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Colombia agenzie turistiche offrono narcotour di Medellin
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E a Medellin nasce il narcotour
E per i turisti si iventano anche le narcoreliquie
LORENZO CAIROLI
Medellin è la seconda città della Colombia, quasi due milioni e mezzo di abitanti. Un tempo era famosa per il caffè, oggi è una delle capitali dell’industria tessile sudamericana. Ha dato i natali a Fernando Botero, a due glorie del calcio colombiano – il portiere clown René Higuita e Ivan Ramiro Cordoba – ma se la città è diventata famosa in tutto il mondo è stato grazie, e a causa, di Pablo Emilio Escobar Gaviria, il più famigerato narcotrafficante colombiano.
Escobar nacque in una baraccopoli alle porte di Medellin chiamata Rionegro e a Medellin morì il 2 dicembre 1993 colpito dietro l’orecchio da un cecchino del Search Bloc, dopo una rocambolesca fuga sui tetti della città. In una parte di mondo dove il narcotrafficante prima ancora che un criminale è musa per i musicisti e Robin Hood per i diseredati, pensare che un proiettile potesse cancellare il mito di Escobar era pura follia. Morto Escobar, smantellato almeno in superficie il narcotraffico in Colombia, bonificate da una criminalità infernale Cali, Bogotà e Medellin, il paese ha ritrovato stabilità, investimenti stranieri, turismo. Ma ai turisti che tornavano in Colombia non bastavano più i siti archeologici, le Maserati di Bogotà, le magnifiche barriere coralline a sud-ovest di Cartagena. Volevano emozioni forti, brividi, adrenalina. Nel giugno del 2006 John MacDonald va in vacanza in Colombia.
Ancora non lo sa, ma sta per diventare il pioniere del narcoturismo. Ozia per un po’ sulle spiagge caraibiche poi ingaggia una guida che per nove dollari lo porta in Sierra Nevada, gli fa visitare una piantagione di coca e un laboratorio per la raffinazione della cocaina. MacDonald riprende tutto con una videocamera. Tornato a casa, manda il video in rete, un redattore del ‘Daily Telegraph’ lo vede e ci scrive sopra un pezzo. Tanto basta per far nascere il narcoturismo. Nel giro di 24 ore le agenzie turistiche di tutto il mondo vengono bombardate da richieste di clienti che vogliono vivere un’esperienza alla MacDonald. La voce si sparge anche in Colombia. Per la gioia dei turisti, pacifici agricoltori recitano la parte di spietati boss della droga, pollai e porcilaie vengono trasformate in improbabili laboratori per la lavorazione della cocaina, falsi parenti di Escobar e dei fratelli Ochoa raddoppiano le entrate delle guide turistiche di Cali e di Medellin. Negli hotel di Cartagena, bugiardissimi venditori di narcoreliquie assediano i turisti nordamericani.
Capita non di rado che sullo stesso volo per New York, comitive di turisti scoprano d’aver acquistato lo stesso orologio, spacciato loro come il preferito da Escobar. A Medellin vive l’avvocato Héctor Jiménez, appassionato di sport estremi e titolare dell’agenzia turistica Medellin Experience. Nel 2008 bussa alla sua porta un turista canadese venuto in Colombia per praticare rafting. Il turista è ossessionato dalla leggenda di Escobar e per tutto il soggiorno non fa che chiedere di lui. Jiménez allora gli propone un tour a Medellin. Gli fa visitare Envigado, il quartiere dove Escobar è cresciuto – la casa dove abitava è stata demolita, in compenso c’è la scuola dove sua madre lavorava come istitutrice. Gli mostra nella zona alta di Medellin il monastero che ha preso il posto della scandalosa ‘La Catedral’, la prigione a cinque stelle dove Escobar fingeva una vita da recluso.
Lo porta a vedere la sua ultima residenza, una palazzina fatiscente al civico 45-94, a cui hanno murato le finestre per impedire l’accesso ai senzatetto, che a Medellin sono una piaga. Il tour si conclude nel cimitero ‘Jardines Montesacro’ di Itagui, a 11 chilometri da Medellin dove Escobar riposa nella tomba di famiglia insieme a Alvaro de Jesus Agudelo, detto ‘El Limon’, il fido guardaspalle che gli rimase fedele fino a quel maledetto 2 dicembre. Una tomba senza pretese, su cui i fiori, soprattutto orchidee, non mancano mai. Curioso per uno che in vita arrivò ad essere uno dei sette uomini più ricchi al mondo e che secondo ‘Fortune’ nel 1987 guadagnò 3.000 milioni di dollari, circa settemila miliardi delle vecchie lire.
