Archive for America Latina

Perù, la tribù dei Mashco-Piro
Queste immagini hanno un alto contenuto storico e ambientale e stanno, per questo, facendo il giro del mondo. Così non si erano mai visti. Vogliono rimanere isolati nella loro foresta peruviana gli indiani della famiglia dei Mashco-Piro, uno dei circa 100 popoli (vengono definiti “inconttatati”) al mondo. Vivono a meno di 100 km da Machu Picchu, una delle più frequentate mete turistiche al mondo, e difendono la loro esistenza anche con violenza. ”Cercare di entrare in contatto con popoli indigeni che scelgono di rimanere isolati è non solo sbagliato ma anche molto pericoloso” – scrive Survival, il movimento internazionale per i popoli tribali – ”e la morte di un uomo Matsigenka, avvenuta recentemente, lo dimostra”. Nicolás “Shaco” Flores lasciava loro cibo e doni da quasi vent’anni: è stato ucciso dalla freccia scagliata dalla tribù. Un caso insolito, delicato ed estremamente complesso secondo gli esperti e gli antropologi. In questa galleria le straordinarie foto della famiglia peruviana per la prima volta ripresa da così vicino

da kataweb.it

Categories : America Latina, perù
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Cile. Lo scempio del Paine

Tredicimila ettari in fiamme nel Parco nazionale più bello della Patagonia. Devastate foresta e steppa proprio sotto le vette dei Cuernos. Il bilancio

Sarebbe sotto controllo il pauroso incendio che da giorni devasta il Parco nazionale delle Torri del Paine, gioiello dell’estrema Patagonia cilena, una delle aree protette più belle dell’intero Sudamerica e del mondo. Lo ha dichiarato il presidente del Paese sudamericano, Sebastian Pinera, in un messaggio postato su Twitter. Il tutto grazie “al grande lavoro dei nostri vigili del fuoco e alle migliori condizioni meteo”, precisa il primo cittadino di Santiago, il cui interessamento personale è palese testimonianza di quanto il gioiello situato in prossimità di Puerto Natales, oltre il 51mo parallelo sud, nella provincia cilena emblematicamente chiamata Ultima Esperanza, 3mila chilometri a sud della capitale, in quella striscia di terra, sottile pochi chilometri, che si incunea tra il Pacifico e l’Atlantico, perennemente sferzata – soprattutto durante l’estate Australe, novembre, dicembre e gennaio – da venti che quasi quotidianamente superano i 100-120 chilometri orari. Una minaccia, quella del viento, che da quelle parti ricorre persino nei nomi geografici, che incombe come una spada di Damocle sulle stesse esultanti affermazioni di Pinera.

Conferma alle parole del presidente arriva comunque dal direttore dell’Ufficio nazionale delle emergenze (Onemi), Vicente Nuñez, secondo il quale nella giornata di domenica “è stato possibile contenere l’avanzata del fuoco”. Al momento, “tre dei focolai dell’incendio sono stati circoscritti”, e speriamo di aver contenuto i rimanenti”, fa eco il ministro dell’Interno, Rodrigo Hinzpeter, sottolineando a sua volta che condizioni meteo meno ostili rispetto ai giorni precedenti hanno permesso alle squadre operative composte da 600 vigili del fuoco, agenti forestali e militari, di lavorare al meglio, anche grazie alla (relativa) calma di vento, che ha permesso agli elicotteri di alzarsi in volo per qualche ora, in una zona dove è estremamente raro vedere questi velivoli in aria, proprio a causa della violenza di Eolo.

