Biografia e storia di Steve Jobs

Jobs, storia di una visione
La vita del primo nerd tra viaggi in India, Lsd e innovazioni.

Povero Steve. Jobs, certo: scomparso a 56 anni dopo una malattia che lo ha consumato, se non nell’idee almeno nel fisico. Ma povero anche Steve Wozniak: il cofondatore. L’altra metà di Apple.
Era il guru della proto-informatica: solido, brillante e concreto. È finito nel dimenticatoio: oscurato dal carisma magnetico dell’amico Steve Jobs, come tutti quelli che si sono avvicinati troppo.
Nella storia della casa della Mela che migliaia di cronisti, analisti e semplici fan hanno iniziato a scrivere febbrilmente subito dopo la morte del papà del Macintosh – forse l’unico capo azienda al mondo ad avere seguaci al pari di una rockstar – non c’è posto per comprimari e comparse. Cupertino era un solo uomo: padre e padrone di Apple e di ogni sua emanazione.
La formazione: poca scuola, viaggi esotici, Lsd

Steve Jobs aveva il fascino pericoloso dei leader nati. Figlio di un siriano, professore di Scienze politiche, e di una logoterapista americana, era stato dato in adozione dai due prima ancora di avere un nome. Fu cresciuto dai Jobs, Clara e Paul, famiglia medioborghese con villetta a due piani appoggiata alle pendici di Mountain View, nella Silicone Valley. E chissà: se i Jobs fossero stati originari dell’Oregon, oggi il cuore dell’informatica mondiale sarebbe non l’esotica California ma un’ipotetica grigia vallata del midwest.
Prima che Steve e l’elettronica di consumo diventassero una cosa sola (o meglio, che l’elettronica di consumo diventasse Steve) molte cose dovevano comunque succedere: come in ogni storia che tende alla leggenda.
LA SCUOLA DELLA VITA. Il dinoccolato Jobs pre puberale era un disastro sui banchi di scuola, ma già abbastanza talentuoso da incantare insegnanti e compagni. Non consegnava i compiti ed era distratto a lezione, ma i maestri gli proposero di saltare un paio di anni e finire diretto alle medie: i genitori adottivi rifiutarono e lui non se ne crucciò. Già da adolescente, quando trascorreva serate chiuso nel garage in cui pochi anni dopo avrebbe visto la luce il primo computer Apple, aveva capito di cercare un altro tipo di formazione, diversa da quella scolastica.
LA VISIONE DELL’LSD. Quindi bighellonò sei mesi in un corso universitario che avrebbe subito abbandonato, si fece assumere come disegnatore alla Atari e dopo altri sei mesi lasciò di nuovo, e si mise in viaggio.
Partì per l’India: erano gli Anni ’70, tempo di Lsd, psichedelia e misticismo. Jobs fece il pieno di tutto in lunghe scorribande, e riportò in America con sé qualche insegnamento: il vegetarianismo, la spinta visionaria e il buddismo, cui si sarebbe aggrappato con ostinata lucidità nei giorni duri della malattia. Ripulito e rasato, smesse le tuniche indiane e venduto il furgoncino Volkswagen per fare cassa, nel 1976, a soli 21 anni, insieme con Wozniak diede vita alla Apple Computers.
Nel gruppo c’era un terzo finanziatore: Ronald Wayne, che mollò poco dopo, lasciando la propria quota per una manciata di spicci.
La cacciata nel 1984, dopo il primo Macintosh