Il canadese è così entusiasta che bacerebbe la sua guida. “Mentre lo riaccompagnavo in hotel – mi racconta Jimenez – compresi che la sua
ossessione per Escobar era stata la mia fortuna”. Il giorno dopo Jimenez include ‘El mistico Pablo Escobar’ nel listino della Medellin Experience. La notizia del narcotour su Escobar fa il giro del mondo; un paio di articoli, il passaparola in rete, e i turisti accorrono numerosi. “Quando arriva il gran finale nel cimitero di Itagui – confida Jiménez – c’è chi si limita a incidere il proprio nome sulla corteccia delle palme che ombreggiano la tomba e chi invece azzarda uno spinello o una sniffata di cocaina in onore di Don Pablo. I custodi del cimitero chiudono un occhio, perchè sanno che alla fine ci sarà da mangiare anche per loro”.
Alle autorità locali però il narcotour non piace, viene vissuto quasi come un tradimento. “Mi hanno accusato di apologia – si lamenta Jiménez – Invece, mi dovrebbero ringraziare. Racconto il calvario e la resurrezione di Medellin. Racconto l’incredibile metamorfosi di questa città: ieri ostaggio del narcotraffico, oggi una della metropoli più sicure e più dinamiche di tutta l’America Latina”. ‘El mistico Pablo Escobar’ costa 139 dollari per quattro persone, pranzo e merenda compresi.
da LA STAMPA
Perù tra shopping e turismo
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Il meglio dell’handmade andino
Il Perú è da sempre noto per la qualità e la bellezza delle sue creazioni artigianali.
La tradizione millenaria degli indios permane nei piccoli villaggi ai margini delle città o lungo le Ande e i manufatti realizzati vengono poi venduti nella capitale, nei mercati, per la strada.
I ponchos sono forse i più caratteristici: larghi mantelli realizzati con un foro centrale per il passaggio della testa, che le popolazioni autoctone della zona andina tessono a mano con grande bravura; quelli originali sono fatti con lana di alpaca, una fibra termica che impedisce la dispersione del calore corporeo, prerogativa indispensabile per chi vive a grandi altezze. Con la stessa lana si realizzano anche arazzi multicolori, che raffigurano i tipici villaggi andini. I primi arazzi peruviani risalgono al IX secolo a.C. e trovarli è facile solo per chi ha occhio da esperto. Con la lana di alpaca e di vigogna si realizzano anche caldissimi maglioni.
Davvero particolari sono le cerbottane utilizzate dalle comunità indigene della regione amazzonica per cacciare e per pescare; oggi sono molto ricercate nei mercatini e nei negozi dell’intero paese come oggetti ornamentali.
Con la pietra di Huamanga, soprannominata “marmo peruviano” per il suo colore grigio rosato, si realizzano oggetti e personaggi per presepi, oltre a piccoli doni da regalare in occasione di festività.
Le zucche vuote intagliate con motivi geometrici stilizzati erano lavorate nella località di Huaca Prieta già nel III millennio a.C. e servivano a realizzare bicchieri, scodelle e bottiglie da portare con sé durante i lunghi viaggi, in modo da avere oggetti meno pesanti e più resistenti ai lunghi spostamenti. Oggi non è difficile reperire nei mercati le imitazioni degli oggetti originali.
Se vige la regola “prima guardare e poi acquistare”, a Lima si può trovare di tutto e vale la pena caricarsi soltanto quando la vacanza volge al termine, armati di una valigia di riserva, pronta a prendere il volo.
La capitale infatti, è sede di alcuni mercati di oggettistica artigianale molto importanti, su tutti quello che si tiene in centro città, sempre molto
affollato. Più tranquillo e caratteristico è il mercato di Miraflores, dove i prezzi sono anche più contenuti. Nel quartiere omonimo (ave. Petit Thouars) si fa shopping, lungo le vie fiancheggiate da piccoli negozi che vendono a un buon prezzo la maggior parte dei prodotti caratteristici del paese.
Splendido il mercato dei fiori e degli uccelli, lungo le rive del Río Rímac, aperto tutti i giorni dall’alba al tramonto, una vera festa di suoni e colori. Anche il mercato di Pueblo Libre (ave. La Marina) è molto fornito.
