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10 dicembre 2011 : l’eclissi totale di luna tra Asia e Pacifico

L’eclissi che non vedremo
Una gigantesca luna rossa apparirà a chi vive in zona Asia e Pacifico

Claudia Santini

Quest’oggi si verificherà un’eclissi lunare totale che porterà la Luna in una zona d’ombra prima di mostrarla enorme e rossa agli occhi dei milioni di spettatori. Saranno fortunati tutti gli osservatori tra Asia e Pacifico, in particolare in Nord America nella parte occidentale del Canada, che avranno un’ottima visuale sull’eclisse che inizia alle ore 7:45 a.m. EST, ovvero le nostre 13.45.

Noi europei siamo tagliati fuori dallo spettacolo, ma possiamo sempre ricorrere a Internet, a meno che non vogliate attendere la prossima eclissi del 2014.

Un’eclissi lunare totale si verifica quando la Terra passa tra il sole e la luna, gettando la propria ombra sulla luna. Gli scienziati della NASA hanno spiegato: “Per le persone negli Stati Uniti occidentali, l’eclisse è più visibile poco prima dell’alba locale. Volgete lo sguardo ad ovest per vedere la luna rossa che si tuffa nell’orizzonte mentre il sole nasce alle sue spalle. È una rara opportunità per iniziare bene la giornata”.

Ad essere in buona posizione per godere lo spettacolo sono gli osservatori di Alaska, Hawaii, Australia, Nuova Zelanda e in Asia centrale. A differenza delle eclissi solari, che sono spesso visibili solo alle persone all’interno di una ristretta fetta del globo, un’eclissi lunare può essere visto da chiunque sul lato del pianeta rivolto alla Luna, come spiega Alan MacRobert, senior editor della rivista Sky & Telescope, intervistato da Live Science.

A partire dalle nostre 15.05, la luna sarà completamente inghiottita in un bagliore che potrebbe variare dall’arancione chiaro al rosso sangue. La NASA promette uno spettacolo indimenticabile. Gli scienziati infatti spiegano: “Non solo sarà rossa, ma sarà anche caratterizzata da una sorta di illusione ottica che la farà sembrare enorme. Per ragioni non del tutto comprese da astronomi o dagli psicologi, la luna calante appare innaturalmente grande quando scende attraverso gli alberi, gli edifici e altri oggetti in primo piano nel campo visivo”.

In realtà la luna non è più grande, ma il cervello umano la percepisce in modo differente e gli osservatori degli Stati Uniti se ne accorgeranno: oggi sembrerà immensa. Nonostante il passaggio nell’ombra, la luna sembrerà illuminata da sfumature rosse. Il delicato strato di aria polverosa che circonda il nostro pianeta si arrossa e reindirizza la luce del sole, riempiendo il buio dietro la Terra con un tramonto dal bagliore rosso. A seconda dello stato dell’atmosfera al momento dell’eclisse, gli osservatori possono aspettarsi da tonalità arancioni al brillante rosso intenso. Tra i colori, potrebbe non mancare il turchese: “il passaggio della luce attraverso l’atmosfera superiore penetra lo strato di ozono, che assorbe la luce rossa e rende i raggi di luce tendenti al blu”, spiegano gli scienziati.

da GIORNALETTISMO.COM

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archeologia Asia

Gabriele Rossi Osmida a Merv Turkmenistan trova la più antica Chiesa cristiana in Asia centrale

Una chiesa nel deserto: è la più antica in
Asia, scoperta da archeologo veneziano

VENEZIA – Scoperta da un archeologo veneziano, Gabriele Rossi Osmida, riaffiora nell’oasi di Merv, nel deserto del Turkmenistan, quella che sembra essere stata la più antica chiesa cristiana dell’Asia centrale.

Il tempio risale alla fine del regno dei Parti (fine del primo-inizio del terzo secolo dopo Cristo) ed era incastonato nella struttura più antica del monumento architettonico medievale Haroba Kosht (Castello in rovina in lingua turcomanna), il cui restauro era stato commissionato dal governo del Turkmenistan alla missione di Rossi Osmida. L’edificazione di un tempio cristiano così indietro nel tempo nel cuore dell’Asia centrale, spiega l’archeologo veneziano in una intervista pubblicata dal mensile telematico Scienzaonline.com, trova riscontro nelle testimonianze registrate da alcuni testi del IV e VI secolo che parlano della predicazione dell’apostolo Tommaso (o dei suoi discepoli) nell’oasi di Merv, dove era giunto nella sua missione di evangelizzazione che poi sarebbe arrivata fino all’India.

