza. Servono meno burocrazia, più chiarezza e un’immagine diversa

Mi è capitato recentemente di andare a un matrimonio nelle Langhe. La sposa, insegnante elementare, era italiana, torinese per la precisione. Lo sposo, chimico, era tedesco. Si sono conosciuti grazie a un Erasmus in Inghilterra. Lui ha cercato lavoro in Italia per un anno, distribuendo curriculum cui nessuno ha mai risposto. Ha poi trovato in Germania, a Colonia, dove adesso vivono. Lei ha preso il suo brevetto in tedesco e comincerà tra poco a lavorare in una scuola materna. Al matrimonio, assai festevole, sono arrivati tutti, italiani e tedeschi, con addosso gli stessi vestiti, italiani, e a bordo delle stesse macchine, tedesche. Tutti a proprio agio alla cerimonia, tutti con l’aria di trovarla assolutamente normale, identica a quella che sarebbe stata in Germania, in Francia o in Inghilterra. A tavola hanno chiacchierato di quel che facevano, di serie televisive e di libri (americani però), delle proprie vacanze e di quali tra i voli low cost tra Italia e Germania fosse in realtà il più conveniente e andasse nei posti più strani. Alcuni tedeschi parlavano italiano — da bene a così così —, nessun italiano parlava tedesco, ma molti se la cavavano con quel poco o tanto di inglese che sapevano. Si sono tutti capiti benissimo. Non solo, ma, e questo è davvero il punto fondamentale, non c’e’ stata estraneità, quel guardarsi intorno smarrito e cauto in cerca dei propri simili, quel gradino di diffidenza che ancora fino a pochi anni fa ci sarebbe di sicuro stato.
Fino a pochi anni fa l’idea di essere tra di noi, di eguaglianza e di parità, era proprio o di gruppi professionali o di élite intellettuali. Adesso è diventato senso comune. O, per meglio dire, senso comune per un nuovo ceto medio, più giovane, più civile e più allargato. Per il nuovo ceto medio europeo. Che non equivale di certo all’insieme o anche solo alla maggioranza degli europei (in mezzo miliardo di persone c’è ovviamente di tutto…), ma che è la parte più attiva, più proiettata in avanti, quella che sarà senza ombra di dubbio la spina dorsale del domani.
Sono gente simpatica questi nuovi europei. Gente pratica, con i piedi per terra (dài e dài, l’economia ce l’hanno nel sangue). Ma anche gente curiosa. Che è un modo diverso di essere colta, schivando la vecchia e arrogante retorica dei colti di professione. Gente che ha risolto in concreto, personalmente, il problema della doppia appartenenza al proprio Paese e all’Europa. Il proprio Paese sono le proprie radici, l’Europa è il proprio orizzonte, il terreno in cui misurarsi.
Insomma, gli europei sono qui, sono già arrivati, inutile andare a cercarli. Quel che non c’è, a dire il vero, è l’Europa. O perlomeno un’Europa degna di questi europei. Non si può chiamare Europa quello sferragliante convoglio in perenne viaggio tra Bruxelles e Strasburgo, quel coacervo di istituzioni ammonticchiate le une sulle altre di cui nessuno, se non chi ne è parte, sa dire le precise competenze. In tempi di vacche magrissime per tutti è ora anche qui di semplificare, di sfrondare. E di risparmiare. Che credibilità potrà mai avere l’Europa che chiede riforme se non è capace di riformare se stessa? Poi occorre chiarezza: non trasparenza, che è un concetto nebuloso, chiarezza. Sulle due questioni essenziali, della cessione — e dunque sulla distribuzione — di sovranità e sul comando. La Banca centrale europea e la Germania hanno diritto di rivendicare l’una e l’altro, cioè l’egemonia. Ma in che misura e in che modo? Abbiamo già fatto la colossale sciocchezza di varare un’unione monetaria senza un’unione fiscale. Cerchiamo di non farne altre.
Infine un po’ di cura all’immagine, al marketing. Nessun prodotto è stato trattato peggio dell’Europa. Quelle terrificanti fotografie uso scolastico di una trentina o cinquantina di ignoti in cui ognuno va a cercare il proprio congiunto, Renzi nel nostro caso. Quelle sinistre riprese di tavoli chilometrici coperti da valanghe di carte con gli dèi dell’Europa che bisbigliano e si danno di gomito. Quel nero sbattere di portiere da cui i medesimi dèi escono contorcendosi, ma con eroici sorrisi. Si può fare qualcosa di meglio. Coraggio. Gli europei sono fatti, facciamo l’Europa

di Gian Arturo Ferrari da corriere.it