A Roma il parcheggio dei motorini diventa gratis

Sulle due ruote si muove il terziario avanzato
Altro che modalità corsara e giovanilista, le motorette oggi trasportano l’eroico travet, ubiquo e invisibile

A Roma le moto dovranno pagare per parcheggiare dentro le righe blu… No contrordine, i motociclisti sono talmente bravi ad alleggerire il traffico che da oggi in poi parcheggeranno a sbafo e nessun automobilista dovrà più protestare. Ma che male avranno mai fatto questi volontari della sofferenza che scelgono ogni mattina, estate o inverno che sia, di affidarsi a ogni intemperie pur di arrivare presto e bene al posto di lavoro? Magari anche facendo prima tappa a scuola dove depositano pure un ragazzino abbarbicato (abusivamente) alla loro schiena come in piccolo koala.

Fuori dalle beghe che si sono scatenate ieri tra il sindaco Alemanno e l’opposizione, in realtà la prassi consolidata è sempre stata quella di chiudere un occhio su dove parcheggiassero le moto per le strade di Roma, è vero che esiste su questo un paradosso mai chiarito, se l’automobile parcheggia sulle strisce dedicate alle moto compie un’infrazione per cui può essere multata, se avviene il contrario però il problema non si pone.

Si può capire che il provvedimento di far pagare comunque una forma di pedaggio anche alle moto non sarebbe sembrato del tutto folle per chi circola in automobile. A ognuno di questi portatori di quattro ruote può qualche volta capitare di trovare la propria auto parcheggiata bella impacchettata di moto e motorini. Anche questi devono pur parcheggiare e se possono si infilano in ogni interstizio disponibile. Può anche essere che questo renda acrobatica la manovra di entrata dallo sportello.

Non va dimenticato però che per la capitale transitano oltre 600 mila scooter con a loro disposizione appena 20 mila stalli. Così per forza ne fanno le spese i marciapiedi, le piazzole pedonali e naturalmente ogni posto auto libero e capace di ospitare una bella ammucchiata di moto che, fessura dopo fessura, occupa in breve a macchia di leopardo gran parte dello spazio parcheggiabile. Con tutta la buona volontà possibile, ammesso che ciò divenisse un obbligo, come potrebbe un motociclista apporre sul suo mezzo l’apposito tagliando dell’avvenuto pagamento? Un foglietto di carta volatile che nessun vigile o ausiliario potrebbe mai controllare.

Il problema dovrebbe piuttosto essere ampliato alla definizione dello scooterista metropolitano, con piena dignità di conducente adulto e chiarezza di diritti e doveri. Non è più possibile considerare la circolazione su due ruote come una modalità ancora corsara e giovanilistica, su cui si possa mantenere ambiguità normativa. A Roma gli scooteristi rappresentano gran parte del terziario avanzato, professionisti, avvocati, commercialisti, agenti immobiliari. La grisaglia e la cravatta è la divisa più frequente di chi indossa il casco. Tra le centaure romane moltissime sono signore eleganti e impettite, che in questa stagione indossano vezzosi sandaletti con cui sfiorano ardite l’asfalto nella gimkana per guadagnare il primo posto al semaforo.

Nella Roma dei sampietrini e delle rotaie dei tram, di scooter se ne vedono ogni mattina anche parecchi spiaccicati a terra; in una ricerca fatta meno di un anno fa dall’Automobile Club di Roma è scritto testualmente che la mole di motociclisti in transito quotidiano fa sembrare la nostra capitale una città asiatica piuttosto che europea, con dati che dovrebbero far riflettere: oltre la metà degli incidenti stradali che avvengono nel Comune di Roma vedono il coinvolgimento dei veicoli a due ruote. In media 31 incidenti al giorno, 4 morti ogni 100 mila abitanti e 9 morti ogni 1000 incidenti, numeri impressionanti per unamoderna città. Lo scooter che nasce in Italia come mezzo di locomozione della classe operaia o simbolo di vitalismo anarcoide e libertario, si è trasformato nel mezzo di trasporto dell’eroico travet, costretto a correre veloce e quindi rischiare lo schianto, ma non perché appartenga alla schiera dei belli e dannati, ma solo perché il giogo del suo lavoro gli impone di essere quasi ubiquo, ma pure invisibile in una città espropriata dalle autovetture.

GIANLUCA NICOLETTI da lastampa.it

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