Alluvione di Genova in corteo Ora basta con i cantanti Francesco Baccini e Cristiano De André


De Andre Baccini corteo alluvione di genovaAltra giornata di protesta a Genova. Un corteo del comitato #Orabasta, partito da piazza De Ferrari al grido “Burlando e Doria a casa”, è arrivato fino a Tursi dietro lo striscione “dimissioni”.

I manifestanti, che alle 14 hanno chiesto e ottenuto un incontro con il sindaco Marco Doria, sono scesi in strada alle 13 per protestare contro i mancati interventi di prevenzione che avrebbero potuto scongiurare i danni causati dall’alluvione che ha colpito Genova soprattutto nella notte fra il 9 e il 10 ottobre scorsi . La manifestazione si è conclusa poco prima delle 17.

Tra i partecipanti anche i cantanti Francesco Baccini e Cristiano De André , che hanno annunciato che organizzeranno un «grande concerto per Genova». «Durante questa alluvione ho perso tutto, come nel 2011 – ripete con rabbia una manifestante, Donatella Zaccaria, titolare di un’oreficeria in via Canevari. – ho subito quattro alluvioni ma mi sono sempre rialzata. E dei danni di tre anni fa non ho ancora visto un centesimo. Ora i soldi ce li devono dare».

Ore 16.45: la manifestazione si è conclusa

Ore 16.10: un consigliere comunale Mario Baroni (Gruppo Misto) è stato spintonato e insultato da un gruppo di manifestanti a margine della protesta. L’aggressione, con sputi e urla, è avvenuta nei vicoli davanti a Palazzo Tursi prima che iniziasse la seduta del consiglio comunale dove era diretto

Ore 16: «Non abbiamo ottenuto tutto quello che volevamo – ha detto Antonio Savà, uno dei portavoce della delegazione, usciti da Tursi – Hanno però promesso che le imposte per i commercianti alluvionati saranno sospese. Non saranno pagate tasse comunali e il Comune interverrà sulle banche per ottenere mutui a tassi agevolati e finanziamenti per le attività commerciali». Risposte che comunque non bastano ai manifestanti, nonostante l’appuntamento già fissato tra una settimana in Comune per rendere conto della situazione degli aiuti agli alluvionati.

Ore 15.17: lancio di bottigliette e di monetine contro Palazzo Tursi; uno dei manifestanti è riuscito ad arrampicarsi per raggiungere il palazzo, dove pochi istanti prima si era affacciato un dipendente del Comune, subissato dai fischi dei dimostranti.

Ore 15: ancora in corso l’incontro fra una delegazione di manifestanti, tra cui Baccini e De André, e il sindaco Doria. Chiedono risposte chiare e le dimissioni di Doria e del governatore Claudio Burlando

Ore 14.30: «Abbiamo consegnato il nostro documento con le richieste per far partire i lavori degli scolmatori del Fereggiano e del Bisagno – spiega Enrico Moizo, tra i fondatori del gruppo #orabasta – ci hanno accolto il sindaco Doria e il vice Bernini e a loro abbiamo portato la nostra richiesta di dimissioni che deve coinvolgere tutti, anche i dirigenti di Arpal. Servono subito fondi certi, rimborsi sicuri entro natale per tutti i commercianti colpiti».

Ore 14: un gruppo di manifestanti è salito a Tursi per portare la richiesta di dimissioni al sindaco Doria.

Ore 13.45: «Chiediamo le dimissioni del sindaco per manifesta incapacità del governo», «Genova è nostra e non si tocca», scandiscono i manifestanti arrivati sotto palazzo Tursi, presidiato dalla polizia.

Ore 13.30: il corteo è partito da piazza De Ferrari verso Tursi. Baccini e De Andrè in testa dietro lo striscione #Orabasta tra le bandiere di Genova. «Per tre volte in quattro anni la stessa cosa. Non è mai colpa di nessuno. Devono mettere a posto il Bisagno bisogna muoversi – attacca Baccini mentre il corteo attraversa via XXV Aprile al grido di “Vergogna” – ci sono delle responsabilità e qui ogni volta che piove si rischia la vita. Ora davvero basta».

Ore 13.15: la piazza ha salutato con un applauso la richiesta di una targa Antonio Campanella, l’ex infermiere morto durante l’alluvione dello scorso 9 ottobre.

