Venezia incidente collisione tra chiatta e vaporetto


Venezia collisione chiatta vaporetto 08Vaporetto in avaria centra una chiatta Bricola sfonda la cabina: 7 feriti

VENEZIA – E’ di una donna ferita, portata al pronto soccorso con costole incrinate e un gomito lussato, e altri 6 contusi il bilancio dell’incidente capitato verso le 16.30 alla fermata Actv della Palanca, alla Giudecca.
L’incidente alla Giudecca

Un guasto nell’invertitore di marcia di un motoscafo della linea 4.1 è stato all’origine dell’incidente. Il pilota del motoscafo non è più riuscito a fare manovra ed è andato a sbattere in retromarcia contro una chiatta che stava piantando bricole in prossimità dell’approdo. Una delle bricole caricate sulla chiatta, quella più in alto, è scivolata in avanti ed è andata a conficcarsi a poppa del motoscafo, trapassando da parte a parte la cabina con i passeggeri. La fermata della Palanca è sospesa per consentire i soccorsi. Sul posto Suem e vigili del fuoco.

Entrambi i mezzi sono stati posti sotto sequestro ed è stato aperto un fascicolo d’inchiesta per fare piena luce sull’accaduto. Nel frattempo, un’altra delle persone rimaste coinvolte è stata condotta per controlli all’ospedale.

Actv spa, società del trasporto pubblico locale di Venezia, in una nota in merito all’incidente avvenuto alla fermata Palanca, alla Giudecca, che ha coinvolto un vaporetto, «esprime innanzitutto il proprio sgomento e dispiacere per l’accaduto e vicinanza alle persone rimaste ferite». «Actv – è detto ancora – ha inviato immediatamente sul luogo i propri responsabili e funzionari per le prime rilevazioni. La dinamica dell’incidente è ancora al vaglio e non è possibile al momento stabilire con certezza cause e responsabilità, tutte le ipotesi saranno considerate e attentamente analizzate. L’imbarcazione e il pontone che stava eseguendo i lavori sono attualmente posti sotto sequestro e a disposizione delle autorità competenti per ogni accertamento».

da gazzettino.com

Tempesta sull’Himalaya almeno 31 morti


himalaya_valanga_travolge_alpinistiNepal, tempesta di neve sull’Himalaya: 31 morti, tratti in salvo 150 alpinisti
Le abbondanti precipitazioni, durate due giorni, e le valanghe hanno bloccato i sentieri e costretto i turisti a cercare riparo in rifugi di fortuna

KATHMANDU –  In Nepal più di 150 persone, fra cui 76 alpinisti stranieri, sono stati tratti in salvo sull’Himalaya dai servizi di soccorso nepalesi, a due giorni dalla tempesta di neve di martedì che ha causato 31 morti, anche se il numero potrebbe essere destinato a salire. Ventitré corpi sono stati trovati sulla rotta per il celebre monte Anapurna mentre altri cinque scalatori che alloggiavano nel campo base investito da una valanga sono ancora dispers.

A tracciare una prima stima delle situazione era stato il direttore del Soccorso alpino valdostano Adriano Favre, bloccato con altri tre amici nel campo base dell’Annapurna, a cinquemila metri di quota, insieme ad altri gruppi di trekker: “Sono notizie frammentarie che abbiamo anche noi qui e che ricevo sul satellitare dalla nostra agenzia di Kathmandu. Parlano di molte decine di morti e di dispersi. Qua parlano di una cinquantina di vittime, poi bisogna vedere cosa succede in definitiva”, aveva detto. Una tempesta che nessuno si apettava: “Non era prevista – aveva proseguito Favre -. L’altra mattina abbiamo visto il cambiamento del tempo e abbiamo detto ‘nevicherà’, ma sicuramente non ci aspettavamo una tempesta di neve di 30 ore, con tutta questa neve al suolo. Nessuno ci ha avvisati, nessuno se lo aspettava credo qui a Kathmandu”. Con Favre ci sono il figlio Yannick, un amico alpinista romano, Massimo Merlini, e la gestrice del rifugio Ferraro, in val d’Ayas (Aosta), Fausta Bo. La meta della spedizione alpinistica era il Tukuche Peak (6.920 metri), tra il Dhaulagiri e l’Annapurna. I quattro, con altre persone dello staff nepalese, sono stati sorpresi dalla bufera dopo aver allestito il primo campo base.

