Archive for November, 2009

New York e l’anniversario del Lincoln Center


New York, dalle ruspe all’arte
Il Lincoln Center fa 50 anni
Si celebra l’anniversario del cuore concertistico ed espositivo di Manhattan. Ma è ancora viva la polemica per lo stravolgimento urbanistico all’origine del progetto: l’abbattimento delle case popolari del West Side, il cui popolo di nottambuli e bande di immigrati ispirò il grande musical di Bernstein

di ANNA LOMBARDI

lincoln_centerNEW YORK – Una zummata che dall’isola di Manhattan si restringe fino a definire una precisa zona del West Side. Cinquant’anni fa Google Earth non era stato ancora inventato e la scena iniziale del musical West Side Story rappresentava una novità assoluta. All’epoca in cui il film fu girato – era il 1959 – Lincoln Square era un ritrovo di nottambuli, zeppa di locali, cabaret e jazz club, circondata da caseggiati popolari dove vivevano italiani, irlandesi e portoricani. In lotta fra loro proprio come nel film. Quei caseggiati sarebbero scomparsi pochi giorni dopo le riprese della famosa scena. Abbattuti, per far posto a quello che un’incredibile campagna pubblicitaria (condotta attraverso giornali, radio, tv, ma anche lettere alle famiglie e concorsi nelle scuole) promuoveva come “nuovo cuore pulsante di New York”: il Lincoln Center.

Cinquant’anni dopo New York si divide ancora: fu arte o speculazione? Arte, risponde senz’altro Thomas Mellins, storico della città e curatore di una mostra, Lincoln Center Celebrating 50 years, alla New York Public Library for the Performing Arts fino al 16 gennaio 2010. Dalla prima pietra posta dal presidente Usa Dwight D. Eisenhower il 14 maggio del 1959 alle innovazioni più recenti: assolutamente arte. Eppure quel centro avveniristico, che per Eisenhower doveva rappresentare “un simbolo di pace, uno strumento di comprensione tra i popoli”, fu subito al centro di polemiche durissime: contestato da chi vedeva nell’abbattimento dei caseggiati popolari uno sfregio alla città e accusava John D. Rockefeller III, che racimolò metà dei 184 milioni di dollari necessari al progetto, di essere un finanziatore troppo interessato a sviluppare un’area dove aveva importanti interessi immobiliari.lincoln_center2

A volere fortemente la creazione di quel centro per le arti, poi, fu soprattutto Robert Moses: il contestato urbanista che distruggendo quartieri e snellendo infrastrutture trasformò New York nella città che conosciamo.

“Il progetto” racconta Anthony Flint, autore di Wrestling with Moses, un saggio appena uscito che analizza lo scontro fra l’urbanista e Jane Jacobs, l’antropologa che criticò il modello “disumano” scelto per sviluppare New York, “fu lanciato attraverso radio, tv, concorsi nelle scuole, lettere alle famiglie. Finì per ottenere il plauso dell’intero Paese e perfino i più critici non se la sentirono di dare battaglia”. Jacobs e alcuni residenti tentarono di fermare le ruspe, raccolsero firme, intentarono una causa. Non ci fu nulla da fare. “Il West Side” dice Flint “fu bonificato, i residenti cacciati con appena 90 giorni di preavviso e nessuna soluzione alternativa”. Moses guardava lontano e volle che il centro fosse realizzato dalle archistar dell’epoca: da Philip Johnson, re dei grattacieli, a Max Abramovitz, che aveva appena ultimato il palazzo delle Nazioni Unite, fino all’italo americano Pietro Belluschi, che ebbe l’idea di usare il travertino romano importando a New York il razionalismo italiano di Marcello Piacentini.

