Polo Sud : replica l’impresa storica di Ernest Shackleton

In barca al Polo Sud. Come nel 1916
Team angloaustraliano sulle orme di Ernest Shackleton, l’esploratore che nel 1916 navigò per 1300 km su una scialuppa e salvò il suo equipaggio, imprigionato in Antartide da un anno

antartide_replica_impresa_Ernest_Shackleton2Ce l’hanno fatta, o quasi. Un gruppo inglese-australiano ha replicato la storica impresa di Ernest Shackleton, esploratore polare che nel 1916 riuscì a salvare il suo equipaggio, rimasto intrappolato in Antartide per un anno, con un’impresa al limite delle possibilità umane. In particolare, il gruppo guidato da Tim Jarvis e Barry “Baz” Gray ha replicato le ultime due parti del salvataggio, le più dure: la navigazione, in una scialuppa di 6 metri, dalla Elephant Island alla South Georgia, pari a 1300 km, e la successiva traversata, a piedi, della stessa isola, tra montagne da scalare e crepacci da evitare.

Il tutto utlilizzando imbarcazioni, strumenti ed equipaggiamento identici a quelli impiegati dall’esploratore. Una prova che si è rivelata durissima, tanto da costringere Jarvis e Bay a qualche compromesso: alcuni membri dell’equipaggio hanno dovuto desistere, il gruppo si è accampato in tende di ultima generazione, mentre Shackleton non ne aveva alcuna; a un certo punto, uno dei partecipanti è tornato indietro per portare abbigliamento termico attuale a Jarvis e Bay, che accusavano principi di congelamento ai piedi. “Quelli erano veri ‘Iron men'”, ha sintetizzato Jarvis, a fine spedizione, dichiarandosi comunque soddisfatto del risultato ottenuto.

L’impresa di Shackleton è una delle più eclatanti avventure estreme del primo Novecento. L’esploratore anglo-irlandese, che prima di Amundsen aveva detenuto il record quale uomo arrivato più vicino al Polo Sud, giungendo a soli 180 km dalla meta ne 1909, ne fu protagonista, per oltre un anno. La sua nave, l’Endurance, che avrebbe dovuto portare a termine una traversata trans-antartica, rimase intrappolata nel ghiaccio, tra la South Georgia e la Vashel Bay,  nel continente antartico. Era la fine del febbraio del 1915: Shackleton ordinò l’abbandono della nave, alla volta di una stazione fissa invernale, dove l’equipaggio di 28 uomini si accampò in attesa della primavera successiva, in aprile. Ma la Endurance non resse la morsa del ghiaccio: a ottobre, dopo quasi 6 mesi trascorsi al polo, Shackleton si accorse che imbarcava acqua e a novembre crollò definitivamente.

Dopo aver cercato di raggiungere la Paulet Island, dove le possibilità di ricevere soccorso erano relativamente buon, su due diversi banchi di ghiaccio in movimento – “navigazione” durata oltre 2 mesi –  e aver cercato di attraversarne uno a piedi, Sheckleton e i suoi uomini raggiunsero per mare la Elephant Island, il punto di terraferma più accessibile – con le 5 scialuppe. Ma il peggio doveva ancora arrivare. Resosi conto dell’inospitalità del sito, e della sua lontananza da qualunque rotta di navigazione, cambia ancora programma. Con altri 5 uomini, parte sulla la più robusta delle scialuppe alla volta della Georgia del Sud.

Il viaggio, di 15 giorni, ha successo, nonostante un uragano, ma non si conclude con il risultato sperato: il ciclone aveva infatti affondato la nave a vapore che da lì raggiungeva Buenos Aires. Un nuovo, estremo tentativo, separava l’esploratore dalla meta: dopo un periodo di “recupero” , la traversata, finale, a piedi, di Shackleton e 2 dei 5i uomini, l’arrivo nella stazione baleniera di Stromness, dopo 51 chilometri, in sole 36 ore – impresa, quest’ultima, che fu replicata solo negli anni Cinquanta – e il successivo recupero degli altri membri dell’equipaggio, con sole 3 perdite. Vicenda che molti considerano la più grande impresa di sopravvivenza estrema della storia umana.

da repubblica.it

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