Ande, alla ricerca degli Incas

Q'eros1Tra gli dei delle Ande
Antiche tradizioni. Riti magici. Costumi semplici quanto sgargianti. Viaggio nelle terre dei Q’eros, la popolazione indigena peruviana che discende dagli Incas. Vivono fra montagne incantate. Nel rispetto dei loro culti e in grande armonia con la natura e gli uomini.

Diletta Varese

Per arrivare nella terra dei Q’eros si deve chiedere permesso alle montagne, agli Apu protettori, come li chiamiamo i quechua, i saggi spiriti che da millenni abitano le Ande. Nella nostra terra tutto ha vita, tutto fa parte del Kausay Puriy, il Cosmo vivente…”. Così Don Juan Apaza, uomo Q’ero con occhi limpidi e sorriso generoso, parla del legame di profondo rispetto tra gli abitanti indigeni delle Ande e la loro terra incantata: la relazione tra la Pachamama (la Madre Terra, l’antica Gaia della tradizione greco-romana) e i suoi abitanti, un rapporto basato sulla reciprocità, l’Ayni. Don Juan stringe tre foglie di coca nelle dita scure e dure del lavoro dei campi. “È un kintu”, dice, “un’offerta che facciamo agli Apu perché ci aprano il cammino”. Poi guarda la montagna nei suoi 4 mila metri e con devozione soffia tre volte sulle foglie verdi e iridescenti nel sole dell’alba. “Nel soffio c’è lo spirito, così diamo tutto il nostro potere personale all’Apu, per chiedere permesso e protezione a procedere”.

Alla terra dei Q’eros s’arriva con dieci ore di cammino a piedi, tra i 3 e i 5 mila metri perduti nelle Ande, a passo lento e respiro stanco per la rarefazione dell’ossigeno, i cavalli a seguito, carichi di tutto il necessario per accampare. Lì non c’è niente, né luce, né letti, solo acqua dal ghiacciaio e fuoco di sterco di vacca perché di alberi, a quell’altitudine, nemmeno l’ombra. Vietato ammalarsi: il primo ospedale sta a Cusco, 200 chilometri di distanza, e i cellulari, ovviamente, non prendono. Natura incontaminata, puntellata da lama e vigogne allo stato brado, la terra dei Q’eros si apre in una piega nella pancia delle Ande, fatta di licheni verdi, picchi innevati, scoscese di pietra, e acqua, tanta acqua. Lasciano il segno solo piccole orme di suole di gomma. Marcano il sentiero che per chilometri si snoda nelle valli di questa Pachamama fredda e austera. Lo accompagna, di tanto in tanto, il canto del flauto intonato da un variopinto berretto andino.Q'eros

Alla sommità di ogni passo di montagna si erge un cumulo ordinato di piccole pietre. Sono le apachetas, le offerte dei viandanti che ringraziano gli Apu della valle appena attraversata e si ingraziano i guardiani di quella a venire. Nebbia fitta si alza dalla selva amazzonica sottostante, che delimita la regione di Cusco da quella di Madre de Dios, nel basso Perù. Ma quando il cielo offre il suo squarcio di azzurro intenso, il fiato viene a mancare per la bellezza che si apre agli occhi: il Huamanlipa, l’Apu protettore della zona, scende irruento con le sue cascate di neve fresca appena sciolta tra le piccole case di fango e paglia.

I Q’eros vestono i tradizionali vestiti di alpaca, tessuti e tinti a mano, dai colori sgargianti. Gambe forti e nude, su piedi di cartavetro, avvolti da sandali ricavati dai copertoni, perennemente nel fango. Un chullo (tipico berretto con le orecchie lunghe) calato sulla testa degli uomini e intarsiato di perline bianche, che loro stessi ricamano per sé e per i figli maschi. Un cappello di feltro per le donne, da cui spuntano lunghe e lucide trecce nero corvino. Nelle case dei Q’eros gli stipiti sono bassi, si entra chini e ci si toglie il cappello perché, dicono, “quando si entra in una casa si porge prima la testa, come quando si viene al mondo”.

da LA REPUBBLICA