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Analisi del settore delle crociere in Italia

Le due facce delle crociere

Secondo i dati dell’Osservatorio dell’Ente Bilaterale Nazionale per il Turismo il fenomeno è evidente ma non produce ancora risultati positivi per il  turismo italiano

Un fenomeno bifronte. Tale appare il settore crocieristico alla lettura degli ultimi dati elaborati dall’Osservatorio dell’Ente Bilaterale Nazionale per il Turismo. Da questi si rileva, infatti, che nel periodo 2001-2011 il numero dei crocieristi nei primi 10 porti italiani è cresciuto in maniera esponenziale (+267%), passando dai circa 2,8 milioni di passeggeri agli oltre 10 milioni del 2011, e che la crescita ha riguardato sia il numero dei transiti (+238%) sia quello degli imbarchi/sbarchi (+317%) che si concentrano per il 90% in quattro porti principali: Venezia, Civitavecchia, Savona e Genova. Se, quindi, non vi è dubbio che gli anni duemila abbiano fatto da scenario all’esplosione del traffico crocieristico nei porti italiani, altrettanto non sembra si possa affermare per quanto riguarda da un lato gli effetti diretti sugli indicatori turistici “primari” tra cui i flussi (arrivi, presenze, permanenza media) e la ricettività (strutture a posti letto) e dall’altro per i risvolti sul lavoro (misurato in termini di addetti). A valutare questi indicatori, appare evidente che l’analisi degli impatti economici, in questo senso, debba essere considerata alquanto limitata. Secondo l’Osservatorio, infatti, fatto 100 il totale dell’impatto della spesa dell’intero comparto crocieristico (diretto, indiretto e indotto), solo il 3,8% va all’ospitalità (alberghi e altre strutture ricettive), il 6,2% al commercio, il 13,4% al sistema dei trasporti compresi i Cruise Operators, mentre il 37% va al settore manifatturiero, con la cantieristica in prima fila. E i dati occupazionali sono dello stesso segno: privilegio assoluto alla manifattura (con in testa sempre la cantieristica) con ricadute molto marginali per le attività turistiche, enfatizzate anche dalle retribuzioni unitarie, che sono le più basse di tutta la filiera. Senza considerare che il trend positivo dell’occupazione si è arrestato al picco del 2008 (311 mila addetti in Europa), gli ordinativi di nuove navi si è drasticamente ridimensionato e che la maggior parte dei lavoratori a bordo delle navi sono in larghissima parte extracomunitari (filippini, indonesiani, indiani, peruviani, ecc.) reclutati in madre patria con contratti di lavoro che sfuggono spesso alle normative europee. Lo studio evidenzia, ancora, che su una spesa totale stimabile in 4,4 miliardi di euro per il 2011, solo il 18% è riferito direttamente alla spesa dei passeggeri, pari a circa 783 milioni. E quello che più preoccupa è che le spese “a terra” rappresentano una parte ancora più ridotta di questa grandezza, arrivando appena a 71,4 milioni di euro e a 20,9 milioni di euro per la spesa “turismo”.

“Siamo fortemente preoccupati, dichiara il Presidente dell’EBNT, Alfredo Zini, nel constatare che le attività turistiche e alberghiere nei principali porti crocieristici non seguano affatto le dinamiche dei transiti, ma fatichino nonostante il boom delle navi, quasi che si crei un effetto di sostituzione delle crociere rispetto al turismo tradizionale”.  Rimarca inoltre la Vice Presidente dello stesso Ente, Lucia Anile, secondo la quale “sicuramente nella attuale situazione non vi sono riscontri positivi per le imprese ed i lavoratori del settore: secondo i dati raccolti, gli occupati nel turismo calano al crescere del traffico crocieristico. Ci chiediamo quindi se non valga invece la pena di trovare il modo per crescere insieme, cercando di far combaciare queste due facce del fenomeno attraverso uno sviluppo armonico”.

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