lincoln_center1La disperazione dei residenti fu cancellata dai successi di quello che in breve divenne il riferimento culturale dei newyorchesi. Il centro fu inaugurato ufficialmente solo il 23 settembre del 1962 con un grande concerto diretto da Leonard Bernstein (che il giorno della posa della prima pietra aveva diretto la sua New York Philharmonic sotto una tenda) con Jacqueline Kennedy madrina della serata. Da allora da qui sono passati Placido Domingo e Luciano Pavarotti, Duke Ellington e Wynton Marsalis, Alfred Hitchcock e François Truffaut, Marsha Graham e Trisha Brown. Ma la figura che di più ha incarnato lo spirito del Lincoln fu anche la più tormentata. Leonard Bernstein, il grande direttore che guidò la New York Philharmonic, era anche il compositore di West Side Story, il musical “sociale” che raccontava proprio la vita di quel quartiere la cui scomparsa fu rimandata per ultimare le riprese del film. “La distruzione dell’area, la dispersione degli abitanti”, ha raccontato Arthur Laurents, autore del soggetto di West Side Story “lo tormentarono tutta la vita. Anche per questo organizzò i suoi Young People’s Concert: voleva che tutti i ragazzi imparassero a capire la musica”. Anche quelli cacciati dalle ruspe.

da LA REPUBBLICA


Rodrigues Island da visitare


Rodrigues Island

Rodrigues_IslandSi può appartenere all’Africa pur essendo a più di mille chilometri dalle sue coste? La risposta è affermativa per quanto riguarda l’arcipelago-nazione posto nel bel mezzo dell’Oceano Indiano chiamato Mauritius. Nelle Isole Mauritius c’è il paradiso nel paradiso, Rodrigues Island, meta di sposi novelli in viaggio di nozze e di turismo di alta fascia.

  • Storia e Turismo

Rodrigues è un’isola vulcanica nata intorno a 10 milioni di anni fa; pur avendo un’estensione molto ridotta (poco più di 100 chilometri quadrati, la minore delle isole Mascarene) è densamente popolata (40 mila abitanti stabili più i turisti che la affollano in ogni stagione dell’anno). Il nome deriva dal navigatore Diogo Rodrigues, uno di quegli esploratori portoghesi che all’inizio del XV secolo aprivano la strada alla grande espansione europea nelle estreme terre del sud est asiatico. In quel periodo, nel Mediterraneo, i turchi iniziavano a imporre la loro influenza sostituendosi ai vecchi dominatori genovesi e veneziani: le grandi potenze marittime del continente cercavano così una strada diversa per i ricchi commerci delle spezie orientali.

Prima dei viaggi di Rodrigues, Bartolomeo Diaz aveva già toccato il Capo di Buona Speranza mentre Vasco da Gama era arrivato, primo tra gli europei, in India completamente via mare. Molti furono i continuatori dell’opera di Diaz e Da Gama e lo si vede dalla toponomastica della zona: le Mascarene devono il loro nome a Pedro Mascarenhas che le “visitò” nel 1513; sempre nel primo decennio del XVI secolo Domingos Fernández esploro proprio le isole Mauritius e a Diogo Rodrigues scoprì l’isola omonima (anno 1538). Rodrigues trovò poi una morte misteriosa a Goa, in India: si pensa che qui fu trucidato dalla popolazione locale dopo che aveva fatto radere al suolo villaggi sul mare (e, cosa assai peggiore, un tempio sacro) per costruire depositi utili ai mercanti portoghesi. Altri attribuiscono però l’assassinio ai commercianti arabi che ostacolavano gli esploratori temendo di perdere il tradizionale monopolio del commercio verso Oriente (cosa che puntualmente avvenne).

Il nome “Rodrigues” non rende però onore ai primi veri “scopritori” dell’isola che furono certamente arabi: già dalla fine del X secolo toccarono le Mascarene esploratori che arrivavano dalle coste africane (probabilmente dalla Somalia e dal Kenia, dove a Mombasa e a Malindi le caste di commercianti erano perennemente in lotta per il dominio dei traffici commerciali). Il primo documento ufficiale che riporta una mappa abbastanza fedele di Rodrigues Island si deve agli studi dell’esploratore arabo al-Idrisi e risale al XII secolo: si tratta di un libro di geografia che stupisce per le conoscenze avanzate degli arabi dove l’isola porta il nome di Dina Moraze.