In definitiva, da martedì, giorno in cui è scattato l’allarme, sono andati in fiamme 12,795 ettari tra foresta (ca 3.000 ettari) e steppa, circa il 5 per cento dell’estensione del parco, che si sviluppa su oltre 2.400 km quadrati. Al contrario dell’ultimo grande incendio che ha colpito il Paine, quello del 2005, causato dal turista ceco Jiri Smitak, che interessò un’area periferica del parco, quello degli ultimi giorni ha devastato l’area di prati e boscaglia situata tra i Laghi Pehoe e Sarmiento, non distante dall’arteria (sterrata) principale che attraversa l’area protetta, in prossimità del mini-valico che divide l’Hosteria Las Torres (dove si ammirano le pareti rocciose delle Torres del Paine propriamente dette) dal Lago Pehoe, dove invece si possono ammirare, sopra lo specchio d’acqua, gli altrettanto iconici Cuernos, il versante opposto del massiccio montuoso, con la caratteristica colorazione mista di sedimenti rocciosi chiari e di lava, disposti in sezioni orizzontali. Un minialtopiano splendido, dove è (era) possibile ammirare al suo meglio, l’avvicendamento di tre microambienti: quello propriamente glaciale, quello di foresta subpolare e quello di steppa: un passaggio brutale, che si materializza(va) in pochi chilometri, talora in poche centinaia di metri. Un’area dove è possibile cimentarsi in trekking di ogni livello, per restare ammaliati dalle rapidissime metamorfosi di paesaggio, anche grazie alla mutevolezza delle forme dei Cuernos, che sembrano plasmarsi in diretta a causa del vento che quasi mai abbandona il cammino. Tra i sentieri che collegano i citati Laghi Pehoe, Sarmiento, e il più piccolo Nordenskjold, il più vicino alle vette, e i transfer acquatici su battello, tra foreste, prati, fiori coloratissimi, piante grasse e guanacos, lo scenario è una continua sopresa, da assaporare più volte, senza stancarsi. Anche per giorni, se non per settimane.

Lo scempio avrebbe un colpevole. Le autorità cilene hanno fermato un giovane turista israeliano, il 23enne Rotem Singer. L’interessato, che secondo la polizia locale avrebbe confessato, ha dichiarato di non aver ammesso nulla, e che la sua presunta dichiarazione di colpevolezza sarebbe frutto di incomprensioni di traduzione. Al momento, è in libertà condizionata, con impossibilità di lasciare la regione del Magallanes, di cui Ultima Esperanza fa parte, sino al processo. Se le sue responsabilità venissero confermate, rischia da 41 a 60 giorni di carcere, e un’ammenda compresa tra 80 e 300 dollari. Poca cosa, rispetto allo scempio compiuto, per riparare il quale la natura impiegherà decenni.

L’incendio come detto è divampato martedì, e ha subito provocato l’evacuazione di oltre 700 turisti. In un’area che vale 100mila ospiti l’anno (numero notevole, se si pensa la collocazione geografica “impossibile” per la maggior parte del pianeta), perlopiù concentrati tra novembre e marzo, la chiusura forzata (dell’intero Parco) fino a tutto gennaio costituisce un (altro) pesantissimo colpo.

Categories : America Latina
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Allarme in Cile per il vulcano Hudson
Si teme un’eruzione imminente. Evacuati gli abitanti in un raggio di 40 km attorno al cratere

È allerta rossa nella regione australe di Aysen, in Cile, per l’imminente eruzione del vulcano Hudson, che presenta attività sismica intensa fin da martedì.

Il ministro dell’Interno Rodrigo Hinzpeter ha annunciato l’evacuazione degli abitanti in un raggio di circa 40 km. L’ultima eruzione risale al 1991. Durante un sorvolo sul vulcano effettuato da personale del Servizio nazionale di geologia e miniere (Sernageomin), si è notata una colonna gassosa di color bianco, con della cenere, di circa 1,5 km di altezza. «Non si è osservata fuoriuscita di lava, ma nel 1973 ci fu un’eruzione subglaciale (senza fuoriuscita di materiale magmatico)», spiegano gli esperti del Sernageomin.

Quello che si osserva è un’apertura del sistema a livelli di superficie e l’inizio di un processo eruttivo che al momento è di bassa entità, ma che potrebbe evolvere in un fenomeno più forte in ore, o giorni. Il vulcano Hudson si caratterizza per eruzioni esplosive con colonne di vari chilometri di altezza. A differenza della maggior parte dei vulcani che si trovano in altre regioni del Cile, a Aysen i centri abitati si trovano nelle vicinanze e per questa è stata decisa l’evacuazione degli abitanti in un raggio di 40 chilometri.