Tra fine luglio e i primi di agosto si svolge a Lima un festival dedicato all’artigianato del Perú, sul piazzale davanti al Museo de la Nación.
U. Lacatena
da TGCOM
Olimpiadi a Rio de Janeiro tra turismo ed opere pubbliche
Posted by: | CommentsOlimpiadi a Rio: i riflessi sulla città e sul turismo
Prima città a ospitare un’Olimpiade nel Sud America, la Cidade Maravilhosa farà dei Giochi del 2016 un evento sensazionale che trasformerà radicalmente l’immagine del Brasile.
Per avere un’idea di ciò che le Olimpiadi del 2016 possano significare in termini di entrate valutarie per il futuro del Brasile, basti ricordare che i dati più recenti della Banca Centrale Brasiliana evidenziano entrate record in Brasile nel 2008. I turisti stranieri hanno speso nel Paese 5,785 miliardi di dollari, il 133% in più rispetto al 2003.
Negli anni precedenti ai Giochi, gli investimenti e le opere legati alle Olimpiadi daranno ulteriore impulso al settore, in particolare grazie ai turisti d’affari. Prima città a ospitare un’Olimpiade nel Sud America, e famosa per i paesaggi naturali tra i più belli del pianeta, la Cidade Maravilhosa farà dei Giochi del 2016 un evento semplicemente sensazionale. E non solo perché possiede tutti i requisiti per ospitare un evento di tale portata, ma anche perché offrirà agli atleti la possibilità di affrontare le prove olimpiche in uno scenario mozzafiato e richiamerà turisti che ugualmente potranno godere della bellezza e delle innumerevoli opportunità turistiche di Rio e delle altre città del Brasile.
“La realizzazione dei Giochi Olimpici, preceduti dal Campionato Mondiale di Calcio nel 2014, oltre a un’immensa eredità in termini di infrastrutture, con un impatto diretto sul turismo, significherà almeno quattro anni di grande campagna pubblicitaria, che trasformerà l’immagine del Brasile. È una grande opportunità di promozione e dimostreremo al mondo intero che, oltre alle spiagge bellissime e alla diversità culturale e naturale, in Brasile abbiamo anche un’infrastruttura che ci consentirà di affermarci come grande destinazione per eventi internazionali nel mondo”.
Per i Giochi Olimpici e Paralimpici del 2016, buona parte degli impianti sportivi è già stata costruita. Tra questi, vere e proprie opere d’arte come il magnifico Stadio João Havelange (per le competizioni di atletica), il Centro Acquatico Maria Lenk, l’Arena Olimpica (per le gare di ginnastica e pallacanestro su sedia a rotelle), il Velodromo Olimpico, il Centro Nazionale di Equitazione e il Centro Nazionale di Tiro Sportivo. Il Maracanã, il più grande stadio del mondo, rimarrà chiuso per ristrutturazione due anni, allo scopo di rinnovare le aree circostanti, migliorando l’accesso all’impianto e il collegamento ai sistemi di trasporto. Il nuovo volto del Maracanã verrà inaugurato in occasione dei Mondiali di Calcio nel 2014.
Il Centro Olimpico di Allenamento, dove si trova parte degli impianti costruiti per il “Pan 2007”, è già in fase di sviluppo e rappresenterà il cuore delle Olimpiadi del 2016. Le strutture destinate agli alloggi all’interno del Villaggio Olimpico costruite seguendo standard di qualità elevatissimi, sorgeranno in prossimità dei luoghi dove si svolgeranno allenamenti e competizioni, al fine di evitare agli atleti un inutile dispendio di energie. Il Villaggio verrà costruito in riva a un lago e prevederà al proprio interno un parco, una spiaggia privata e locali esclusivamente dedicati agli allenamenti.