Dopo essere stata toccata marginalmente dalle esplorazioni portoghesi, l’isola di Rodrigues ospitò olandesi e, per tre secoli, i francesi che qui sbarcarono un gran numero di schiavi provenienti dall’Africa per cercare di sviluppare le coltivazioni di prodotti “coloniali” come la canna da zucchero e il tè. Nel 1809 l’isola, come l’intero arcipelago delle Mauritius, cadde sotto il controllo britannico e vi rimase fino al 1968 quando fu dichiarata la sua indipendenza nell’ambito del Commonwealth.

Le isole occupano una superficie di Oceano Indiano molto grande, ben 1860 chilometri quadrati: non stupirà quindi il fatto che Rodrigues Island Rodrigues_Island_Anse_aux_Anglaissi trovi a più di 500 chilometri ad est da Mauritius e che sia una delle ultime isole prima di un tratto di mare sconfinato che si interrompe solo con l’Australia. Anche considerata la distanza e la specificità storica è molto forte l’autonomismo rispetto alla madre patria Mauritius: attualmente Rodrigues ha lo statuto di dipartimento autonomo ma comunque facente parte della Repubblica di Mauritius.

Per arrivare all’isola si deve fare prima scalo intermedio a Mauritius, da qui Air Mauritius, con un volo giornaliero, in un’ora e mezza porta a destinazione; si può usare anche la motonave (tre corse alla settimana con la compagnia Mauritius Pride) ma è estremamente più lungo e disagevole.

Le lingue ufficiali parlate sull’isola di Rodrigues sono ben tre e rispecchiano interamente la sua storia passata: francese, inglese e “morysien” (il creolo, o mauriziano, una sorta di misto di francese, spagnolo ed olandese). La moneta ufficiale delle Mauritius è la Rupia delle Mauritius.

  • Da visitare

L’attrattiva maggiore di Rodrigues è certamente il mare: difficilmente nel mondo si trova una costa più bella e un acqua così pura.

Barriera corallina e Laguna
Circonda quasi interamente l’isola, è uno spettacolo di colori che, oltre a quello che ci si aspetta di trovare (coralli, pesci di ogni specie, animali marini), offre anche lo stupendo spettacolo dalle gorgonie che qui trovano un habitat perfetto dove proliferare. La barriera chiude una magnifica laguna dove un mare limpidissimo vela in maniera impercettibile i fondali; la laguna è grande due volte l’isola, uno scenario perfetto per tutti gli sport acquatici.

Gita all’interno
Non occorre affittare auto né tanto meno fuoristrada: l’isola non presenta dislivelli consistenti e si gira comodamente a piedi o in bicicletta. Se ci si allontana dalla costa si scopre una vegetazione rigogliosissima dove spiccano le mangrovie.

Mont Limon e Mont Maturin
Sono le uniche due alture dell’isola, non superano i 500 metri di altitudine ma costituiscono un ottimo punto da cui godersi un panorama incredibile sulle spiagge bianchissime e sui promontori calcarei a precipizio sopra il mare.

Anse aux Anglais
È un piccolo villaggio nella parte nord dell’isola, dove la bassa marea crea un ambiente incredibile da cui assistere al tramonto la sera; c’è anche un night club, cosa rara per la tranquillità del luogo.

Riserva François Legeut
Ad Anse Quitor, nel sud dell’isola, nel 2007 è stata avviata un’importante iniziativa per tutelare le tartarughe giganti Cylindraspis, quasi scomparse perché fino a poco tempo fa cacciate dagli abitanti per il loro prezioso grasso usato come medicinale.

  • Cosa fare in vacanze

Il divertimento su Rodrigues Island è essenzialmente legato alle attività marine.Rodrigues_Island1

L’isola è molto tranquilla, nel centro di Port Mathurin ci sono l’unica farmacia e l’unico distributore di benzina. Eppure si può passare un vacanza decisamente stimolante dedicandosi alla scoperta dei magnifici fondali e della barriera corallina: non serve una grande attrezzatura, basta la maschera e tanta voglia di lasciarsi catturare dai colori di Rodrigues.

I più sportivi possono dedicarsi al kitesurf o allo windsurf: sono molte le possibilità di affitto materiali e di lezioni personalizzate.

