Massimo Gramellini Terra Terra Matt Taylor e la maglietta sbagliata


matt-taylorTerra terra

Ma cos’avrà fatto di male Matt Taylor, l’uomo capace di portarci su una cometa, per ridursi in lacrime a chiedere scusa al mondo intero? Si è presentato in conferenza stampa con una maglietta che aveva delle pin-up disegnate sopra. Tanto è bastato perché una sua collega trasecolasse e i bacchettoni del quotidiano inglese Guardian le scodinzolassero dietro, accusando lo scienziato di misoginia. Mentre Matt, felice come un bambino, indicava la cometa, i chierichetti delle buone maniere gli guardavano il dito, anzi il braccio tatuato e la «mise», cafona ma inoffensiva.

La notizia mi ha scosso. E non solo per l’evidente divario tra l’impresa di Taylor e l’enfasi assegnata a un elemento marginale. A furia di stare attenti a non urtare la minima suscettibilità e di montare la guardia contro ogni presunta discriminazione ci siamo ridotti a custodi di un formalismo sterile, che non sa più distinguere gli oltraggi dai cazzeggi. Si vive in uno stato di indignazione permanente, smaniosi di rimanere offesi da tutto e di contrabbandare l’intolleranza per ipersensibilità. Quella camicia fa proprio schifo, Matt, ma sarei disposto a morire per difendere il tuo diritto di indossarla.

Da La Stampa del 18/11/2014. Massimo Gramellini via triskel182.wordpress.com

Liguria Non c’è rifugio. Non c’è posto dove nascondersi. Non la strada che sembra un fiume, non la tua casa che poggia sulla terra sempre più molle, inconsistente.


LA LIGURIA NON CE LA FA PIÙ “NON CI RESTA CHE SCAPPARE”
L’ACQUA SI SCATENA DA PONENTE E INVESTE LA REGIONE: SEMBRA NON FINIRE MAI.

Genova – Non c’è rifugio. Non c’è posto dove nascondersi. Non la strada che sembra un fiume, non la tua casa che poggia sulla terra sempre più molle, inconsistente. Senti un boato forte, che ti entra dentro, e non sai se è un tuono o la collina che ti crolla addosso. Puoi solo aspettare, tu, i tuoi figli. Puoi pensare, uno per uno, alle persone che conosci, che ami, chiederti dove sono adesso.   È successo ancora una volta. E non ti ci abitui mai. Mai. L’orizzonte che scompare come inghiottito dalle tenebre, le case in lontananza che svaniscono, poi anche quelle più vicine come cancellate.

