101 posti da non vedere prima di morire Catherine Price

Musei, alberghi, muraglie. Attrattive turistiche che alla prova dei fatti si rivelano di interesse nullo se non addirittura spiacevoli. Una scrittrice le ha raccolte in un manuale. Da Seattle alla Cina, dall’Irlanda a Torino.

Catherine Price è una scrittrice freelance che dal suo blog racconta il mondo viaggio dopo viaggio. Un lavoro invidiabile, che però la porta spesso a incappare in piccole “fregature”. Come quando, in Corea, si iscrisse al programma si meditazione Templestay per trovare la pace interiore, e si ritrovò circondata da gente schizzata che la costringeva ad alzarsi alle 3 di mattina per meditare.

Sulla scia del tormentone dei “101 posti…” (da quelli dove far l’amore prima di morire a quelli da visitare per chi ha meno di 12 anni) e per evitare che altri turisti cadano nella trappola di questi spesso costosi specchi per le allodole, la Price ha scritto un libro: “I 101 posti da NON vedere prima di morire”. Un titolo che non fa una piega. A fianco a Taj Mahal, Grande Muraglia cinese, Torre di Pisa e ponte di Brooklyn, segnalati dagli esperti come “imperdibili”, ci deve essere per forza una lista altrettanto lunga di posti “perdibili”. O no? Per rispondere basta dare un’occhiata al bizzarro elenco di posti selezionati dalla Price. Musei, case fantasma, tunnel sotterranei, attrazioni accomunate dal soldo, perché per vederle bisogna pagare, e dalla totale mancanza di interesse storico-culturale.

Spesso le guide li consigliano come luoghi “da visitare” ed è questo uno dei motivi per cui il libro della Price a molti non ha fatto piacere. Ma lei non si scompone e argomenta le sue scelte con dettagliate spiegazioni.

Il Gum Wall di Seattle, Usa. Un gigantesco muro ricoperto di gomme da masticare: rosa, rosse, verdi, blu, gialle. Un vero spettacolo, secondo molti addirittura un’installazione di arte avanguardistica alla quale chiunque può partecipare togliendosi dalla bocca il chewing gum e appiccicandolo sui mattoncini rossi di Post Alley. Il Gum Wall di Seattle, nato nel 1993, è stato giudicato dalla CNN e dalle autorità sanitarie americane “il secondo sito turistico meno igienico al mondo”, menzione che lo ha fatto entrare di corsa nell’elenco della Price. Al terzo posto tra i luoghi turistici più sporchi c’è Venezia, ma la città lagunare non compare nel libro. Al primo c’è Blarney Stone, in Irlanda, e questa sì che invece ha scatenato il ribrezzo della scrittrice.

Blarney Stone, Blarney, Irlanda. “Non capisco cosa ci possa essere di interessante nell’andare a baciare un pezzo di roccia su cui hanno posato le labbra, nello stesso punto, migliaia di persone. Direi che è qualcosa di cui posso fare a meno”, ha scritto la Price. La pietra di Blarney, in Irlanda, è un monolite che secondo la leggenda regala intelligenza e lungimiranza a chi lo bacia a testa in giù. Al di là della scomodità della posizione richiesta, si tratta di un’attrazione turistica poco igienica, per la quale bisogna anche pagare. La Price ha avuto un po’ di grattacapi con l’organizzazione del sito turistico, che non ha naturalmente gradito l’introduzione nell’elenco dei posti da evitare. E quindi nel libro precisa che “chi lo desidera, può chiedere, prima di baciare la roccia, che questa venga disinfettata”.

Il tunnel dell’area demilitarizzata al confine tra Coree. Quando la Price ha fatto il biglietto per visitare il tunnel, si aspettava un tour tipo quello che in Germania si fa per vedere i resti del muro di Berlino. Niente di tutto ciò. Al confine del famigerato 38mo parallelo c’è solo una fila di soldati che si guardano nelle palle degli occhi, e che dopo aver verificato che tu abbia pagato il ticket ti portano a visitare un tunnel lungo e claustrofobico. “A suo modo è stata un’esperienza divertente – ha commentato la scrittrice – prima di entrare ci hanno fatto togliere orpelli e oggetti pericolosi. Sembrava di essere in fila per salire sulla giostra di un parco giochi”.

L’hotel-prigione di Karostas Cietums, Ljepaja, Lettonia. In Lettonia, c’è questo ex carcere comunista trasformato in hotel. La cittadina gode di un flusso turistico inaspettato e secondo la Price anche immotivato, dato che chi soggiorna nell’albergo è costretto a indossare tute mimetiche, a dormire su lettini di acciaio e a confrontarsi con la consapevolezza che là dentro sono state uccise 150 persone. Chi lo desidera può anche provare l’ebbrezza di indossare una maschera anti-gas, magari la mattina dopo aver fatto colazione.

Il museo dell’acqua potabile di Pechino. Nel 2001 l’amministrazione pechinese ha dato ordine di aprire 150 musei entro il 2008. Un’impresa persino per i prolificissimi cinesi, che si sono ridotti ad aprire gallerie dedicate a qualsiasi cosa. Anche alla storia dei rubinetti in Cina. “E la cosa più incredibile – ha scritto la Price – è che l’acqua di Pechino non è affatto potabile”.

Winchester Mystery House, San Jose, California. Una reggia di 160 stanze senza neanche un mobile. Del resto, i fantasmi non ne hanno bisogno. Sarah Winchester, ereditiera dell’omonima casa produttrice di armi, l’ha fatta costruire perché convinta da un santone di essere perseguitata dai fantasmi. Dopo la morte di tutti i suoi familiari, un fantomatico veggente le disse che gli spiriti che abitavano la sua casa erano molto arrabbiati e che avevano provocato la morte di tutti i suoi cari. La prossima sarebbe stata lei. E l’unico modo per liberarsene era costruire per loro un’altra casa, più bella e più grande. L’ereditiera la fece costruire investendo buona parte del suo patrimonio e poi l’abitazione divenne una meta turistica. Secondo la price, assolutamente evitabile.

Il museo dell’anatomia umana a Torino. “La cosa inquietante – spiega l’autrice – non è tanto quella di trovarsi in mezzo a corridoi pieni di ossa e organi in barattoli di formaldeide. Ma che, in messo ai pezzi umani esposti, ci siano anche lo scheletro e il cervello del fondatore del museo”. Giustamente, Cesare Lombroso pensò bene di lasciar scritto che non voleva essere né seppellito né crenato, ma esposto in una bella teca di cristallo all’interno del suo museo preferito. Ma, forse, almeno questo è il parere dell’autrice, c’è un modo migliore per investire i soldi del biglietti di entrata.