Si può infine assaporare un tocco di esotico con la gita più classica a Rodrigues: la pesca sulle piroghe, le antiche imbarcazioni ancora oggi usate dalla popolazione, in verità più che altro a fini turistici. La soddisfazione raddoppia con il giusto premio del pesce mangiato direttamente sulla spiaggia dopo una bella grigliata.

da TISCALI

Castelli da favola nel Ducato di Parma e Piacenza


Weekend in Emilia. Alla scoperta dei castelli dell’antico Ducato
C’era una volta il Ducato di Parma e Piacenza. Un’atmosfera unica che suggeriva camini e tavole di piaceri. Sulle strade giuste c’è ancora

S. Ugolotti e M. Bonvini

gropparelloI castelli di Parma e Piacenza? Un itinerario buono per tutte le stagioni e certo non una scoperta recente o una tendenza nuova.

Ma c’è un motivo valido perché se ne parli ancora: Jean-Baptiste Leroux, fotografo ufficiale di Versailles e degli châteaux della Loira, è rimasto incantato dai manieri dell’antico Ducato parmense e piacentino al punto da fotografarne tre (su 21) e da esporre le immagini al Louvre. Le rocche prescelte sono le raffinate corti di Rivalta, Gropparello e Fontanellato.

Basta un weekend nella Bassa per scoprire, oltre all’Italia medievale e sontuosa dei castelli, un territorio ricco di sorprese, con una gastronomia d’alto profilo, vini eccellenti e una campagna tutta da vivere on the road, magari anche con passeggiate a piedi o a cavallo.

Si parte dall’alta Val di Taro dove, su un crinale, il Castello di Compiano è una struttura massiccia a pianta pentagonale che nasconde oggetti d’arte, arredi e dipinti sei-settecenteschi.

Scendendo a 20 chilometri da Parma, passato Langhirano, il Castello di Torrechiara è un esempio di architettura quattrocentesca tra i meglio preservati, con forza scenografica straordinaria, spesso set cinematografico di film in costume, come Lady Hawk (1985) con Michelle Pfeiffer.

Sul confine con il Reggiano, Montechiarugolo è un borgo con un altro spettacolare castello. Edificato sui resti di un maniero duecentesco, ilcastello_rivalta suo aspetto, ora, è lo stesso che gli conferì nel Quattrocento il cavaliere e condottiero dei Visconti. Nel Cinquecento ospitò artisti, intellettuali e personaggi illustri. Dal 1870 è di proprietà della famiglia Marchi. E della fata Bema. Una ragazza avvenente, all’epoca indovina di corte, il cui fantasma, narra la leggenda, si aggira ancora nel castello. A pochi passi, il ristorante Al Castello è un ambiente raffinato: in menu, cucina creativa a base di pesce. Da non perdere, crudità e gnocchi con cappesante e vongole.

Da Montechiarugolo in 9 chilometri si raggiunge la Fondazione Magnani Rocca a Mamiano di Traversetolo. Seguendo la provinciale 32 si arriva a Sala Baganza e al Parco dei Boschi di Carrega: 1270 ettari di verde, ex tenuta di caccia dei Borboni, passata poi ai Carrega di Genova, famiglia di principi banchieri che ai Borboni prestava denaro, oggi la proprietà è un’oasi protetta: tra faggi, querce e castagne secolari si scorgono caprioli, scoiattoli e lepri.

In poco meno di un’ora di strada si scende in pianura per raggiungere la Rocca Sanvitale a Fontanellato, immortalata dagli scatti di castello_fontenellatoJean-Baptiste Leroux all’alba. È tuttora circondata da un ampio fossato con acqua, nel cuore di una piazza chiusa da un’infilata di portici come in una quinta teatrale. Vicino al Castello di Fontanellato, in un palazzo dell’Ottocento immerso in un parco, si dorme in moderne suite all’hotel In Villa: arredi di design e grandi vetrate affacciate sul verde. Fa parte della struttura La Paltina, un punto vendita e degustazione di salumi tipici. Una valida alternativa è a Fontevivo, accanto all’abbazia cistercense (1142). Il Relais Fontevivo ha 17 camere in quelle che un tempo furono le celle dei monaci, con arredi in noce, soffitti a travi e dettagli high-tech.