Lavorando al restauro del Castello in rovina, la missione italiana si è imbattuta prima in una croce nestoriana in bronzo. Dopodiché , in successione, sono emersi diversi reperti di ceramica sigillata, pezzi di notevole interesse che offrono un ampio ventaglio di simboli paleocristiani: croci, pani, pesci, uva, tralci, agnelli che si abbeverano. «Con queste scoperte ora non sussistono più dubbi – sostiene Rossi Osmida -: Haroba Kosht è stata la più antica chiesa cristiana dell’Asia Centrale». Il primo impianto della chiesa, ricostruisce l’archeologo, «non era molto ampio e riflette il sistema delle cosiddette chiese a sala diffuse in Oriente nei primi secoli della nostra era. Un secondo impianto, più massiccio, risale all’arrivo di un nucleo cristiano nestoriano a Nerv (V secolo) che, come rilevano i documenti dell’epoca, costruì una basilica nella cittadella e un monastero (il Castello in rovina) accanto al palazzo reale sasanide. Gli antichi documenti ci trasmettono anche il nome del fondatore: Bar Gheorghys». Dopo la discesa delle orde di Gengis Khan, che distrussero Merv per ben tre volte nel giro di pochi mesi, l’oasi venne abbandonata per due secoli e non tornò più agli antichi splendori. I Nestoriani si spostarono in Iraq e Siria. E finì la storia di quella chiesa lasciata nel deserto.

da gazzettino.it

Archeologo italiano scopre chiesa paleo-cristiana nel deserto del Turkmenistan

La struttura arcaica di un’antichissima domus cristiana è stata scoperta in un’oasi nel deserto del Turkmenistan, in Asia Centrale, da un archeologo veneziano: risale alla fine del regno dei Parti (fine del primo-inizio del terzo secolo d.C.), secondo quanto ci racconta Gabriele Rossi Osmida appena rientrato dall’ultima missione di scavo, il quale ha individuato la chiesa paleocristiana incastonata nella struttura più antica di Haroba Kosht (“Castello in Rovina”, in lingua turcomanna), un rudere devastato dal tempo e da millenni di guerre (la distruzione definitiva si deve alle orde di Gengis Khan, nel 1221).
E’ una scoperta clamorosa. Ma l’edificazione di quel tempio cristiano così indietro nel tempo nel cuore dell’Asia centrale, come spiega Rossi Osmida in un’intervista concessa a pochi giorni dal suo rientro in Italia, trova riscontro nelle testimonianze registrate da alcuni testi del IV e VI secolo che parlano della predicazione dell’apostolo Tommaso (o dei suoi discepoli) nell’oasi di Merv, dove era giunto nella sua missione di evangelizzazione che infine sarebbe arrivata fino all’India.

In realtà, l’obiettivo principale affidato dal Governo del Turkmenistan a Gabriele Rossi Osmida, responsabile del progetto internazionale “Antica Margiana”, era il recupero e restauro del monumento architettonico medioevale di Haroba Khosht, un complesso anomalo la cui struttura esce da ogni canone fin qui noto per il medioevo turkmeno; nemmeno ne era chiara la destinazione d’uso. Lo scavo era diventato ancora più difficile a causa dei danni devastanti provocati su quel sito da archeologi sovietici, i quali avevano rifiutato l’ipotesi che potesse trattarsi di una chiesa paleo-cristiana.

Ma il primo impianto è stato alla fine faticosamente identificato dall’archeologo italiano: “Non era molto ampio – spiega Rossi Osmida – e riflette il sistema delle cosiddette ‘chiese a sala’ diffuse in Oriente nei primi secoli della nostra era. Un secondo impianto, più massiccio, risale all’arrivo di un nucleo cristiano nestoriano a Merv (V secolo) che, come rileviamo da documenti dell’epoca, costruì una basilica nella cittadella e un monastero (il nostro “Castello in rovina”) accanto al palazzo reale sasanide. Gli antichi documenti ci trasmettono anche il nome del fondatore: Bar Gheorghys”.