Slogan e striscioni

La parola d’ordine – dimissioni – è rivolta a tutti i vertici politici della città, responsabili di non aver avvertito e allertato per tempo i cittadini. Una manifestazione apolitica, almeno nelle intenzioni, tra le bandiere tricolori, le maglie “zena” e quelle “non c’è fango che tenga”.

Tanti ragazzi e cittadini comuni nei giorni scorsi al lavoro nel fango per spalare per aiutare i commercianti, centinaia di persone pronte per scendere in corteo per le vie del centro fino a Palazzo Tursi, per chiedere di essere ricevuti e ribadire rabbia e delusione anche ai politici in consiglio comunale.

I cantanti: «faremo un grosso concerto per Genova»

«C’è bisogno della parola, dell’indignazione verso chi non ha fatto nulla – ha scandito De André – i soldi c’erano, dovevano essere dati. Il Tar non c’entra nulla. Noi siamo qui e c’è anche Francesco Baccini. Ora basta. La musica deve cambiare, a nome dei ragazzi che hanno spalato fango». «Cercheremo di organizzare un grande concerto per Genova, per aiutare le persone colpite» ripete ancora De André abbracciato a Baccini con la maglia “non c’è fango che tenga”.

da ilsecoloxix.it

Venezia incidente collisione tra chiatta e vaporetto


Venezia collisione chiatta vaporetto 08Vaporetto in avaria centra una chiatta Bricola sfonda la cabina: 7 feriti

VENEZIA – E’ di una donna ferita, portata al pronto soccorso con costole incrinate e un gomito lussato, e altri 6 contusi il bilancio dell’incidente capitato verso le 16.30 alla fermata Actv della Palanca, alla Giudecca.
L’incidente alla Giudecca

Un guasto nell’invertitore di marcia di un motoscafo della linea 4.1 è stato all’origine dell’incidente. Il pilota del motoscafo non è più riuscito a fare manovra ed è andato a sbattere in retromarcia contro una chiatta che stava piantando bricole in prossimità dell’approdo. Una delle bricole caricate sulla chiatta, quella più in alto, è scivolata in avanti ed è andata a conficcarsi a poppa del motoscafo, trapassando da parte a parte la cabina con i passeggeri. La fermata della Palanca è sospesa per consentire i soccorsi. Sul posto Suem e vigili del fuoco.

Entrambi i mezzi sono stati posti sotto sequestro ed è stato aperto un fascicolo d’inchiesta per fare piena luce sull’accaduto. Nel frattempo, un’altra delle persone rimaste coinvolte è stata condotta per controlli all’ospedale.

Actv spa, società del trasporto pubblico locale di Venezia, in una nota in merito all’incidente avvenuto alla fermata Palanca, alla Giudecca, che ha coinvolto un vaporetto, «esprime innanzitutto il proprio sgomento e dispiacere per l’accaduto e vicinanza alle persone rimaste ferite». «Actv – è detto ancora – ha inviato immediatamente sul luogo i propri responsabili e funzionari per le prime rilevazioni. La dinamica dell’incidente è ancora al vaglio e non è possibile al momento stabilire con certezza cause e responsabilità, tutte le ipotesi saranno considerate e attentamente analizzate. L’imbarcazione e il pontone che stava eseguendo i lavori sono attualmente posti sotto sequestro e a disposizione delle autorità competenti per ogni accertamento».

da gazzettino.com

Tempesta sull’Himalaya almeno 31 morti


himalaya_valanga_travolge_alpinistiNepal, tempesta di neve sull’Himalaya: 31 morti, tratti in salvo 150 alpinisti
Le abbondanti precipitazioni, durate due giorni, e le valanghe hanno bloccato i sentieri e costretto i turisti a cercare riparo in rifugi di fortuna

KATHMANDU –  In Nepal più di 150 persone, fra cui 76 alpinisti stranieri, sono stati tratti in salvo sull’Himalaya dai servizi di soccorso nepalesi, a due giorni dalla tempesta di neve di martedì che ha causato 31 morti, anche se il numero potrebbe essere destinato a salire. Ventitré corpi sono stati trovati sulla rotta per il celebre monte Anapurna mentre altri cinque scalatori che alloggiavano nel campo base investito da una valanga sono ancora dispers.

