Brooklyn prezzi troppo alti fine di un quartiere alternativo alla metropoli

ponte_brooklyn_anniversario5Brooklyn rovinata dal suo successo. Prezzi alle stelle, gli artisti fuggono
Perde fascino il quartiere di Bill de Blasio, i creativi migrano nei Queens e a Harlem

Attraversato il più famoso ponte di New York si arriva a Brooklyn dove abita anche il neo sindaco
Bill de Blasio

C’era una volta un quartiere che faceva sognare. Gli artisti lo amavano perché offriva ispirazione, i giovani alternativi perché costava poco, e gli operatori culturali, i ristoratori, i gestori di locali perché dava opportunità mai viste nel resto della città. Era il paradiso della bohème contemporanea, dove l’hacker stringeva la mano al creatore di cioccolato dai gusti più originali, e il musicista diventava una star suonando dentro una piscina pubblica abbandonata. Sui tetti dei ristoranti si coltivava la verdura organica servita poi ai tavoli, e le microbrewery inventavano birre che facevano ingelosire pure i tedeschi. Era accogliente anche per le famiglie, che trovavano spazio adeguato per crescere i figli, e soprattutto un clima di quartiere ormai perso in ogni altra metropoli. Era diventato un luogo dell’anima, in altre parole, più che una concentrazione di asfalto e cemento. Una visione della vita.

Questo quartiere si chiamava Brooklyn, ed esiste ancora, sull’altra sponda dell’East River rispetto a Manhattan. Ciò che sta perdendo è lo spirito originale degli ultimi venti anni, rientrando nei ranghi abituali di New York, dove è spasmodica la ricerca della novità, e altrettanto rapida la sua dimenticanza.
Il meccanismo è sempre uguale, potremmo dire da secoli. La Grande Mela è la città più ricca e più costosa del mondo, anche se le statistiche a volte non lo riflettono nel dettaglio, e quindi è in costante movimento. Senza risalire alle perline in cambio di cui gli indiani vendettero Manhattan, se uno avesse comprato due secoli fa il terreno dove oggi sorge Gracie Mansion, avrebbe preso una fattoria allo sprofondo. Ora invece è la casa del sindaco, e per abitare là intorno servono milioni di dollari. Quindi i giovani, gli artisti, gli alternativi, i poveri ma belli, sono sempre in cerca di nuovi orizzonti: vanno al Greenwich Village, tipo il guru della «controcultura» Abbie Hoffman, e lo rendono così interessante da esserne scacciati. Allora si trasferiscono all’East Village, come il poeta beat Allen Ginsberg, che una volta ci diede appuntamento a casa sua per un’intervista a mezzanotte, e ne fanno un fenomeno turistico. E così via, con la Tribeca di Robert De Niro, Soho e Chelsea della galleria Gagosian, Alphabet City del musical «Rent» e persino la malfamata Lower Manhattan, dove Lady Gaga ha trasformato Rivington in una destinazione.

All’inizio degli anni Novanta, per trovare un rifugio, questo popolo di originali aveva varcato il fiume. A Brooklyn allora c’erano pochi ricchi in Montague Street, con vista su Manhattan, e vecchi affezionati come Lou Reed, che cantava Coney Island già nel 1976. I pionieri più furbi, tipo lo scrittore Paul Auster, si erano accampati invece a Park Slope. Qualche pittore aveva osato Dumbo. I ragazzi che sognavano di imitarli, invece, erano approdati a Williamsburg, che allora era solo un reticolato di squallide strade in riva al fiume, punteggiate da magazzini abbandonati. Quasi ti pagavano, per andarci a vivere. Loro però lo avevano fatto rinascere. Avevano cominciato ad aprire ristoranti come il messicano Vera Cruz su Bedford Avenue e l’asiatico Planet Thai, e locali che servivano da bar, sale concerti, reading room e qualunque altra cosa vi venisse in mente, tipo Galapagos, dove si entrava camminando sopra una passerella che attraversava un vascone industriale colmo d’acqua. Parliamo di vent’anni fa, la preistoria. Molti di questi posti, infatti, hanno chiuso.

Come sempre accade negli Usa, però, i pionieri avevano reso attraente la nuova frontiera, e il resto era seguito. Prima qualche ristorante in più, poi l’asiatico Sea dove avevano girato puntate di «Sex and the City». Prima il mercatino in strada, e poi le grandi catene di negozi. Prima i browstone a tre piani restaurati, e poi i condomini di trenta piani affacciati sul fiume. Quindi il serial tv «Girls» di Lena Dunham, insieme apoteosi e fine del sogno. La «gentrification», ossia la normalizzazione. Ora Brooklyn ha persino dato il sindaco a New York, de Blasio, completando la trasformazione in establishment. Resta il quartiere più abitato di New York, dove la popolazione cresce più in fretta. Ma sono cresciuti anche i prezzi, mettendo in fuga gli originali che lo hanno reinventato. Vanno verso Queens, Harlem, Upstate e anche il New Jersey. Trasformeranno in oro ciò che toccheranno, e poi lasciarlo a chi potrà permetterselo.

PAOLO MASTROLILLI
INVIATO A NEW YORK da lastampa.it

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