Agrigento la città che cade a pezzi

Agrigento, la città che inghiotte  se stessa

Uno scorcio di ciò che rimane del centro storico della città siciliana
Viaggio nella capitale  della Valle dei Templi,  tra macerie, sfollati  e indifferenza

Le macerie? Hanno cominciato a rimuoverle, ma si sono accorti che andando avanti sarebbe caduto il palazzo qui a fianco, poi quello a destra, quindi l’altro a sinistra…». Davanti alle rovine della dimora barocca Lo Jacono-Maraventano ridotta in polvere, il parroco della cattedrale, Mario Russotto – anche lui sfrattato dal tempio pericolante -, indica a perdita d’occhio pareti inclinate, balconi sbrecciati, stanze a cielo aperto, case storte. Una città di cartapesta. Il centro storico di Agrigento è come il gioco dello shanghai, quello dei bastoncini cinesi: basta che se ne muova uno e viene giù tutto. Nel silenzio, nell’indifferenza, nella distratta rassegnazione degli abitanti che poco più in là, davanti al municipio, si «vasano» cuffarianamente sulle due guance mangiando dolci di ricotta, la città dei Templi sta inghiottendo se stessa.

Un Titanic, già quasi del tutto affondato. «Che ci posso fare io? Sto a San Leone, sul mare, mi affaccio sulla terrazza e mi ‘nni futtu», taglia corto un passante. Di fronte, irreale, fungo gigante di cemento e serrande, c’è Palazzo Vita, il mostro dei mostri, cinquantatré metri di altezza che svettano sulle casupole antiche, costruito negli anni Sessanta: qualche comitato civico, di tanto in tanto, propone di abbatterlo, o almeno di tagliarne metà. Li chiamano «tolli», qui, questi alieni che svettano in cielo, parola che in dialetto vuol dire cosa inutile, ingombrante e fuori posto. «Il piano di fabbricazione dell’epoca spiega l’architetto Simona Sanzo, autrice di un volume sul sacco edilizio – imponeva un massimo di altezza di 25 metri, ma con la possibilità di deroghe». Sorride: «Questo palazzo non è abusivo».

Bisogna venire qui e guardare il panorama per capire la «corda pazza» agrigentina, il rovesciamento della realtà, lo spirito di una terra che ha partorito Pirandello. La terra che ha l’acqua più cara d’Italia, nonostante arrivi a singhiozzo. La provincia che ha il record di evasione fiscale (41,9 per cento) e il massimo della disoccupazione. Già, mentre Agrigento cresceva inghiottendo ogni metro cubo d’aria, mentre si lasciava alle spalle la memoria della frana del 1966 con cinquemila sfollati, mentre costruiva per loro quartieri satellite temporanei che sarebbero diventati definitivi, mentre piazzava uno dopo l’altro propri politici sulle più importanti poltrone romane e palermitane (Mannino, Cuffaro, Alfano, per citare solo gli ultimi), il centro storico restava solo e abbandonato.

Adesso si sta sbriciolando tutto. Sotto i colpi di due diverse scuri: la minaccia idrogeologica, perché parte della città sorge su una collina che scivola verso valle, e la fragilità degli edifici. A febbraio la cattedrale seicentesca, reinaugurata solennemente nel 2007 dopo decenni di chiusura, ha dato segni di cedimento insieme con tutto il costone su cui sorgono gli edifici religiosi di via Duomo. Sfrattato dalle sue stanze pure il vescovo, Francesco Montenegro, il primo a dare l’allarme, memore della tragedia di Giampilieri che aveva vissuto. Il primo a invocare un piano di sgombero, perché da questo quartiere non c’è una via di fuga. «È quasi pronto», dice Attilio Sciara, il responsabile della Protezione civile del Comune, uno che se piove non dorme dall’ansia.

A marzo è imploso Palazzo Schifano, danneggiando anche la vicina Casa della Carità delle suore di San Vincenzo de’ Paoli. Il 25 aprile, mentre gli agrigentini mangiavano e bevevano fuori porta, si è polverizzato il gigante nobiliare, Palazzo Lo JaconoMaraventano, dove l’impresa incaricata dal Comune aveva appena concluso gli interventi di messa in sicurezza. Pochi giorni dopo, inseguito da urla e contestazioni, il sindaco Marco Zambuto, 38 anni una parabola politica che ha attraversato quasi l’intero arco parlamentare -, ha fatto le valigie e ha trasferito il municipio nella palazzina di fronte.

Come dire, l’istituzione è qui. Peccato che qualche giorno dopo abbia dovuto firmare un’ordinanza di auto-sgombero perché stava per crollare anche quella. Ora è tutto macerie, a due passi dalla solida villa del regista Michele Guardì, uno dei pochissimi che hanno voluto investire in un centro storico che per gran parte degli agrigentini è morto. Un caro estinto che i più avrebbero già seppellito sotto un sudario di cemento come le rovine di Gibellina terremotata, e che invece – fantasma inquieto – si ostina a far sentire la sua voce, tra boati e crolli.

«Più pericoloso vivere qui che in cima all’Etna», diceva negli anni Novanta l’allora capo della Protezione civile, Franco Barberi. Cinquantanove le famiglie sgomberate, e il numero si ingrossa a ogni pioggia. Quando arrivano i vigili con l’ordinanza in mano, qualcuno piange, qualcuno impreca, qualcuno in silenzio prende in braccio i figli e si rassegna all’ospitalità del Comune – finché dura nell’albergo «Bella Napoli». «Abbiamo speso 400 mila euro del nostro bilancio e 700 mila della Protezione civile regionale per tamponare le situazioni di massima urgenza – dice il sindaco Zambuto -, adesso non abbiamo più un soldo neanche per questo. L’unica cosa che possiamo fare è portare via le famiglie e pregare che non ci scappi prima il morto».

Ristrutturazioni? «Quando sono arrivato – allarga le braccia – il Comune aveva un buco di 50 milioni di euro, adesso è risalito a meno quindici, l’unica speranza è nelle risorse esterne». Mostra una mappa della città, un lungo elenco di opere già finanziate: c’era anche il restauro di Palazzo Lo Jacono-Maraventano, per 2 milioni e 800 mila euro. Ma è già crollato.

 

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