L’attività sismica era iniziata martedì scorso con un terremoto di 4,4 gradi di magnitudo sulla scala Richter, con epicentro a 58 chilometri a sud-ovest di Porto Aysen, secondo quanto riferito dal servizio di sismologia dell’Università del Cile. Successivamente si erano registrati altri 15 fenomeni con una magnitudo più bassa, tra i 3 ed i 3,5 gradi, tutti con epicentro nelle vicinanze di Porto Aysen e tutti caratterizzati dalla rottura rocciosa.

da INFO.RSI.CH

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Rio, gli 80 anni del Redentore
Inaugurato nel 1931, il simbolo della metropoli carioca divenne subito icona trasversale, religiosa e no. Dal 2007 è “meraviglia del mondo”

Compie ottant’anni, ma è in piena forma, anzi. La sua parabola è in ascesa continua. Il Cristo Redentore, la statua che domina Rio de Janeiro dai 710 metri del monte Corcovado, icona della metropoli carioca come e forse più dello stesso Pan di Zucchero, che guarda dall’alto in basso, e delle stesse spiagge universalmente note e ambite di Copacabana e Ipanema. Un’immagine che domina la città.

Nella nottata italiana (la sera in Brasile) di un non casuale 12 ottobre, si è svolta una messa celebrativa, tenuta dall’arcivescovo di  Rio Orani Tempesta. L’apogeo di un programma di celebrazioni durato un mese. L’iconica statua, alta 39 metri e pesante 1.100 tonnellate, fu costruita nell’arco di 9 anni, cinque dei quali impiegati a collocare, sulla struttura portante di cemento armato, i minuscoli triangoli di pietra saponaria voluti dal suo progettista, l’ingegnere Hector da Silva Costa, che si avvalse dell’opera del celeberrimo collega francese Albert Caquot, per renderlo più resistente alle intemperie. L’idea di collocare un’immagine sacra sul monte che domina il Parco nazionale della Foresta Tijuca, la famosa foresta pluviale “urbana” che costituisce una delle tante meraviglie di Rio, risaliva però alla seconda metà dell’Ottocento.

Il redentore fu un instant cult, tanto che l’impianto di illuminazione della cerimonia di inaugurazione venne allestito da un certo… Guglielmo Marconi. Da allora molti nomi illustri vi si sono fatti immortalare, da Lady Diana al Dalai Lama, da Obama a Bono Vox. Papa Wojtila ci andò in visita nel 1980, mentre Benedetto XVI è atteso nel 2013. Nel suo eterno pellegrinaggio tra l’originario significato religioso (il Cristo che allarga le braccia a benedire e proteggere la città) e la sua immagine di simbolo turistico e persino di icona pop (i pubblicitari se lo contendono per spot di ogni genere, di recente è stato illuminato di rosa per promuovere una campagna di prevenzione del cancro del seno), il Redentore è stato promosso tra le nuove 7 meraviglie del mondo nel 2007, nonostante i giudizi della critica “dotta” siano spesso tutt’altro che lusinghieri. L’anno precedente, l’arcidiocesi di Rio vi aveva creato e consacrato, all’interno del piedistallo, una piccola cappella che da allora consente di celebrare matrimoni e battesimi là. Il sito, comunque, attira 4mila visitatori al giorno, molti dei quali vi arrivano con un treno, che parte dalla metropoli: la ferrovia fu progettata dal primo imperatore del Brasile, Pedro I, e dal figlio, Pedro II, e in funzione dal 1884. E sulla montagna del Corcovado, la vista sulla foresta e sul Pan di Zucchero è davvero da brivido, e non basta il tipico scenario di negozi turistici a scalfirne l’impatto emotivo.

Popolare com’è, il Redentore ha attirato imitazioni e cloni. L’ultimo, eclatante, sovrasta Lima dal giugno scorso. Ma, come è facile immaginare, pochi, al di fuori del Perù.