Ricerche continue. Le operazioni di ricerca sono in corso nel distretto del Mustang, nel massiccio dell’Annapurna, che è una popolare meta per il trekking di alta quota. Una spessa coltre di neve e probabilmente anche delle valanghe avrebbero bloccato i sentieri e costretto i turisti a cercare riparo in rifugi di fortuna.

Tra le vittime straniere ci sono quattro canadesi, tre israeliani, tre polacchi, un indiano e un vietnamita. Non è chiaro quanti italiani siano intrappolati nella regione.

La testimonianza. “Ero sicura che sarei morta, non si vedeva niente e avevo perso tutte le persone che erano con me”, ha dichiarato Linor Kajan, escursionista sopravvissuta alla tempesta. “Ho trovato una guida nepalese che mi ha letteralmente trascinata fino al primo tea shop. Tutti abbiamo pensato che qualcuno sarebbe morto. Sapevamo che era pericoloso qualunque cosa facessimo: potevamo proseguire o stare fermi, era pericoloso comunque”, ha spiegato ancora l’escursionista.

Colpa del ciclone Hudhud. La tempesta è stata scatenata dal ciclone Hudhud nella vicina India. Particolarmente colpito dalle precipitazioni nevose è il passo di Thorang La, a 5mila metri di altezza, una meta popolare per gli alpinisti fra i distretti di Manang e Mustang. Secondo il capo distretto di Manang, Devendra Lamichanne, è difficile quantificare con esattezza i dispersi, ma si tratta di diverse decine di persone. La tempesta è insolita per la stagione. In generale a settembre e ottobre le condizioni meteo sono buone e sono numerosi i trekker sulle montagne del Nepal.

Ancora morti. Le nuove vittime si aggiungono a un’annata segnata dal gravissimo incidente di aprile, quando morirono 16 sherpa nepalesi nel più grave incidente registrato sul monte Everest.

da repubblica.it

Sergio Rizzo Cinque anni e zero fondi: il salvavita di Genova appeso a un bando folle


vandali stella rizzoCinque anni e zero fondi: il salvavita di Genova appeso a un bando folle
Per costruire lo scolmatore che avrebbe evitato la tragedia del 10 ottobre sono state indette ben due gare. Ma l’opera, urgente, non arriverà comunque prima di 1.846 giorni. E sui contributi pende un ricorso del Comune di Salerno