A tracciare una prima stima delle situazione era stato il direttore del Soccorso alpino valdostano Adriano Favre, bloccato con altri tre amici nel campo base dell’Annapurna, a cinquemila metri di quota, insieme ad altri gruppi di trekker: “Sono notizie frammentarie che abbiamo anche noi qui e che ricevo sul satellitare dalla nostra agenzia di Kathmandu. Parlano di molte decine di morti e di dispersi. Qua parlano di una cinquantina di vittime, poi bisogna vedere cosa succede in definitiva”, aveva detto. Una tempesta che nessuno si apettava: “Non era prevista – aveva proseguito Favre -. L’altra mattina abbiamo visto il cambiamento del tempo e abbiamo detto ‘nevicherà’, ma sicuramente non ci aspettavamo una tempesta di neve di 30 ore, con tutta questa neve al suolo. Nessuno ci ha avvisati, nessuno se lo aspettava credo qui a Kathmandu”. Con Favre ci sono il figlio Yannick, un amico alpinista romano, Massimo Merlini, e la gestrice del rifugio Ferraro, in val d’Ayas (Aosta), Fausta Bo. La meta della spedizione alpinistica era il Tukuche Peak (6.920 metri), tra il Dhaulagiri e l’Annapurna. I quattro, con altre persone dello staff nepalese, sono stati sorpresi dalla bufera dopo aver allestito il primo campo base.

Ricerche continue. Le operazioni di ricerca sono in corso nel distretto del Mustang, nel massiccio dell’Annapurna, che è una popolare meta per il trekking di alta quota. Una spessa coltre di neve e probabilmente anche delle valanghe avrebbero bloccato i sentieri e costretto i turisti a cercare riparo in rifugi di fortuna.

Tra le vittime straniere ci sono quattro canadesi, tre israeliani, tre polacchi, un indiano e un vietnamita. Non è chiaro quanti italiani siano intrappolati nella regione.

La testimonianza. “Ero sicura che sarei morta, non si vedeva niente e avevo perso tutte le persone che erano con me”, ha dichiarato Linor Kajan, escursionista sopravvissuta alla tempesta. “Ho trovato una guida nepalese che mi ha letteralmente trascinata fino al primo tea shop. Tutti abbiamo pensato che qualcuno sarebbe morto. Sapevamo che era pericoloso qualunque cosa facessimo: potevamo proseguire o stare fermi, era pericoloso comunque”, ha spiegato ancora l’escursionista.

Colpa del ciclone Hudhud. La tempesta è stata scatenata dal ciclone Hudhud nella vicina India. Particolarmente colpito dalle precipitazioni nevose è il passo di Thorang La, a 5mila metri di altezza, una meta popolare per gli alpinisti fra i distretti di Manang e Mustang. Secondo il capo distretto di Manang, Devendra Lamichanne, è difficile quantificare con esattezza i dispersi, ma si tratta di diverse decine di persone. La tempesta è insolita per la stagione. In generale a settembre e ottobre le condizioni meteo sono buone e sono numerosi i trekker sulle montagne del Nepal.

Ancora morti. Le nuove vittime si aggiungono a un’annata segnata dal gravissimo incidente di aprile, quando morirono 16 sherpa nepalesi nel più grave incidente registrato sul monte Everest.

da repubblica.it

Sergio Rizzo Cinque anni e zero fondi: il salvavita di Genova appeso a un bando folle


vandali stella rizzoCinque anni e zero fondi: il salvavita di Genova appeso a un bando folle
Per costruire lo scolmatore che avrebbe evitato la tragedia del 10 ottobre sono state indette ben due gare. Ma l’opera, urgente, non arriverà comunque prima di 1.846 giorni. E sui contributi pende un ricorso del Comune di Salerno