Non lontano da Fontanellato c’è la Rocca di Soragna, dal XVII secolo la residenza dei principi Meli Lupi, che ancora oggi la abitano.

da IL CORRIERE DELLA SERA

L’Anno Cerdà di Barcellona, l’Eixample da visitare


La capitale catalana festeggia i 150 anni dal suo ampliamento
A Barcellona per l’Anno Cerdà
Mostre, convegni e incontri di urbanistica

DARIO BRAGAGLIA

eixample_barcellona1Barcellona celebra quest’anno con una serie di mostre ed eventi l’Anno Cerdà, per ricordare i 150 anni dall’approvazione del piano di ampliamento della città, grazie al quale fu creato il distretto dell’Eixample (o Ensanche, se invece del catalano si usa lo spagnolo), vale a dire l’estensione.

Oggi il nome dell’ingegnere Ildefons Cerdà i Sunyer dice poco ai non addetti ai lavori. Il nome della capitale catalana è abitualmente abbinato a Gaudì, eppure si deve al piano urbanistico disegnato da Cerdà se, a partire dal 1859, una volta abbattute le mura medievali, la città ha potuto svilupparsi verso nord, oltre Plaça de Catalunya e gli allora angusti e malsani limiti della Ciutat Vella. Il regolare reticolo di isolati compresi fra la Sagrada Familia a est, la stazione di Barcelona Sants a ovest e attraversato da alcuni dei più eleganti viali d’Europa, come la Gran Via, il Passeig de Gràcia, l’Avinguda Diagonal sono oggi una delle maggiori attrazioni turistiche di Barcellona, proprio perché qui furono costruiti i più importanti edifici di Antoni Gaudì e di altri famosi architetti modernisti come Lluís Domènech i Montaner e Josep Puig i Cadafalch.

La storia dell’approvazione del Piano Cerdà è in realtà assai complessa. A metà dell’Ottocento, in un clima caratterizzato dalle parole d’ordine ¡Abajo las murallas!, il comune di Barcellona bandì una gara per l’espansione della città sul terreno pianeggiante che si estendeva prima dei villaggi di Sarrià e di Gràcia. A vincerlo fu il progetto presentato dall’architetto Antoni Rovira i Trias che prevedeva un ampliamento radiale a partire dalla città vecchia. Il piano però non piacque a Madrid che per regio decreto impose quello presentato da Cerdà. Il quale si ispirava piuttosto ai contemporanei progetti haussmanniani per il risanamento di Parigi, anche se qui non c’era nulla da distruggere ma soltanto da costruire.

Il motto dell’ingegnere era: “Ruralizzare la città, urbanizzare la campagna”, parole nelle quali sono sintettizzate le sue istanze di socialismo utopistico abbinate a esigenze di razionalità e di geometrica uguaglianza.

Nacquero così, poco a poco, gli isolati ottogonali simili gli uni agli altri, con gli angoli smussati. A molti questa scelta non piacque, come a Puig i Cadafalch che detestava la sua “sacrale monotonia”. In realtà il progetto iniziale di Cerdà prevedeva molti più spazi verdi e fu in parte snaturato dalla speculazione edilizia che puntava a moltiplicare le superfici abitative e commerciali, in luogo di servizi per gli abitanti come ospedali, scuole, mercati e parchi.

Pur con questi limiti, l’Eixample rimane uno dei più significativi progetti urbanistici dell’Europa moderna con le sue strade larghe almeno 20 metri, gli ampi marciapiedi, e gli slarghi oggi occupati da centinaia di caffé e locali pubblici.                          eixample_barcellona

  • L’asse centrale dell’Eixample è il Passeig de Gràcia dove affacciano alcuni degli edifici più famosi di Barcellona come Casa Lleó Morera (al n° 35) terminata nel 1906 da Domènech i Montaner, Casa Amatller (n°41) di Puig i Cadafalch, la contigua Casa Battló di Gaudì (n°43). Tre isolati più in sù, verso l’Avinguda Diagonal c’è un’altra celeberrima opera di Gaudì , la Casa Milà, comunemente conosciuta coma La Pedrera (n° 92). Non per nulla questa parte dell’Eixample è conosciuta come Quadrat d’Or, un vero e proprio museo all’aria aperta del modernismo catalano.
  • La sorpresa di scoprire originali esempi architettonici sparsi nella regolarità degli isolati è un po’ la caratteristica di tutto l’Eixample, sia nella parte denominata Dreta de l’Example (la parte destra) dove si trova la Sagrata Familia sia nell’Esquerra de l’Example (la sinistra) dove sorgono alcuni edifici risalenti proprio agli anni immediatamente successivi all’avvio del Piano Cerdà, come l’Università Centrale.