da repubblica.it

Categories : America Latina, brasile
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ERA SULLA NAVE DIRETTA A CARTAGENA POI È SPARITO
Il mistero dello chef scomparso in crociera
Di Angelo Faliva, 31 anni, cremonese, cuoco sulla «Coral Princess» non si sa più nulla dal 25 novembre 2009
Partiamo dalle ultime due tracce. Un nome scritto all’interno del cappello da chef. Capilla del Mar. E’ un hotel di Cartagena, Colombia. Combinazione: lo stesso albergo compare nell’ultima ricerca fatta al computer da Angelo Faliva. Era il 25 novembre 2009. Da quel giorno nessuno ha più visto Angelo, cremonese di 31 anni, primo cuoco sulla «Coral Princess», gigantesca nave da crociera, diretta proprio a Cartagena, la città dell’hotel. Che fine ha fatto Angelo? Lo hanno buttato in mare? E perché? Un mistero duro da scardinare nonostante la coraggiosa indagine della sorella Chiara, rimasta la sola a combattere contro muri di gomma e indifferenza.
LA VICENDA – Una storia segnata dall’incompetenza degli investigatori, l’insensibilità della compagnia di navigazione – la famosa Carnival – ed episodi inquietanti. Come la manipolazione del portatile di Angelo. Ripartiamo dall’ultimo flash. La nave da crociera lascia la Florida il 23 novembre e la sua meta finale, dopo diverse tappe, è Los Angeles. A bordo quasi 2 mila persone che vogliono godersi la vacanza. Tra loro molti ricordano Angelo, un ragazzo estroverso. E il «primo cuoco» italiano, la sera del 25 novembre, è al tavolo con alcuni di loro. Poi all’improvviso lascia la sala. Sono le 20.15. Passa diverso tempo e nessuno sembra accorgersi della sua assenza. Strano, perché Angelo è di turno fino alle 22. Solo un suo collega e compagno di cabina, l’italiano A.P., dopo circa 40 minuti avvisa il responsabile delle cucine, uno chef filippino con il quale Angelo ha litigato di brutto qualche giorno prima. Altra stranezza. Lo chef si guarda bene dal dare l’allarme. Che scatta solo la mattina dopo, attorno alle 9. Ma è tardi per fare ricerche in mare e poi la compagnia ha fretta di chiudere. Vengono fatte girare voci su un possibile suicidio, si parla di un salvagente sparito. Teoria respinta dalla famiglia. Testimonianze poco attendibili segnalano Angelo sul ponte della nave il 26.

BERMUDA – Il gigante del mare riprende la sua rotta. Ora la palla passa alle Bermuda. Sì, perché la nave è americana ma è registrata sull’isola dove un poliziotto – con nessuna preparazione – dovrebbe indagare sul giallo avvenuto in alto mare. E infatti il fascicolo resta sulle scrivanie. La vera inchiesta la conduce Chiara, la sorella dello chef, che viaggia dall’Italia alla Colombia e da qui negli Usa. Quando riesce a tornare in possesso del computer del fratello fa eseguire una perizia. E spuntano le sorprese. Per diversi giorni, all’indomani della scomparsa di Angelo, qualcuno (poliziotti? membri dell’equipaggio?) è “entrato” nel portatile, ha cancellato email, scaricato file, stampato documenti. In particolare sono stati distrutti messaggi di posta inviate da un certo «Tony». Una violazione grave. In Chiara si rafforza il sospetto che suo fratello sia stato fatto sparire perché ha visto qualcosa di strano. E, infatti, sei mesi dopo la scomparsa riceve alcune telefonate anonime. Qualcuno in un inglese con accento dell’Est le dice che Angelo è stato assassinato. Tornano i sussurri su traffici di droga . Tutti però restano abbottonati. E anche il compagno di cabina di Angelo non ha molta voglia di collaborare con la famiglia. Gli hanno chiesto perché non ha avvisato i suoi superiori quando il cremonese non è rientrato di notte in cabina. Lui ha risposto: pensavo fosse andato in discoteca. Vestito da cuoco? E siamo di nuovo all’inizio. Al cappello da chef. E all’hotel «Capilla del Mar». Forse Angelo ha ricevuto una chiamata al cellulare da qualcuno che gli ha dato l’indicazione dell’albergo. Non avendo un pezzo di carta lo ha scritto all’interno del cappellone bianco. Ma al «Capilla del Mar» non è mai arrivato. Il destino di Angelo Faliva è identico a quello di dozzine di persone scomparse dal 1995 sulle navi da crociera. Per l’esattezza 165. Un fenomeno che ha spinto un avvocato di Miami a creare un’associazione con le famiglie delle vittime. L’ultima speranza per chi ha perso i propri cari in un angosciante Triangolo delle Bermuda.

Guido Olimpio da corriere.it

Categories : America Latina, crociere
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