Segni del destino. Mentre venerdì scorso il Bisagno seminava fango e distruzione a Genova, scadeva il termine per la partecipazione alla nuova gara d’appalto bandita dal Comune per la «galleria scolmatrice». Ossia, il canale capace di assorbire l’acqua in eccesso che si scarica nel torrente in caso di alluvioni. L’opera chiave mai eseguita per mettere in sicurezza quel pezzo di città evitando disastri come quello del 10 ottobre.
Ma la lettura di quel secondo bando di gara dice tanto a proposito del peccato originale del sistema degli appalti made in Italy. A cominciare dai tempi. Tre anni ci sono voluti soltanto per arrivare a scrivere il bando di gara. Per quanto riguarda l’opera, si parte con una previsione di durata dei lavori di 1.846 giorni. Cinque anni e un mese per realizzare un tratto di galleria che dovrebbe costare 40 milioni. Per il progetto esecutivo invece sono concessi appena 60 giorni. Il che significa una corsa a perdifiato per definire nei minimi particolari una struttura complessa, che richiede competenze specialistiche non marginali. Se poi qualcosa in un progetto chiuso con tanta fretta non funziona, niente paura. Ci sono sempre le modifiche, le migliorie, le varianti. E in ogni caso c’è sempre il Tar, e poi il Consiglio di Stato, e via così. Un effetto collaterale scontato anche quando nella gara va tutto liscio.
Così si finisce spesso per dare la colpa alle lungaggini della giustizia amministrativa. Che ne ha molte, e sono indiscutibili. Ma i ricorsi, come in questa vicenda che ha ben descritto ieri sul Corriere Marco Imarisio, si fanno (e nel 90% dei casi si vincono) perché i bandi sono confezionati male e di conseguenza i progetti non stanno sempre in piedi come dovrebbero.
La ragione di tutto questo? Sciatteria, certo. Impreparazione degli uffici tecnici degli enti locali, di sicuro. E in qualche caso forse anche di peggio. Ma la questione di fondo è che in Italia ci sono troppe stazioni appaltanti: con capacità, ovvio, sovente assai discutibili. I soggetti pubblici che possono bandire una gara sono 32 mila. Ovvero, uno ogni 1.875 abitanti. Renzi ha promesso ora che la musica cambierà: il numero sarà drasticamente ridotto. Peccato che il giro di vite sia stato già rinviato al primo luglio del prossimo anno, e il partito degli enti locali stia già lavorando perché anche questa scadenza salti.
Il tutto in un dedalo infernale di norme nelle quali districarsi è un’impresa. Il presidente dell’ordine degli architetti di Genova, Natale Raineri, allarga le braccia: «Ci siamo impantanati. Siamo passati dalla Merloni, che con tutti i suoi difetti funzionava, al codice De Lise degli appalti pubblici. Abbiamo una complessità di disposizioni semplicemente pazzesca». Il codice De Lise prende il nome dal suo autore principale: l’ex presidente del Tar del Lazio e del Consiglio di Stato, Pasquale De Lise. Più volte modificato nel corso degli anni, ha 257 articoli. Il regolamento a valle, invece, è composto di circa 600 norme. Un brodo di coltura perfetto anche per illegalità e corruzione, come purtroppo dicono le cronache di qualunque opera pubblica: che in Italia costa più di atti giudiziari che di cemento.
Nel caso della nuova gara per la «galleria scolmatrice» del Bisagno c’è poi un ulteriore dettaglio surreale che riguarda i soldi. La voce «Altre informazioni » in fondo al bando precisa che il decreto ministeriale con cui lo Stato ha stanziato 25 dei 40 milioni necessari per fare l’opera «è stato impugnato al Tar del Lazio con ricorso proposto dal Comune di Salerno». La faccenda riguarda la ripartizione di finanziamenti per un totale di 224 milioni distribuiti dal governo di Mario Monti a varie città italiane, operazione dalla quale era stato escluso il capoluogo campano: il cui sindaco Vincenzo De Luca, ironia della sorte, sarebbe diventato viceministro delle infrastrutture nel successivo governo di Enrico Letta.
«Pertanto», prosegue il bando, «qualora in esito a tali giudizi il suddetto finanziamento non risultasse più disponibile, si procederà a ritirare il presente bando, ovvero revocare l’affidamento o ancora risolvere il contratto senza che i concorrenti, o l’affidatario, abbiano nulla a che pretendere ». Traduzione: se il Tar dà ragione a Salerno, allora abbiamo scherzato. E dopo il Tar c’è sempre il Consiglio di Stato e poi magari di nuovo il Tar e chissà, forse anche la Corte costituzionale. Ma si può scrivere un bando così? I soldi ci sono, ma forse no… E non è tutto qui. Perché a questo contenzioso amministrativo potrebbero in futuro sommarsi anche nuovi ricorsi per la nuova gara. Generando un micidiale cortocircuito giudiziario.
In un Paese normale, penserete, di fronte a un’opera così urgente, quando c’è di mezzo l’incolumità pubblica, un’amministrazione se ne potrebbe anche infischiare dei giudizi del Tar. Poi si tratterà magari di risarcire il ricorrente che ha vinto, come succede in altri Paesi. Soluzione perfetta, se non fosse per il seguente particolare. In base alle norme vigenti un amministratore responsabile di una simile scelta, nel caso in cui la giustizia decida a favore di chi ha presentato il ricorso, rischia di essere chiamato dalla Corte dei conti a rispondere di danno erariale, con il proprio patrimonio