da LA STAMPA

Piemonte per sciare serve assicurazione


Piemonte, da oggi si scia solo con l’assicurazione
Entra in vigore la legge regionale votata a gennaio, che prevede pesanti multe per i gestori (da 5mila a 50mila euro) e per gli sciatori (fino a 250 euro per chi non mette il casco). Frattini: “Attenti agli snowboard”

sci_piemonteNovità in vista per chi va a sciare, per lo meno in Piemonte, dove da quest’anno sarà obbligatoria per legge l’assicurazione per la responsabilità civile. La legge è stata votata il 14 gennaio e secondo l’assessore allo Sport Giuliana Manica “Il Piemonte si dota di una normativa all’avanguardia nel panorama nazionale, che, innanzitutto, riconosce l’interesse pubblico della sicurezza in uno dei comparti più importanti della nostra economia turistica, tutelando, al tempo stesso, l’impatto che questo genera sull’ambiente”.

“Chi trasgredirà le norme, gestore o sciatore, sarà punito con sanzioni severe – continua l’assessore – perché la sicurezza sulle piste nasce, innanzitutto, da una corretta cultura dei comportamenti, sia da parte di chi fruisce che di chi gestisce gli impianti”.

“I gestori, oltre a farsi carico di una polizza per i danni causati a terzi per proprie responsabilità, dovranno stipulare anche un’assicurazione per gli utenti nell’eventualità di danni o infortuni provocati dagli sciatori, avranno anche l’obbligo di mettere in sicurezza delle piste (ad oggi non previsto né dalla normativa regionale né da quella nazionale), e dovranno predisporre ogni anno un rapporto sugli incidenti verificatisi con la ricostruzione delle dinamiche, in modo da fornire alla Regione dati che possano aiutare ad analizzare la dimensione e le tipologie del fenomeno. Il mancato rispetto delle norme comporterà sanzioni da 5.000 a 50.000 euro”.

Inoltre gli sciatori dovranno pagare sanzioni fino a 250 euro se non rispetteranno l’uso del casco, i limiti di velocità, gli obblighi di precedenza e le altre regole comportamentali previste dalla normativa nazionale. Il testo introduce anche nuovi obblighi per gli amanti del freeride e dello sci fuoripista, che dovranno avere sempre al seguito una pala, una sonda e il sistema di rilevazione Arva.

In attesa che anche le altre piste dell’arco alpino decidano il da farsi, sull’argomento si esprime anche Franco Frattini, ovviamente non in quanto ministro degli Esteri, ma come presidente della Federazione dei maestri di sci.sci_piemonte1
Il ministro raccomanda di non improvvisare mai né per la discesa né per lo snowboard. Per questa stagione si deve ‘’puntare molto sulla prevenzione e sulla sicurezza delle piste da sci – ha detto all’ANSA Frattini – migliorando la qualità del servizio che le stazioni sciistiche offrono agli sciatori in termini di impianti e di apparati di protezione ai bordi delle piste stesse”.

Inoltre il titolare della Farnesina ritiene “auspicabile” il moltiplicarsi di ‘’quelle iniziative che alcune stazioni hanno adottato, di vendere con lo skipass l’assicurazione infortuni’’.
La questione della sicurezza sulle piste è legata anche all’utilizzo a volte improvvisato degli snowboard. “La legge quadro italiana – osserva – già consente alle Regioni, su base volontaria, di riservare spazi sciabili sono agli snowboard. Molte stazioni sciistiche all’estero già lo fanno e cominciano a farlo a livello sperimentale anche alcune stazioni in Italia”.

da IL RESTO DEL CARLINO

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