Segni del destino. Mentre venerdì scorso il Bisagno seminava fango e distruzione a Genova, scadeva il termine per la partecipazione alla nuova gara d’appalto bandita dal Comune per la «galleria scolmatrice». Ossia, il canale capace di assorbire l’acqua in eccesso che si scarica nel torrente in caso di alluvioni. L’opera chiave mai eseguita per mettere in sicurezza quel pezzo di città evitando disastri come quello del 10 ottobre.
Ma la lettura di quel secondo bando di gara dice tanto a proposito del peccato originale del sistema degli appalti made in Italy. A cominciare dai tempi. Tre anni ci sono voluti soltanto per arrivare a scrivere il bando di gara. Per quanto riguarda l’opera, si parte con una previsione di durata dei lavori di 1.846 giorni. Cinque anni e un mese per realizzare un tratto di galleria che dovrebbe costare 40 milioni. Per il progetto esecutivo invece sono concessi appena 60 giorni. Il che significa una corsa a perdifiato per definire nei minimi particolari una struttura complessa, che richiede competenze specialistiche non marginali. Se poi qualcosa in un progetto chiuso con tanta fretta non funziona, niente paura. Ci sono sempre le modifiche, le migliorie, le varianti. E in ogni caso c’è sempre il Tar, e poi il Consiglio di Stato, e via così. Un effetto collaterale scontato anche quando nella gara va tutto liscio.
Così si finisce spesso per dare la colpa alle lungaggini della giustizia amministrativa. Che ne ha molte, e sono indiscutibili. Ma i ricorsi, come in questa vicenda che ha ben descritto ieri sul Corriere Marco Imarisio, si fanno (e nel 90% dei casi si vincono) perché i bandi sono confezionati male e di conseguenza i progetti non stanno sempre in piedi come dovrebbero.
La ragione di tutto questo? Sciatteria, certo. Impreparazione degli uffici tecnici degli enti locali, di sicuro. E in qualche caso forse anche di peggio. Ma la questione di fondo è che in Italia ci sono troppe stazioni appaltanti: con capacità, ovvio, sovente assai discutibili. I soggetti pubblici che possono bandire una gara sono 32 mila. Ovvero, uno ogni 1.875 abitanti. Renzi ha promesso ora che la musica cambierà: il numero sarà drasticamente ridotto. Peccato che il giro di vite sia stato già rinviato al primo luglio del prossimo anno, e il partito degli enti locali stia già lavorando perché anche questa scadenza salti.
Il tutto in un dedalo infernale di norme nelle quali districarsi è un’impresa. Il presidente dell’ordine degli architetti di Genova, Natale Raineri, allarga le braccia: «Ci siamo impantanati. Siamo passati dalla Merloni, che con tutti i suoi difetti funzionava, al codice De Lise degli appalti pubblici. Abbiamo una complessità di disposizioni semplicemente pazzesca». Il codice De Lise prende il nome dal suo autore principale: l’ex presidente del Tar del Lazio e del Consiglio di Stato, Pasquale De Lise. Più volte modificato nel corso degli anni, ha 257 articoli. Il regolamento a valle, invece, è composto di circa 600 norme. Un brodo di coltura perfetto anche per illegalità e corruzione, come purtroppo dicono le cronache di qualunque opera pubblica: che in Italia costa più di atti giudiziari che di cemento.
Nel caso della nuova gara per la «galleria scolmatrice» del Bisagno c’è poi un ulteriore dettaglio surreale che riguarda i soldi. La voce «Altre informazioni » in fondo al bando precisa che il decreto ministeriale con cui lo Stato ha stanziato 25 dei 40 milioni necessari per fare l’opera «è stato impugnato al Tar del Lazio con ricorso proposto dal Comune di Salerno». La faccenda riguarda la ripartizione di finanziamenti per un totale di 224 milioni distribuiti dal governo di Mario Monti a varie città italiane, operazione dalla quale era stato escluso il capoluogo campano: il cui sindaco Vincenzo De Luca, ironia della sorte, sarebbe diventato viceministro delle infrastrutture nel successivo governo di Enrico Letta.
«Pertanto», prosegue il bando, «qualora in esito a tali giudizi il suddetto finanziamento non risultasse più disponibile, si procederà a ritirare il presente bando, ovvero revocare l’affidamento o ancora risolvere il contratto senza che i concorrenti, o l’affidatario, abbiano nulla a che pretendere ». Traduzione: se il Tar dà ragione a Salerno, allora abbiamo scherzato. E dopo il Tar c’è sempre il Consiglio di Stato e poi magari di nuovo il Tar e chissà, forse anche la Corte costituzionale. Ma si può scrivere un bando così? I soldi ci sono, ma forse no… E non è tutto qui. Perché a questo contenzioso amministrativo potrebbero in futuro sommarsi anche nuovi ricorsi per la nuova gara. Generando un micidiale cortocircuito giudiziario.
In un Paese normale, penserete, di fronte a un’opera così urgente, quando c’è di mezzo l’incolumità pubblica, un’amministrazione se ne potrebbe anche infischiare dei giudizi del Tar. Poi si tratterà magari di risarcire il ricorrente che ha vinto, come succede in altri Paesi. Soluzione perfetta, se non fosse per il seguente particolare. In base alle norme vigenti un amministratore responsabile di una simile scelta, nel caso in cui la giustizia decida a favore di chi ha presentato il ricorso, rischia di essere chiamato dalla Corte dei conti a rispondere di danno erariale, con il proprio patrimonio