I Nestoriani abbracciavano l’eresia di Nestorio, patriarca di Costantinopoli fra il 428 e il 431, il quale attribuiva a Cristo due nature distinte, l’umana e la divina.
Con l’uccisione dell’ultimo re sasanide (nell’anno 652), privi della protezione reale e perseguitati dagli zoroastriani, i Nestoriani abbandonarono il sito riparando in Siria da dove vennero richiamati sul finire del X secolo dagli arabi Abassidi che cercavano, loro tramite, di favorire la distensione con la vicina Bisanzio. Questa politica fu accentuata dalla dinastia turca dei Selgiuchidi, che provvide ad un restauro massiccio del monastero e, grazie ai Nestoriani, instaurò un rapporto privilegiato con la Repubblica di Venezia.

“A quell’epoca – spiega Rossi Osmida – Merv era la più grande città del mondo (contava ben 200.000 abitanti), ricca di palazzi e monumenti di cui oggi si ammirano le rovine. Qui si realizzò il massimo livello raggiunto in passato di civiltà e di tolleranza religiosa. Vi convivevano pacificamente cristiani, ebrei, buddisti e musulmani. Qui aveva sede una delle più grandi università dell’Oriente, dove il grande Omar Khayyam (1048-1131, padre fondatore dell’algebra e noto poeta) insegnò matematica e astronomia”.

Ma dopo la discesa delle orde di Gengis Khan, che distrussero Merv per ben tre volte nel giro di pochi mesi, l’oasi venne abbandonata per due secoli e non tornò più agli antichi splendori. I Nestoriani si spostarono definitivamente in Iraq e in Siria, dove trasferirono il loro archivio.

La storia dello scavo merita un racconto a parte. Nel 1952 la studiosa russa Galina Pugacenkova aveva già ipotizzato che si trattasse di un edificio religioso, probabilmente cristiano; ma gli studiosi sovietici – come risulta dalla documentazione raccolta dall’archeologo veneziano – si opposero fortemente a questa teoria sostenendo che si trattava solo di un caravanserraglio. Per trovare conferme, nel 1968 decisero di praticare due grandi trincee di scavo al suo interno che restituirono solo alcune monete di epoca sasanide e qualche frammento di ceramica ma che, in compenso, causarono una serie di crolli a catena che resero apparentemente illeggibile l’intero edificio, all’epoca articolato su tre piani e dotato di una grande cupola a est.

“Dopo uno studio accurato dei materiali impiegati per la sua costruzione, affidati a noti laboratori italiani, ho fatto rimuovere le macerie e mettere in sicurezza i muri perimetrali – racconta ancora Rossi Osmida – con la costruzione di alcuni contrafforti per impedire che collassassero. Successivamente ho proceduto alla messa in luce dell’intera struttura scoprendo una serie di finestre e di porte ad arco acuto e, sul lato est, un portale sovrastato da un arco a tutto sesto realizzato in epoca selgiuchide (XI-XIII sec.). E’ stato a quel punto che, proprio sul piedritto a pilastro di sinistra, è stata rinvenuta una croce nestoriana in bronzo e, in successione, diversi reperti di ‘ceramica sigillata’ di notevole interesse che offrono un ampio ventaglio di simboli paleo-cristiani: croci, pani, pesci, uva, tralci, agnelli che si abbeverano, ecc. Con queste scoperte ora non sussistono più dubbi: Haroba Kosht è stata la più antica chiesa cristiana dell’Asia Centrale”.

Per questo, il governo del Turkmenistan ha deciso di promuovere un convegno a Merv nel prossimo settembre durante il quale Gabriele Rossi Osmida esporrà le proprie scoperte e illustrerà le tecniche innovative adottate per la conservazione e il restauro del monumento. Grazie alle sue ricerche, è ora possibile, attraverso le evidenze archeologiche, le analisi dei materiali raccolti (anche con il metodo del radiocarbonio C14) e alcuni preziosi documenti archivistici rintracciati in Iraq e in Siria, ricostruire la storia di questo edificio.