Il progetto di Rio 2016 contribuirà a migliorare la gestione sostenibile di importanti punti turistici della città. Nella Baia di Guanabara, l’inaugurazione della stazione di trattamento di Alegria (nella zona metropolitana di Rio) e il dragaggio del canale di Cunha (nell’Isola del Governatore) hanno l’obiettivo di elevare gli standard ambientali di tutta l’area urbana compresa tra l’Aeroporto Internazionale Tom Jobim e il centro città. La bonifica del sistema lagunare di Jacarepaguá e della Barra da Tijuca rientrano nello stesso programma. Per coinvolgere la popolazione nelle azioni di tutela dell’ambiente, le istituzioni governative dello Stato di Rio de Janeiro hanno creato il “Disque Denúncia”, un numero verde per le segnalazioni dei crimini ambientali, creato per combattere questo tipo di reati.
da SKY.IT
Ande, alla ricerca degli Incas
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Tra gli dei delle Ande
Antiche tradizioni. Riti magici. Costumi semplici quanto sgargianti. Viaggio nelle terre dei Q’eros, la popolazione indigena peruviana che discende dagli Incas. Vivono fra montagne incantate. Nel rispetto dei loro culti e in grande armonia con la natura e gli uomini.
Diletta Varese
Per arrivare nella terra dei Q’eros si deve chiedere permesso alle montagne, agli Apu protettori, come li chiamiamo i quechua, i saggi spiriti che da millenni abitano le Ande. Nella nostra terra tutto ha vita, tutto fa parte del Kausay Puriy, il Cosmo vivente…”. Così Don Juan Apaza, uomo Q’ero con occhi limpidi e sorriso generoso, parla del legame di profondo rispetto tra gli abitanti indigeni delle Ande e la loro terra incantata: la relazione tra la Pachamama (la Madre Terra, l’antica Gaia della tradizione greco-romana) e i suoi abitanti, un rapporto basato sulla reciprocità, l’Ayni. Don Juan stringe tre foglie di coca nelle dita scure e dure del lavoro dei campi. “È un kintu”, dice, “un’offerta che facciamo agli Apu perché ci aprano il cammino”. Poi guarda la montagna nei suoi 4 mila metri e con devozione soffia tre volte sulle foglie verdi e iridescenti nel sole dell’alba. “Nel soffio c’è lo spirito, così diamo tutto il nostro potere personale all’Apu, per chiedere permesso e protezione a procedere”.
Alla terra dei Q’eros s’arriva con dieci ore di cammino a piedi, tra i 3 e i 5 mila metri perduti nelle Ande, a passo lento e respiro stanco per la rarefazione dell’ossigeno, i cavalli a seguito, carichi di tutto il necessario per accampare. Lì non c’è niente, né luce, né letti, solo acqua dal ghiacciaio e fuoco di sterco di vacca perché di alberi, a quell’altitudine, nemmeno l’ombra. Vietato ammalarsi: il primo ospedale sta a Cusco, 200 chilometri di distanza, e i cellulari, ovviamente, non prendono. Natura incontaminata, puntellata da lama e vigogne allo stato brado, la terra dei Q’eros si apre in una piega nella pancia delle Ande, fatta di licheni verdi, picchi innevati, scoscese di pietra, e acqua, tanta acqua. Lasciano il segno solo piccole orme di suole di gomma. Marcano il sentiero che per chilometri si snoda nelle valli di questa Pachamama fredda e austera. Lo accompagna, di tanto in tanto, il canto del flauto intonato da un variopinto berretto andino.
Alla sommità di ogni passo di montagna si erge un cumulo ordinato di piccole pietre. Sono le apachetas, le offerte dei viandanti che ringraziano gli Apu della valle appena attraversata e si ingraziano i guardiani di quella a venire. Nebbia fitta si alza dalla selva amazzonica sottostante, che delimita la regione di Cusco da quella di Madre de Dios, nel basso Perù. Ma quando il cielo offre il suo squarcio di azzurro intenso, il fiato viene a mancare per la bellezza che si apre agli occhi: il Huamanlipa, l’Apu protettore della zona, scende irruento con le sue cascate di neve fresca appena sciolta tra le piccole case di fango e paglia.
I Q’eros vestono i tradizionali vestiti di alpaca, tessuti e tinti a mano, dai colori sgargianti. Gambe forti e nude, su piedi di cartavetro, avvolti da sandali ricavati dai copertoni, perennemente nel fango. Un chullo (tipico berretto con le orecchie lunghe) calato sulla testa degli uomini e intarsiato di perline bianche, che loro stessi ricamano per sé e per i figli maschi. Un cappello di feltro per le donne, da cui spuntano lunghe e lucide trecce nero corvino. Nelle case dei Q’eros gli stipiti sono bassi, si entra chini e ci si toglie il cappello perché, dicono, “quando si entra in una casa si porge prima la testa, come quando si viene al mondo”.
da LA REPUBBLICA