Sergio RIzzo da corriere.it

Un medico Sudanese il primo morto europeo di Ebola


germania ebola morto medico sudaneseEbola, c’è il primo morto in Germania È un funzionario sudanese dell’Onu
L’annuncio dell’ospedale di Lipsia. Il medico di 56 anni proveniva dalla Liberia. Era arrivato giovedì in Germania. L’0ms: 4.447 morti, 9.000 casi entro la settimana

È deceduto nell’ospedale di Lipsia in Germania il dipendente Onu 56enne proveniente dalla Liberia che era stato ricoverato giovedì dopo aver contratto il virus di Ebola.La vittima, Mohammed A. era un medico sudanese che lavorava per l’Onu in Liberia, il Paese dell’Africa Occidentale più colpito da virus. A dare la notizia del decesso lo stesso ospedale di Lipsia, il St George, dove era ricoverato. L’uomo era arrivato in Germania giovedì a bordo di un aereo attrezzato. Il primo decesso per Ebola in Germania arriva nel giorno in cui l’Organizzazione mondiale della Sanità diffonde il nuovo terribile bollettino: i morti sono saliti a 4.447 mentre il totale dei casi è salito a 8.914 e raggiungerà i 9mila entro la settimana. Non solo, l’Oms lancia un nuovo allarme: entro dicembre di quest’anno i casi di Ebola potrebbero salire fino a 10 mila a settimana in Guinea, Sierra Leone e Liberia se non verrà intensificata la risposta all’epidemia. Per invertire il corso dell’epidemia, l’Oms punta ad avere il 70% dei casi isolati entro dicembre.
shadow carouselEbola, dipendente Onu morto in Germania

Era il terzo malato di Ebola in Germania

Da martedì sono intanto partiti all’aeroporto londinese di Heathrow controlli più serrati sui passeggeri che arrivano dai Paesi dell’Africa occidentale colpiti dall’epidemia di ebola. Lo ha annunciato alla Camera dei Comuni il segretario della Sanità britannica Jeremy Hunt spiegando che il virus potrebbe raggiungere il Regno Unito. «È probabile che l’ebola arrivi nel Regno Unito e una decina di casi potrebbero essere confermati nei prossimi tre mesi», ha spiegato Hunt. Le nuove misure aeroportuali, che prevedono anche il controllo della temperatura e un questionario, cominceranno da Heatrow ma entro la fine della settimana si amplieranno all’aeroporto di Gatwick e alle stazioni ferroviarie dell’Eurostar che collega Londra con Parigi e Bruxelles, scali internazionali per i voli dall’Africa. In questo modo, dovrebbe essere controllato l’89% delle persone che viaggiano nel Regno Unito da Liberia, Guinea e Sierra Leone.
Le condizioni delle infermiere
Gravi e stazionarie sono le condizioni di Nina Pham, 26 anni l’infermiera americana rimasta contagiata dal virus dell’Ebola dopo essersi presa cura del paziente liberiano Eric Duncan poi morto. Ha ricevuto una trasfusione di sangue da Kent Brantly, il primo americano ad essere contagiato e sopravvissuto. Il medico, guarito grazie ad una cura sperimentale, ha donato il sangue a tre pazienti, inclusa l’infermiera. La giovane è in cura nel Texas Health Presbyterian Hospital di Dallas ed è entrata in contatto con Duncan insieme ad almeno altre 70 persone. Anche per l’infermiera contagiata a Madrid, Teresa Romero, le condizioni continuano ad essere «stazionarie nella gravità», secondo l’ultimo bollettino medico, anche se le possibilità di guarigione aumentano a partire da martedì, quando si compiono 15 giorni da quando la paziente ha cominciato ad avvertire i primi sintomi della malattia. Lo ha detto oggi ai media Fernando de la Calle, dell’unità di Medicina Tropicale dell’ospedale Carlo III di Madrid, dove è ricoverata l’infermiera. Ha poi confermato che in questo momento in Spagna l’infermiera è l’unica persona che può trasmettere il virus. Le altre 15 persone ricoverate sotto osservazione sono «asintomatiche», come comunica il comitato speciale diffuso venerdì dal governo per fronteggiare la crisi. Un altro centinaio di persone restano sotto vigilanza per contatti indiretti con la donna contagiata.

