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Mar Glaciale Artico : crolla una parete del ghiacciaio Monaco delle isole Svalbard davanti ai turisti

isole_svalbard_ghiacciaio_monacoIL GHIACCIAIO ARTICO SI SGRETOLA, TURISTI IN BALIA DELLE ONDE

Uno spettacolo terribile e meraviglioso allo stesso tempo quello a cui ha assistito un gruppo di turisti nel Mar Glaciale Artico.

Mentre costeggiavano il ghiacciaio Monaco, che fa parte delle isole Svalbard, sono stati travolti dal crollo di una parete di ghiaccio.

I turisti, che erano fortunatamente a una distanza di sicurezza dalla costa, non sono stati colpiti dai ghiacci, anche se si sono ritrovati in balia della forza delle onde.

da leggo.it

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Il Polo Nord è il nuovo Eldorado del Petrolio

I CAMBIAMENTI AMBIENTALI APRONO NUOVE POSSIBILITÀ DI SFRUTTAMENTO
Polo Nord, il nuovo Eldorado del petrolio
Profitti stimati in 100 miliardi di dollari tra gas e greggio nelle zone artiche

MILANO – Il trenta per cento delle riserve di gas del mondo, il 13% di quelle in petrolio. A tanto ammonta, secondo l’ente di studi geologici statunitense, il potenziale energetico dell’Artide. E sono dati che fanno gola in tempi di crisi. Al polo Nord infatti i profitti stimati dai Llyod’s di Londra in collaborazione con Chatham House, think tank britannico, «arriverebbero a superare i 100 miliardi di dollari,» come recita Arctic Opening: Opportunity and Risk in the High North, documento pubblicato dai ricercatori inglesi.
IL PROGETTO – Secondo lo studio, l’intera area sarà interessata da enormi cambiamenti ambientali in grado di aprire nuove possibilità per la creazione di infrastrutture e per l’estrazione delle materie prime. «Le nuove tecnologie e il cambiamento climatico apriranno l’accesso a nuove aree della zona artica, in particolare lungo quelle coste che interessano alle aziende petrolifere ed energetiche e alle compagnie navali», spiega Charles Emmerson, ricercatore presso Chatham House e autore della ricerca. Ma se l’obiettivo finale è quello di fare dell’Artide una novella Arabia Saudita o una sorta di canale panamense del nord, i tempi non sono ancora maturi. «Sicuramente il polo Nord è divenuto nel tempo meta per numerose compagnie che stanno cercando il modo migliore per estrarre petrolio dai ghiacci, ma i costi e i rischi ambientali sono ancora molto alti».

I RISCHI – E su questo punto gli inglesi sono cristallini: se qualcosa in Artide andasse storto, i danni sarebbero così gravi da far dimenticare la tragedia del Golfo del Messico. «Un incidente o una fuoriuscita di petrolio sarebbero devastanti sia per l’ambiente sia per la popolazione», afferma Emmerson. Rimane quindi necessario per le aziende investire in ricerca e sviluppare (sempre che sia possibile) tutti i mezzi necessari per contenere e diminuire il rischio. Fattibile? Dipenderà, dicono da Londra. «Non possiamo pensare di fare sviluppo sostenibile in una zona come l’Artide in dieci o vent’anni. Dobbiamo avere la pazienza di attendere. Sappiamo quali possibilità abbiamo, ma non possiamo rischiare. Anche a costo di aspettare un secolo» conclude il ricercatore. E ci sono zone dell’Artide dove i primi effetti della corsa al petrolio si sono fatti sentire, denunciati da Greenpeace. A marzo 2012 infatti, una spedizione di ricercatori dell’organizzazione ambientalista ha raccolto numerose testimonianze e immagini nella zona di Noyabrsk, località dell’Artide siberiana, dove Gazprom e Rosneft hanno stabilito alcuni siti per l’estrazione di petrolio.

LE DENUNCE – «Abbiamo raccolto dichiarazioni degli abitanti,» spiega Zhenya Belyakova di Greenpeace Russia «che raccontano l’enorme disparità tra le compensazioni economiche dovute dalle compagnie petrolifere per l’occupazione del suolo e i danni causati all’ambiente e alla comunità. Queste persone perdono terreni, perdono un’idea di futuro che non può essere monetizzata». Com’è accaduto a Vladimir Vello, allevatore locale che fino a cinque anni fa possedeva oltre 800 renne nella zona di Gubkinsky. «Ora invece ne abbiamo solamente 80-100, perché molte sono state abbattute proprio dai lavoratori delle aziende petrolifere. Ma nessuno di loro è mai stato punito per questo». Si aggiungono poi le problematiche legate ai terreni e ai corsi d’acqua, dove molti abitanti andavano a pescare e che «erano sempre ricchi di pesce. Oggi sono bloccati per via delle aziende petrolifere, che non hanno consultato la popolazione per capire dove costruire gli impianti di perforazione».