Guido Scialpi da scienzeonline.com

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Africa Asia

Quanto è faticoso andare a scuola a studiare in Africa ed Asia a volte

Scuole estreme per studenti eroici
La strada per Gulu, villaggio cinese vicino al Tibet

Dall’Africa al cuore dell’Asia alcuni esempi di quanto talvolta possa essere scomodo studiare

In Kenya diventai amico di un giovane tassista di nome Gideon sposato con una profuga ugandese. Sua moglie era fuggita dagli orrori dell’Uganda di Amin portando con sè la figlia Faridah di otto anni. Quando la madre era nei campi a lavorare e Gideon in giro per Malindi ad accompagnare turisti, era lei che si occupava dei fratelli più piccoli, che puliva la casa, la biancheria, che cucinava per tutti. Un giorno Gideon mi raccontò che il villaggio ugandese dove era cresciuta Faridah distava sette chilometri dalla scuola più vicina. Per imparare a leggere e a scrivere, Faridah percorreva tutti i giorni quasi 15 chilometri. Una volta chiesi a Faridah come fosse la sua scuola. “So far” – mi rispose lei con un sorriso d’avorio. Appena entrava classe posava la testa sul banco e dormiva. Anche da noi c’è chi abita a più di sette chilometri da scuola, ma c’è lo scuolabus che viene a prenderlo sottocasa, o l’auto di mamma o quella di papà. E quando arriva in classe non è certo così stremato da accasciarsi sul banco.
In Africa ogni cosa te la devi sudare, anche quelle che ti spettano di diritto. Racconta la scrittrice camerunese Calixte Beyala: “Avevo una sorella, nella nostra famiglia non potevano permettersi di mandarci a scuola in due e allora mia sorella mi ha detto: vacci tu, vai a scuola per tutte e due. Si è sacrificata per me. Il diploma che ho ottenuto, lo ho ottenuto per lei. Dopo la maturità mia sorella ha avuto un incidente ed è morta e io ero così arrabbiata e in collera che ho cominciato a scrivere”.
Anche in Cina ogni cosa te la devi sudare, specie se tua madre è stata condannata a partorire in un villaggio in culo al mondo come il villaggio di Gulu, un pugno di baracche a più di duemila chilometri da Pechino, e a meno di 220 chilometri da Lhasa. Siamo dunque ai confini col Tibet, nella provincia di Sichuan, nel cuore del Sichuan Dadu River Gorge National Geological Park, un intrico di montagne, canyon, rocce a strapiombo, orridi, vertiginosi versanti, gole mozzafiato. Un luogo perfetto se ti chiami Spielberg e devi girare la scena clou dell’ultimo Indiana Jones, ma se ci devi vivere tutto l’anno, quasi una maledizione.
Qui regna una delle minoranze etniche più antiche della Cina, il popolo Yi, e qui, dove la montagna è più aspra, c’è la scuola in capo al mondo del maestro Shen Qijun. Shen arrivò a Gulu che aveva appena 18 anni. Ereditò una scuola fatiscente, costruita col fango con un tetto sbilenco e un miliardo di crepe. Il vento gelido sibilava sui pochi alunni facendosi beffe dei muri. Non c’era un bagno; per fare la pipì bisognava uscire dalla scuola e quando un giorno un alunno tornò in classe ferito, il maestro andò a protestare dagli anziani del villaggio. “Se volete che io resti a Gulu, datemi una scuola degna di questo nome. E con un bagno vero”. Shen Qijun fu accontentato. Tutto il villaggio partecipò alla costruzione della nuova scuola. Il tetto fu riparato, il vento esiliato dalla classe, gli alunni ebbero in dono quel bagno che avevano sempre sognato.
Sono 28 anni che Shen Qijun insegna nella scuola in capo al mondo. Fondi per insegnare non ce ne sono mai. Ogni tanto la gente di Gulu fa collette per i libri, i quaderni, le matite. Ogni tanto arrivano donazioni dalla provincia, come le divise degli scolari. Fino al 2003 arrivare a Gulu era un’impresa. 5 ore di salita durissima, sfibrante, insidiosa, dove un piede in fallo poteva costare la vita. C’erano sentieri su cui si avanzava appiccicati alla roccia, e soli 40 centimetri tra la parete e lo strapiombo. Nel 2003 hanno costruito la via dei muli, la Luoma Road. Adesso la strada per Gulu è un po’ meno ostile, ma percorrerla resta sempre un’impresa.

LORENZO CAIROLI da lastampa.it