Alla fine il cielo ti piomba addosso, la luce del sole si spegne e tu sei solo nella tua casa, chiuso nella stanza più in alto. Aggrappato al nulla.   CADE UN FULMINE, spacca l’aria e il respiro. Poi una tromba d’aria squassa gli alberi, addosso ti si riversano tonnellate d’acqua. Non capisci più dove ti trovi. Il Nord, il mare, dove sono? Il cerchio della paura si stringe: prima temi per l’auto, mentre vedi in lontananza le macchine trascinate come Lego. Poi pensi alla casa. Infine alla vita. Ancora un’alluvione. Ma stavolta la Liguria non ce la fa più. Non ce la fa più la terra intrisa d’acqua. E non ce la fanno più gli uomini, le città deserte come per un attacco aereo. Guardi le luci della casa di fronte, pensi che non sei solo. Telefoni a raffica ai genitori, agli amici, poche parole, essenziali, “Tutto bene?”, poi cerchi gli altri. Ancora e ancora.   Da Imperia a Savona, da Genova alla Spezia. Non si salva nessuno. È cominciato a Ponente. Poi via via in tutta la regione. Il panico che arrivava prima delle nubi, annunciato dalle immagini internet dei paesi colpiti prima del tuo. Certo, c’erano stati gli allarmi, ma qui ormai non c’è più allerta che tenga. “Non uscite di casa”, avverte il sindaco di Genova, Marco Doria. L’assessore alla Protezione Civile della Regione, Raffaella Paita, lancia appelli alla Protezione Civile. Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, promette l’intervento dell’esercito. Ma ci sono anche sindaci che chiedono l’impiego dei cassintegrati. Tentativi di evitare la tragedia che, però, rivelano ormai l’impotenza. Se qualcosa c’era da fare – smetterla col cemento, bonificare la terra malata, investire miliardi per ridisegnare i fiumi invece che in grandi opere – bisognava pensarci prima, anni fa.   La mano scura del ciclone prima passa su Imperia, poi attacca Albenga, Savona, Albisola. Il fiume si gonfia, si gonfia. La gente cerca rifugio, si muove come può: vedi ragazzi con la muta da sub, addirittura su un surf che galleggia per strada. Genova aspetta, è solo questione di tempo , lo sai. Tocca prima all’entroterra, a Busalla: acqua, dappertutto. Il metanodotto che si spezza. Esondano – che parola fredda, inadeguata per descrivere questa distruzione – il Cerusa e lo Stura. Il vortice frusta le alture, Borzoli e Mignanego. Piomba sulla Val Polcevera, sul Ponente di Genova. A Serra Riccò un uomo di 66 anni resta intrappolato nell’auto trascinata via: solo a sera l’hanno trovato cadavere.   Trecentocinquanta millimetri d’acqua cadono, corrono sul cemento, in pochi minuti fanno scoppiare il torrente, trascinano auto, camion. A Cornigliano sfiorano tre operai che si salvano per un soffio. In strada nessuno: solo le casacche gialle di polizia, protezione civile, vigili, a lavorare a due passi dall’acqua e dalla terra. E già siamo oltre, in Val Bisagno , ancora una volta: il Fereggiano sale, sale. Questione di centimetri e sarebbe il disastro. Dal Comune partono 109mila telefonate e 120mila sms di allarme. La gente è barricata nelle case, interi condomini si rifugiano ai piani alti: tutti insieme, famiglie riunite dalla paura, ad ascoltare tv e internet, a scambiarsi messaggi su Facebook per non sentirsi soli. Via, via, siamo già a Sturla, Quarto, Nervi. C’è un vento che ti strappa da terra, il mare picchia sulla costa, respinge indietro l’acqua dei torrenti, aumenta il disastro. Dappertutto cadono massi, si aprono frane (oltre cento), la terra non sta più insieme. “Dio mio, il raccolto!”, urla Gianni Marsano, contadino, e col suo trattore corre verso l’orto. Non ha senso, lo sa benissimo, ma infila le mani nella terra ridotta a poltiglia.   “NON SAI NEMMENO che cosa pregare… che vada via… ma dove, sulla testa di quei poveri cristi del Tigullio?”, respira veloce Teresa De Santis, 77 anni. Trema. Guarda Genova che si intravvede dalla sua finestra. Le strade vuote, le insegne assurde dei negozi che lampeggiano in una città deserta, le sirene che si rincorrono. È finita? Non illudetevi. Ecco un altro scroscio. Un boato, tremano i vetri: “Scappiamo?”, chiede Giovanni, 9 anni. Già, ma dove? Chiuse le autostrade, bloccati i treni che corrono nelle montagne disfatte, scappati gli aerei. Puoi solo restare con il viso appoggiato al vetro, come Giovanni e i fratelli: guardare, e aspettare.
Da Il Fatto Quotidiano del 16/11/2014. Ferruccio Sansa via triskel182.wordpress.com

Maltempo e allagamenti a Roma a novembre in Italia la passione per gli allagamenti


alberone schiantato roma Fiumicino. A seguito di alcuni allagamenti, i nidi comunali di Fiumicino L’Anatroccolo e il Girasole sono stati chiusi e i bambini trasferiti con il servizio di trasporto scolastico nei plessi L’Allegro Ranocchio e L’aquilone. E’ stato già effettuato il sopralluogo dei tecnici dei Lavori Pubblici dell’assessore alla Scuola Paolo Calicchio  che spiega: “Stiamo verificando tutte le altre strutture – ha spiegato l’assessore Calicchio – dove ci sono state infiltrazioni d’acqua stiamo provvedendo alla sistemazione dei locali”.

I Castelli. Sono circa 150 gli interventi effettuati dai vigili del fuoco da ieri sera a causa del maltempo. La zona più colpita dalle piogge notturne sarebbe quella dei Castelli romani con allagamenti in strada e in abitazioni.

Emergenza Ciociaria. Forti disagi lanche in diverse zone della Ciociaria. Numerosi gli interventi dei vigili del fuoco che sono stati impegnati senza sosta per allagamenti di strade, cantine, abitazioni e uffici pubblici. La situazione più complicata a Frosinone e a Ceccano, dove si è verificata una vera emergenza. Molti i danni.

La nottata. Solo nella notte sono stati almeno 200 gli operatori in campo, tra personale e volontari della Protezione Civile, tecnici del Servizio Giardini del Dipartimento Tutela Ambientale, del Dipartimento Lavori Pubblici e del personale della Polizia Locale di Roma Capitale. Cinquanta gli interventi per allagamenti, circa una quindicina quelli per messa in sicurezza alberi e rimozione ramaglie. La zona piè colpitaè stata quella di Corcolle, con diversi allagamenti stradali e alcuni in abitazioni, che però hanno interessato solo garage e piani seminterrati. Un grosso allagamento ha coinvolto le zone di Piazzale Ionio e Portuense, da Piazzale della Radio a Via Pacinotti, con interruzione della strada per diverse ore. Durante la notte è esondato il Fosse Lello Maddaleno,

zona Salaria-Settebagni, dove l’intervento è stato effettuato in coordinamento con il Cbtar e si è disostruito il canale grazie all’utilizzo di un ragno meccanico. Sotto controllo le zone di Piana del Sole, Infernetto e Ostia, Prima Porta.  La Protezione civile ricorda che per ogni richiesta di chiarimenti, informazioni o interventi è possibile contattare la Sala Operativa h/24 dell’Ufficio Protezione Civile al numero 06.67109200 o al numero verde 800.854854.