Sergio RIzzo da corriere.it

Un medico Sudanese il primo morto europeo di Ebola


germania ebola morto medico sudaneseEbola, c’è il primo morto in Germania È un funzionario sudanese dell’Onu
L’annuncio dell’ospedale di Lipsia. Il medico di 56 anni proveniva dalla Liberia. Era arrivato giovedì in Germania. L’0ms: 4.447 morti, 9.000 casi entro la settimana

È deceduto nell’ospedale di Lipsia in Germania il dipendente Onu 56enne proveniente dalla Liberia che era stato ricoverato giovedì dopo aver contratto il virus di Ebola.La vittima, Mohammed A. era un medico sudanese che lavorava per l’Onu in Liberia, il Paese dell’Africa Occidentale più colpito da virus. A dare la notizia del decesso lo stesso ospedale di Lipsia, il St George, dove era ricoverato. L’uomo era arrivato in Germania giovedì a bordo di un aereo attrezzato. Il primo decesso per Ebola in Germania arriva nel giorno in cui l’Organizzazione mondiale della Sanità diffonde il nuovo terribile bollettino: i morti sono saliti a 4.447 mentre il totale dei casi è salito a 8.914 e raggiungerà i 9mila entro la settimana. Non solo, l’Oms lancia un nuovo allarme: entro dicembre di quest’anno i casi di Ebola potrebbero salire fino a 10 mila a settimana in Guinea, Sierra Leone e Liberia se non verrà intensificata la risposta all’epidemia. Per invertire il corso dell’epidemia, l’Oms punta ad avere il 70% dei casi isolati entro dicembre.
shadow carouselEbola, dipendente Onu morto in Germania

Era il terzo malato di Ebola in Germania

Da martedì sono intanto partiti all’aeroporto londinese di Heathrow controlli più serrati sui passeggeri che arrivano dai Paesi dell’Africa occidentale colpiti dall’epidemia di ebola. Lo ha annunciato alla Camera dei Comuni il segretario della Sanità britannica Jeremy Hunt spiegando che il virus potrebbe raggiungere il Regno Unito. «È probabile che l’ebola arrivi nel Regno Unito e una decina di casi potrebbero essere confermati nei prossimi tre mesi», ha spiegato Hunt. Le nuove misure aeroportuali, che prevedono anche il controllo della temperatura e un questionario, cominceranno da Heatrow ma entro la fine della settimana si amplieranno all’aeroporto di Gatwick e alle stazioni ferroviarie dell’Eurostar che collega Londra con Parigi e Bruxelles, scali internazionali per i voli dall’Africa. In questo modo, dovrebbe essere controllato l’89% delle persone che viaggiano nel Regno Unito da Liberia, Guinea e Sierra Leone.
Le condizioni delle infermiere
Gravi e stazionarie sono le condizioni di Nina Pham, 26 anni l’infermiera americana rimasta contagiata dal virus dell’Ebola dopo essersi presa cura del paziente liberiano Eric Duncan poi morto. Ha ricevuto una trasfusione di sangue da Kent Brantly, il primo americano ad essere contagiato e sopravvissuto. Il medico, guarito grazie ad una cura sperimentale, ha donato il sangue a tre pazienti, inclusa l’infermiera. La giovane è in cura nel Texas Health Presbyterian Hospital di Dallas ed è entrata in contatto con Duncan insieme ad almeno altre 70 persone. Anche per l’infermiera contagiata a Madrid, Teresa Romero, le condizioni continuano ad essere «stazionarie nella gravità», secondo l’ultimo bollettino medico, anche se le possibilità di guarigione aumentano a partire da martedì, quando si compiono 15 giorni da quando la paziente ha cominciato ad avvertire i primi sintomi della malattia. Lo ha detto oggi ai media Fernando de la Calle, dell’unità di Medicina Tropicale dell’ospedale Carlo III di Madrid, dove è ricoverata l’infermiera. Ha poi confermato che in questo momento in Spagna l’infermiera è l’unica persona che può trasmettere il virus. Le altre 15 persone ricoverate sotto osservazione sono «asintomatiche», come comunica il comitato speciale diffuso venerdì dal governo per fronteggiare la crisi. Un altro centinaio di persone restano sotto vigilanza per contatti indiretti con la donna contagiata.

di Cristina Marrone da corriere.it

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