I primi calcolatori furono messi sul mercato a 666,66 dollari l’uno: i tre guadagnarono 774 mila dollari. Tre anni dopo, fecero meglio con il secondo modello, Apple II: 139 milioni di incassi. Nel 1980, sull’onda del successo, la Apple sbarcò in Borsa: il primo giorno di scambi, valeva 1,2 miliardi di dollari. Tre decenni dopo, nel 2010, con 337,2 miliardi di capitalizzazione, la Mela diventò l’azienda più capitalizzata del mondo, più di tutte le banche messe insieme. Per arrivarci, però, bisognava passare dall’inferno, e risorgere.
IL MANAGER SBAGLIATO. Il successo dei primi computer firmati dai due Steve fu tale che la coppia fu costretta ad assumere un presidente: John Scully, già veterano di Pepsi Cola. Nel 1984 il terzetto lanciò il Macintosh, destinato a diventare una pietra miliare nell’informatica: prima come oggetto di culto per élite illuminate, quindi oggetto di massa irrinunciabile e per definizione «superiore» a tutta la restante offerta del mercato.
CONSUMISMO HI-TECH. Allora, però, Scully non capì: il concorrente Ibm vendeva meglio dello scatolotto di Jobs e decise di farlo fuori. Nella sua autobiografia, parecchi anni dopo, lo sfortunato presidente della Mela aveva ancora dubbio sulle capacità di Steve: «[Voleva che] Apple diventasse una splendida azienda di prodotti di consumo: era un piano assurdo. L’high tech non può essere disegnato e venduto come un prodotto di consumo». Quanto si sbagliava.
Cacciato da casa propria, Jobs diede prova della forza di volontà che lo fece detestare anni dopo dai sottoposti ai quali chiedeva più dell’eccellenza: la perfezione.
L’AVVENTURA DI NEXT. Nel 1985 fondò una nuova software house, la NeXt, e l’anno successivo acquistò dal regista amico George Lucas una casa di animazione video, destinata a diventare il fenomeno Pixar: 4 miliardi di utili da allora al 2011.
Nel 1997, le sorti di Apple erano così disperate che il management tornò a bussare alla porta di Steve Jobs. Lui, il nerd anzitempo, il nerd prima che esserlo diventasse di moda, nel frattempo aveva cambiato vita: sposato, tre figli e una tendenza maniacale alla perfezione, decise di rientrare. Dettando le proprie condizioni.
La rivoluzione di iTunes, la musica si smaterializza

La Mela acquistò la Next e diede al nuovo capo carta bianca per qualsiasi cambiamento. L’era di iPod e iPhone stava per iniziare. Cupertino fu trasformata in una fucina di talenti, ai quali Jobs chiedeva di pensare e realizzare l’impossibile. Si trattava di un lavoro maniacale, senza orari, talvolta ai limiti del delirio o dello sfruttamento, come hanno detto molti fuoriusciti. Soprattutto, ruotava interamente intorno alla  figura del boss: Steve vedeva il futuro e chiedeva agli altri di renderlo reale.
Fu il primo a capire che i supporti fisici erano destinati a morire: nel 2001 creò l’iPod e nel 2003 l’iTunes e loro crearono il mercato della musica digitale, rianimando una industria morta e sepolta.
In 10 anni, sono stati venduti 200 milioni di iPod – più incalcolabili imitazioni – e 2 miliardi di canzoni sono state scaricate dal sito, rendendolo il secondo più grosso negozio online d’America.
Il cancro al pancreas e la fine annunciata troppe volte

Il successo galvanizzò Jobs e segnò il decennio più produttivo della storia dell’azienda, segnato dall’avvento del telefono computer, l’iPhone, e del computer tavoletta iPad. Ma anche dalla lenta discesa agli inferi della malattia.
LA LOTTA CONTRO IL MALE. Il primo tumore al pancreas gli fu diagnosticato e rimosso nel 2004. Sempre lucido, mai scoraggiato, capace di regalare sogni e di manipolare l’industria del consumo mondiale inducendo nuovi bisogni che nessuno aveva neppure immaginato, Jobs iniziò una lunga guerra di logoramento con il cancro. E con il gossip che lo circondava.
Appariva smagrito alle presentazioni, per cui – raccontano – si preparava davanti allo specchio per ore, e i cronisti lo davano per morto nel giro di qualche settimana, mentre il titolo in Borsa andava sulle montagne russe.
LA FINE ANNUNCIATA. Jobs era più resistente delle voci: per anni ha fregato tutti. Fino al 25 agosto scorso, quando con un breve comunicato ha annunciato che doveva lasciare Apple per colpa della malattia. C’è voluto poco più di un mese perché il cancro se lo portasse via, lasciando un’industria orfana di un leader carismatico e un esercito di consumatori-drogati di Mela terrorizzati sul proprio destino.
Jobs era troppo attento per non aver pensato alla successione. Tim Cook, il nuovo numero uno, da mesi era pronto a sostituirlo. Ma tra la ragione e la visione c’è di mezzo il futuro: quello che solo Jobs sapeva prevedere.

di Gea Scancarello da lettera43.it

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