I MILITARI – E proprio dalla Russia è partita la seconda tendenza che negli ultimi mesi si sta delineando in Artide: l’aumento della presenza militare. Con un terzo della superficie nel circolo polare artico, la nazione di Putin si è fatta via via strada per la conquista delle zone ad alto tasso di petrolio e gas, come ha scritto in un recente studio Rob Huebert, direttore del centro di studi militari dell’università di Calgary. Secondo le ricerche pubblicate dal centro canadese, gli accordi stabiliti dal 1996 tra i Paesi del Consiglio artico (Svezia, Finlandia, Islanda, Canada, Danimarca, Norvegia, Russia e Stati Uniti) sono ancora stabili, ma queste nazioni stanno provvedendo a spostare un numero crescente di forze militari in Artide, a difesa di risorse energetiche così importanti. Come se non bastasse, anche la Cina ha fatto capolino all’ultima assemblea del consiglio, su invito della Svezia, che la vorrebbe osservatore permanente. Nell’area artica continuano esercitazioni specifiche per il combattimento tra i ghiacci e la difesa da attacchi terroristici, ma, per fortuna, analisti accreditati come i ricercatori del Sipri (International Peace Research Institute) di Stoccolma, hanno lanciato messaggi più rassicuranti: «È vero che c’è una crescita delle forze militari in Artide, ma siamo ancora lontani da una vera e propria destabilizzazione dell’area», ha dichiarato Siemon Wezeman, ricercatore presso l’istituto.

Chiara Caprio da corriere.it

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La corsa militare a spartirsi l’Artico

La spartizione militare dell’Artico

Otto Paesi si dividono le zone d’influenza e rilanciano la corsa alle immense risorse energetiche

All’inizio di aprile, i capi militari di otto Paesi si sono incontrati in una base canadese. La notizia è passata quasi inosservata, a parte un dispaccio dell’Associated Press dal Giappone, e non è filtrata con grande spazio sui media internazionali. I Paesi seduti al tavolo, però, erano importanti, e la ragione che li ha spinti a parlare è destinata a diventare una delle questioni strategiche più delicate del secolo. Stati Uniti, Russia, Canada, Norvegia, Svezia, Danimarca, Islanda e Finlandia hanno iniziato a discutere la spartizione militare dell’Artico. Una suddivisione delle aree di influenza, diventata urgente a causa delle enormi prospettive di sviluppo della regione, che si stanno aprendo grazie al riscaldamento globale e allo scioglimento dei ghiacci.

Al momento si tratta di regolare le rotte, riconoscere i rispettivi insediamenti, prepararsi all’eventualità di lanciare operazioni di soccorso congiunte, ora che le navi commerciali si spingono sempre di più verso quei mari spopolati e difficili. Nel prossimo futuro,però,laforzamilitare potrebbe diventare indispensabile per proteggere grandi interessi nazionali. Secondo le stime dello U.S. Geological Survey, il 13% delle riserve mondiali di petrolio non ancora scoperte e il 30% del gas si trovano nell’Artico. E questa è solo una delle tante ragioni forti che rendono questa regione importante e contesa. Durante la Guerra Fredda, approfittando del fatto che circa un terzo del suo territorio si trova dentro il Circolo polare, l’Urss aveva trasformato l’area in un punto di forza militare, da cui non era difficile raggiungere gli Stati Uniti. Washington aveva risposto rafforzando le sue posizioni in Alaska, ma soprattutto moltiplicando le missioni verso il Polo Nord dei sottomarini nucleari. Finita la Guerra Fredda, l’interesse sembrava destinato a scemare. La flotta russa arrugginiva nei porti, mentre gli americani rimanevano con una sola nave rompighiaccio in dotazione alla Guardia Costiera, anche se i sottomarini continuano a navigare sotto il Polo. Ci ha pensato il riscaldamento globale a cambiare nuovamente lo scenario, restituendo importanza all’Artico. Il Passaggio a Nordest, cioè la rotta che collega l’oceano Atlantico al Pacifico passando dal mare di Barents allo stretto di Bering, è un mito che affascina l’umanità da almeno cinque secoli. I russi lo percorrevano anche nel Novecento, ma solo pochi mesi all’anno e tenendosi vicini alla costa. Dal 1991 l’hanno aperto alla navigazione internazionale e nel 2009 i primi due cargo tedeschi l’hanno attraversato. Nell’ultimo decennio, però, sono avvenuti i cambiamenti più impressionanti. Secondo il centro di studi norvegese Arctic Monitoring and Assessment Program, i ghiacci si sono ridotti di circa un terzo, e fra 30 o 40 anni l’Artico potrebbe essere completamente libero durante l’estate. Questo significa poter cercare petrolio e gas, cosa che almeno la Exxon Mobil ha già cominciato a fare, e poi pescare, effettuare ricerche minerarie, trasportare merci e persino turisti. Al momento la zona è ancora abbastanza spopolata da lasciare spazio a tutti i Paesi interessati. In futuro, però, è possibile che si creino attriti, mentre l’aumento del traffico già pone il problema di come portare i soccorsi in caso di incidenti. Le esercitazioni militari sono cominciatedatempo,esistannomoltiplicando.

I canadesi hanno trasformato la Operation Nanook in un appuntamento annuale, mentre a marzo i norvegesi hanno ospitato un’esercitazione a cui hanno partecipato 16.300 soldati di 14 Paesi diversi. Si chiamava Exercise Cold Response e aveva lo scopo di addestrarli a combattere in condizioni estreme. L’operazione era così seria che cinque militari norvegesi sono morti, quando il loro C-130 è precipitato vicino al monte svedese Kebnekaise. A febbraio eranostati americani e danesi a fare le loro manovre, mentre Mosca ha una presenza costante. Questo preoccupa Washington, che dopo la Guerra Fredda ha ridotto le spese, e quindi anche i mezzi e le operazioni. La situazione però sta cambiando. Lo U.S. Naval War College ha appena organizzato una simulazione, con cui è arrivato alla conclusione che gli Usa sono «inadeguatamente preparati a condurre operazioni marittime nell’Artico». L’allarme è scattato, la corsa alla militarizzazione sta partendo.

PAOLO MASTROLILLI da repubblica.it