Michele Serra se l’argine è ben mantenuto regge alla piena, se no si squarcia e arriva l’alluvione. l’abbandono a se stesso del territorio italiano, se non per depredarlo o spiaccicarci sopra altro cemento, è gravemente patologico


michele serraL’AMACA del 07/11/2014
COSÌ come l’asfalto va riparato o rifatto, l’intonaco di quando in quando ripreso, il legno nutrito e trattato, l’argine ha bisogno di essere controllato e risistemato. La parola “manutenzione” dice tutto, è antica e modernissima al tempo stesso, nelle sue vaste competenze rientrano la vanga come il computer, il piccone come la telecamera. Riguarda ogni manufatto umano, dalla casa più umile al ponte più ardito niente può reggere a lungo senza la manutenzione, ovvero la cura dell’uomo sull’ambiente nel quale vive, sia esso naturale o artificiale. Bisognerebbe domandarsi, ma davvero, sulla base di quale patologia culturale, politica, economica si è via via perduta una così elementare cognizione, che appartiene agli individui così come alla collettività: se l’argine è ben mantenuto regge alla piena, se no si squarcia e arriva l’alluvione.

Se il terrazzamento viene rappezzato, i campi sono ben drenati, i passaggi delle acque sono mantenuti pervi, la montagna non frana, o frana assai meno. Non servono direttive europee, algoritmi economici, raffinatezze tattiche o strategiche, per capirlo: lo capisce anche un bambino. Ripeto, dunque, che l’abbandono a se stesso del territorio italiano, se non per depredarlo o spiaccicarci sopra altro cemento, è gravemente patologico. Siamo malati, ci serve una diagnosi, la cura sarà di conseguenza.

Da La Repubblica del 07/11/2014 michele serra via triskel182.wordpress.com

Grave siccità a San Paolo del Brasile


san poalo del brasileMai una situazione così grave negli ultimi ottant’anni: se non ricomincia a piovere saranno guai grossi
Siccità: a San Paolo manca l’acqua per lavare i piatti

Il serbatoio che rifornisce la metropoli brasiliana è stato prosciugato del 96 per cento. Lo spettro della siccità attanaglia gli abitanti

Siccità a San Paolo non c’è acqua per lavare i piatti.– La più grande metropoli dell’America Latina deve fare i conti con la siccità e potrebbe restare senz’acqua fra un mese. Per una parte dei 20 milioni di residenti a San Paolo, il nodo finanziario del Brasile, i rubinetti si stanno letteralmente seccando. Dilma Pena, direttore della Sabesp, municipalizzata che gestisce l’acqua, ha detto al Consiglio comunale che le riserve disponibili finiranno a metà novembre, a meno che non arrivi il via libera ad attingere le ultime riserve idriche del serbatoio Cantareira. Il complesso di quattro laghi che rifornisce la città di San Paolo è stato prosciugato del 96 per cento della sua capacità totale. Si tratta della siccità più grave che affligge il Brasile da ottant’anni a questa parte. Finora i legislatori hanno vietato alla Sabesp di attingere alle ultime gocce di oro blu, preoccupati di una gestione troppo allegra. Gli abitanti sono in subbuglio, e le attività commerciali di ristorazione stanno correndo ai ripari: i bar vicino al Museu de Arte de Sao Paulo Assis Chateubriand affermano di servire i drink in bicchieri di plastica, perché non possono lavare i piatti. L’Ibirapuera Park, 1.5 milioni di metri quadrati, è rimasto senz’acqua nelle fontane, in giornate con 32 gradi.

«Siamo completamente abbandonati – spiega Karina Martines, titolare di un ristorante vegetariano vicino all’avenida Paulista – Abbiamo perso le speranze perché la Sabesp non ci dà né informazioni né previsioni». Il locale ha dovuto chiudere per due ore durante i giorni passati perché l’acqua non sarebbe bastata, e Martines ha chiesto aiuto ai ristoranti vicini per farsi prestare un lavandino in cui lavare i piatti.
Secondo la Sabesp si tratta di problemi tecnici e, come se non bastasse c’è stata anche la rottura di un tubo nel quartiere.

L’unica speranza, adesso, è la pioggia. Dopo aver toccato picchi di 36 gradi, verso la fine del mese secondo le previsioni di Climatempo promettono il ritorno delle precipitazioni, che da novembre a febbraio torneranno nella media storica. Ma per ristabilire l’equilibrio del serbatoio Cantareira ne servirebbe il doppio.

da rinnovabili.it

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