di Cristina Marrone da corriere.it

Ebola Guarire si può, se la diagnosi è entro le 48 ore i tempi di incubazione variano da due giorni a 21 giorni


Ebola John Moore getty images foto liberia 23Guarire si può, se la diagnosi è entro le 48 ore
Quattro mila vittime e poco più di otto mila casi di persone infettate. Un bilancio di uno su due. L’epidemia di Ebola più drammatica della storia. Una psicosi da contagio che si estende a tutte le latitudini del mondo. Perché quello che fa più paura è la mancanza di una terapia specifica per uscirne vivi. Al momento, i farmaci e i vaccini studiati apposta per curare il virus sono stati sperimentati solo sugli animali e devono ancora superare i test sull’uomo. “Interveniamo con terapie di supporto: reidratazione del corpo, somministrazione di antidolorifici e antibiotici se ci sono altre infezioni”, spiega Antonino Di Caro, direttore del laboratorio di microbiologia dell’ospedale Spallanzani, centro di riferimento nazionale per l’Ebola, e team leader di due recenti spedizioni, una in Guinea, l’altra in Liberia, due degli stati africani più martoriati dalla malattia assieme alla Sierra Leone. “Sopravvive chi ha un sistema immunitario in grado di produrre gli anticorpi contro il virus”. Di Caro ha lavorato sul campo nelle strutture di Medici senza frontiere.

“I CASI SOSPETTI vengono isolati nelle tende. Prima della diagnosi li teniamo a distanza tra di loro con dei separé. Ma poi non ci sono gli strumenti per monitorare le fasi successive della malattia”. Il periodo di incubazione è fulmineo, dai due giorni ai 21. “I farmaci testati sugli animali funzionano se presi entro 48 ore dalla manifestazione dei sintomi”. Ne esistono almeno due ad azione diretta sul virus che potrebbero presto entrare nella fase clinica dei test. Il dottore americano Kent Brantly e la sua infermiera, che hanno contratto l’ebola in Liberia, sono stati curati con lo Zmapp, un siero sperimentale ricavato dalle foglie di tabacco ogm. Le dosi però sono terminate. “Il punto è che non si sa se siano guariti davvero grazie al siero o per le condizioni fisiche non troppo compromesse” sottolinea il medico dello Spallanzani. Un siero anti-ebola, forse, avremmo già potuto averlo in commercio, ma quando nel 2007 il team di Antonio Lanzavecchia, direttore dell’Istituto di Biomedicine di Bellinzona, stava lavorando alla terapia nessuna industria farmaceutica era interessata: pochi pazienti, niente affari. E il progetto senza i finanziamenti sufficienti si è arenato. Solo negli ultimi mesi, con l’emergenza, sono partiti i test sugli animali negli Stati Uniti. “Si tratta di anticorpi prodotti in laboratorio iniettati nel paziente che a differenza del vaccino, attivo solo dopo alcune settimane, forniscono una protezione immediata. – spiega Lanzavecchia -. Siamo in attesa dei risultati, per ora non abbiamo niente da vendere e nessuna azienda si è fatta avanti”.   SUL FRONTE dei vaccini, la società italiana di Biotech Okairos in collaborazione con il National Institute of Health (Usa), ne ha prodotto uno nei laboratori di Pomezia, recentemente approvato dalla Fda (l’agenzia americana per la regolamentazione dei farmaci) per trials clinici nell’uomo, iniziati oggi negli Stati Uniti e in UK. “Non so quando sarà pronto il vaccino. – dichiara Riccardo Cortese, il fondatore della società, che ha sede a Basilea ed è finanziata da capitali svizzeri, olandesi, tedeschi e americani -. I diritti di tutti i nostri vaccini – aggiunge -, compreso questo, li ha comprati la GlaxoSmithKline nel 2013”.   Un’indagine uscita su Lancet un anno fa, dimostra che su 336 farmaci autorizzati tra il 2000 e il 2011, solo 4 (tre per la malaria e uno per la diarrea tropicale), cioè l’uno per cento, erano destinati alla cura delle malattie dei poveri.

Da Il Fatto Quotidiano del 13/10/2014. chiara Daina via triskel182.wordpress.com

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