Casadonna Castel di Sangro

VIAGGI LA DOLCE VITA – SCORRIBANDE CASTEL DI SANGRO
Le celle dell’eremo dove si prega ai fornelli
Nel ristorante che ha la «desserteria» al piano di sopra

La strada sale verso l’imponente palazzo sulla collina. Un nastro di cemento posato da poco. Scherzo con Niko Romito: «Ma l’hai asfaltata tu?». «No, il comune». Complimenti: un’amministrazione locale sensibile, che dà una mano a un uomo e a una famiglia che danno lustro a un paese che veniva definito «la Porta d’Abruzzo». E Niko è la porta spalancata su una grande cucina con le radici ben salde nella tradizione ma la fantasia e la ricerca di una mente aperta e geniale. Castel di Sangro (l’antica Aufidena dei Sanniti), alla confluenza dei fiumi Sangro e Zittola, fu la porta attraverso cui passarono, nel XIX secolo molti viaggiatori stranieri, il passaggio obbligato per chi doveva attraversare l’Abruzzo e il Molise. Alcuni di loro – Edward Lear, Keppel Craven ed il geniale incisore olandese Maurits Cornelis Escher – hanno lasciato tracce, sotto forma di opere e di scritti, di questo loro viaggio.
Adesso Castel di Sangro è una bella cittadina di poco più di seimila abitanti appoggiata alla montagna.

Sulla collina opposta al paese Niko Romito ha edificato il suo nuovo antro delle meraviglie abbandonando la sede storica di Rivisondoli. Quattro anni di lavori per ristrutturare questo antico convento benedettino del 1500 poi sconsacrato e abitato, nel 1700, da una famiglia matriarcale dove a comandare era una Signora. Da qui il nome che le diede il popolo: Casadonna. Niko e la sua famiglia, a cominciare dalla sorella Cristiana, dolce, riservata e puntuale (premiata dalla Guida di Identità Golose come miglior maitre dell’anno), hanno creato un eremo del gusto, dove le celle sono sostituite da splendide camere e suite e si lavora alacremente ai fornelli. Accanto alla sala da pranzo c’è un grande giardino d’inverno con la fontana di pietra, dall’altra parte la cucina e, a pochi metri, la scuola dove giovani cuochi avranno l’opportunità di passare velocemente dalla teoria alla pratica. Sopra c’è una «desserteria» dove immergersi nel piacere del dopo pasto o fare una merenda, ci sono i terreni, 6 ettari, di cui uno con uve pecorino. C’è il frutteto, con mele, pere, ciliege, mandorle e susine. E poi le api il cui miele ritrovo nei grissini (che buono il pane di Niko), una volta seduto al mio tavolo con vista sulla valle. Qui, con gli stessi coperti del vecchio ristorante (anche se il locale ora è molto più grande), si manifesta genio di Niko: basta il gelato ai piselli con pancetta croccante e cialda di parmigiano e già la commozione avanza e si fa pura felicità con il panino con lo scampo; con il gel di vitello, porcini secchi, mandorle, rosmarino e tartufo nero; con gli esaltanti capellini (in bianco!) al pomodoro. Chiusura con l’Essenza. Ed è proprio con un senso di essenzialità che si riparte, già nostalgici, da Casadonna.

Roberto Perrone da corriere.it

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